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Da studiosi ad apologeti

Altro che rifare il mondo. Tutta l'astuzia mercantile delle avanguardie

Alfonso Berardinelli

Nel dibattito sull’avanguardia artistica, ripreso dal recente saggio di Vincenzo Trione, il concetto perde il suo significato originario, trasformandosi in una strategia commerciale e autopromozionale. La riflessione di Enzensberger smonta il mito della rivoluzione creativa del Novecento

Va bene, parliamo ancora una volta di avanguardia e di avanguardie! Lo studioso Vincenzo Trione, con il suo ambizioso e corposo volume einaudiano Rifare il mondo. L’età dell’avanguardia, e i suoi recensori Andrea Minuz su questo giornale e Melania Mazzucco su Repubblica hanno ripreso il filo del discorso ma lo hanno fatto, mi pare, andando un po’ fuori strada nell’uso di una similitudine di Enzensberger, che negli anni Ottanta parlò di socializzazione della letteratura e delle arti, sparite come istituzione perché ormai onnipresenti, essendosi sciolte nel liquido della società come una pastiglia di Alka-seltzer. Ogni forma artistica ha perso identità e autonomia, quindi anche l’avanguardia sarebbe diventata un controsenso perché per essere all’avanguardia c’è bisogno di una solida e identificabile retroguardia tradizionalista.

L’accademizzazione professorale e istituzionalizzazione dell’avanguardia fu del resto un fenomeno caricaturale che risale alle “neo-avanguardie” anni Sessanta, quando ogni sedicente avanguardista era anche se non soprattutto un professore, studioso e docente di teorie e tecniche avanguardiste. Non voglio farla lunga (la faccenda è noiosa) ma segnalerei a Trione e recensori che il parere di Enzensberger, coetaneo di neoavanguardisti francesi e italiani (da Robbe-Grillet e Derrida a Eco e Sanguineti), era una drastica stroncatura che non aveva molto a che fare con l’effetto Alka-seltzer. Con il saggio Le aporie dell’avanguardia scritto intorno al 1960, Enzensberger era poco benevolo con avanguardie vecchie e nuove. Ecco qualche riga: “Lo schema su cui è modellata l’idea di avanguardia è inservibile. L’avanzare delle arti si configura come un movimento lineare, univoco, chiaramente percepibile nel suo insieme (…) Che cosa sia avanti nessuno lo sa”.“Chi affibbia il titolo di avanguardista a Franz Kafka capirà che è falso proprio perché Kafka non sarebbe mai riuscito a pronunciarlo. E neppure Marcel Proust o William Faulkner, Bertolt Brecht o Samuel Beckett”.

Oltreché essere un termine bellico che è stato applicato sia alla politica che alle arti, avanguardia è gruppo, movimento, collettività: una specie di partito politico dell’arte che protegge i singoli artisti dal loro eventuale fallimento. Li giustifica e li interpreta a priori e garantisce il significato di qualunque opera. Ancora Enzensberger: “Scrittori, pittori, compositori non sono altro, così, che agenti economici che devono marciare con i tempi, essere sempre di un passo più in là rispetto ai concorrenti (…) La gara storica per accaparrarsi la posterità si trasforma in competizione commerciale alla conquista della contemporaneità”. Avanguardia è allora non altro che astuzia mercantile e autopromozionale. Nessuna opera prodotta infatti sotto l’ombrello protettivo del gruppo d’avanguardia è mai stata criticata, respinta o considerata un fallimento. Altroché rifare il mondo. Questa è solo furbizia pubblicitaria. Non va comunque trascurata l’altra faccia dell’avanguardia come successo nominalmente garantito: cioè un certo uso della stupidità calcolata da “finto-tonto”. Il Novecento avanguardistico è stato, oltre che un secolo di orrori, anche un secolo di stupidità produttrici di orrori e di impotenza creativa o politica mascherata da anarchia rivoluzionaria. Le “parole in libertà” futuriste e la “scrittura automatica” surrealista hanno messo in vendita il nulla e il caos come ultimo grido della libertà creativa. I manifesti futuristi e surrealisti risultano da tempo illeggibili, oltreché inapplicabili. La macchina come idolo futurista e l’inconscio come mito surrealista erano superati già negli anni Trenta, e dimenticati dopo la fine della guerra 1939-45, dopo Auschwitz e Hiroshima. Su Breton che ruba il surrealismo al genio fiabesco e malinconico di Apollinaire, più recentemente Enzensberger si è espresso così: “Questo pallone gonfiato è riuscito, con implacabile zelo, a far sì che la storia dell’arte e della letteratura non potesse fare a meno di lui (…). Creò il gruppo surrealista sulla falsariga di un partito leninista” e divenne amico di Trockij, bolscevico in esilio sconfitto da Stalin, con il quale tuttavia aveva diverse cose in comune. Questo è Enzensberger sull’avanguardia. Ma succede ancora che gli studiosi di avanguardia, non essendo in grado di giudicarla, ne siano gli apologeti.

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