facce dispari
Donato Verardi: “Il ‘mago' Della Porta attualissimo maestro della scienza”
Intervista a Donato Verardi, studioso della magia rinascimentale, che riscopre Giovan Battista Della Porta come precursore della scienza moderna e invita a rettificare il significato di “mago” tra sperimentazione, etica e futuro tecnologico
Se non sempre, assai spesso Confucio aveva ragione: sicuramente quando raccomandava di “rettificare i nomi” anche per evitare inganni lessicali. Come quello che ci fa pensare, sentendo la parola “mago”, a un Otelma col turbante piuttosto che al sapiente cui preme penetrare la natura e dominarne i meccanismi possibilmente per il bene dell’umanità. Incarnò questo tipo ideale Giovan Battista Della Porta, polymath napoletano cinquecentesco di cui la cultura italiana ha finora faticato a riconoscere l’importanza e che, sebbene morto nel 1615, può ancora offrire insegnamenti agli scienziati contemporanei. Ne è convinto il professor Donato Verardi, salentino di Scorrano, classe 1982, fondatore a Parigi di Arcana Naturae, prima rivista accademica al mondo dedicata alle “scienze segrete” e ormai giunta all’ottavo anno. Verardi è autore di diversi volumi sulla magia rinascimentale e su Della Porta: l’ultimo uscito a sua cura è “Hunting Secrets - Giovan Battista Della Porta and the Invention of Experimental Magic” (Firenze University Press), che raccoglie gli atti dell’omonima conferenza internazionale tenutasi a Ca’ Foscari il 29 settembre 2025.
Quando incontrò Della Porta?
Da studente universitario mi folgorarono le poche righe che gli tributava un libro di Germana Ernst e da allora mi dedicai a studiarlo. Feci la tesi di laurea sul suo “De humana physiognomonia”, poi approfondii le altre opere nei dottorati a Pisa, Firenze, Parigi. Ora sto svolgendo una ricerca sull’Accademia dei Segreti che Della Porta fondò a Napoli. È curioso come abbia riscosso più interesse nel mondo anglofono che in Italia.
Come mai?
In Inghilterra c’è una solida tradizione di studi sull’occultismo, come quelli di Frances Yates sull’età elisabettiana. Della Porta è visto come un precursore di Francesco Bacone su una linea che non oppone la magia alla scienza moderna, ma ne riconosce la continuità attraverso l’approccio sperimentale alla natura. Non bisogna dimenticare che Della Porta è stato lo scopritore del cannocchiale e persino della camera oscura. Purtroppo in Italia, soprattutto nel Novecento, ha scontato i pregiudizi delle ideologie: l’idealismo crociano e gentiliano, il marxismo e il cattolicesimo per motivi diversi hanno guardato con diffidenza all’autore della “Magia naturalis”. Forse non è un caso che adesso, in epoca post-ideologica, sia possibile studiarlo con più oggettività.
Bisogna ripensare il termine “mago”, che nella vulgata s’impone in tutt’altra accezione.
La magia naturale di Della Porta anticipa il sapere scientifico e si distacca dalla precedente “occulta filosofia” di un Cornelio Agrippa, che identificava il mago con chi aspira al comando sul mondo demonico. Il magus dellaportiano è lo scienziato saggio, che s’interroga sulla natura e sui limiti etici del proprio lavoro. Un innamorato del progresso ma animato dalla tensione filosofica ereditata dal Rinascimento, che pone al centro di ogni scoperta il bene concreto dell’umanità. Fu questo il senso del “segreto” della sua Accademia: non una società esoterica che si compiaceva dell’oscurità, ma la riservatezza intesa come setaccio con cui filtrare la produzione e la diffusione delle conoscenze.
Sarebbe un male l’assoluta trasparenza?
Oggi come allora un margine di segretezza è necessario. Basti pensare alla sicurezza degli stati. La scienza deve progredire, ma come vanno divulgate le sue scoperte? Quando Della Porta individuava la composizione di un veleno si poneva questo problema. Lui e gli accademici del tempo si confrontavano con l’assillante riflessione sul bene e il male: una scoperta non si può comunicare finché non è sicura, ma una volta validata è necessario stabilire quali rischi comporti condividerla indiscriminatamente. Bisogna interrogarsi sui limiti.
La riservatezza non alimenta la diffidenza nella scienza, il populismo del “non ce lo dicono”?
Bisogna tornare a fidarsi di chi ne sa di più perché non tutto può essere dato a tutti in tutti i momenti. Della Porta invita a confidare nel magus come sperimentatore, anche nei frangenti in cui è costretto a mantenere provvisoria segretezza.
Della Porta fu anche un grande crittologo. Come guarderebbe all’Intelligenza artificiale?
Con entusiasmo. Era innamorato della tecnologia e aveva un’idea dell’uomo come inventore continuo, che modifica il mondo e non s’inchina passivamente alla natura come a un feticcio né si compiace dello stato naturale, ma s’impegna a indagare i segreti della realtà per manipolarla e governarla senza timore. Il magus guarda avanti, non è un reazionario: se si volge all’antico è per proiettarlo nel domani da un presente insoddisfacente. Per Della Porta però l’ottimismo nel futuro si colloca all’insegna di un punto di equilibrio, che purtroppo oggi perdiamo spesso, tra ragione e spiritualità.
Come conseguirlo?
Quando riflette sui numeri, lui li spoglia degli elementi misterici ma al contempo mette in guardia dallo scadimento nel mero calcolo. Siamo esseri matematici ma non ragionieri e le esigenze umane non si esauriscono nei conteggi. È la grande lezione rinascimentale che considerava l’uomo nella sua complessità. Senza abbandonarlo a un destino fatto solo di cifre né consegnarlo alla sfiducia nella razionalità. Della Porta rifugge da ogni deriva superstiziosa della religione, eppure non è un ateo.