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Ora i lupi tornano alle porte delle città

Maurizio Stefanini

Si tratta di un animale pericoloso da cui dobbiamo proteggerci, come in "Cappuccetto Rosso", o è un totem positivo, come la lupa di Romolo e Remo? Simili agli esseri umani e loro rivali per eccellenza, incarnano un’antica ambiguità, tra fiabe e mitologia

"Forza Roma Forza lupi / so’ finiti i tempi cupi”, è l’incitazione dei tifosi della Roma: squadra di calcio col simbolo dell’animale che avrebbe allattato Romolo e Remo. Un “tempo da lupi” è invece pessimo. Quello in cui le prede scarseggiavano, e i branchi, con una “fame da lupi”, scendevano a valle o nei pressi dei centri abitati in cerca di cibo. Un’ambiguità che riaffiora, ora che i lupi tornano nelle cronache e alle porte delle città. Come orsi e cinghiali: altri animali selvatici pericolosi a cui l’abbandono delle campagne e le legislazioni animaliste hanno permesso di tornare a crescere. Ma più numerosi degli orsi, e più temuti dei cinghiali. 

 

Sulle montagne sopra Como, ad esempio, sono dovuti intervenire i Vigili del Fuoco per salvare un gregge di capre che i lupi avevano bloccato per dieci giorni a 2500 metri di quota, assieme a una pastorella di 19 anni. Allarmi per avvistamenti di lupi vicino alle case ci sono stati intorno a Piombino e a Rimini. Pecore sono state sbranate dai lupi in provincia di Lucca. Lupi un po’ dappertutto sono stati segnalati nel Lodigiano. E, oltre confine ma in un’area pure di cultura italiana, un ordine di abbattere un branco di lupi è stato dato in Canton Ticino. Un lupo di grandi dimensioni è stato poi investito e ucciso nel Ferrarese l’8 dicembre. Proprio il giorno dopo quello in cui, con 130 voti favorevoli, 85 contrari e 12 astenuti, la Camera ha approvato in prima lettura una legge di delegazione europea in cui c’è anche un declassamento dello status del lupo: da “rigorosamente protetto” a “protetto”, così come già deciso a livello comunitario. Sembra solo un avverbio in meno, ma si tradurrà in una maggiore possibilità di intervenire con piani di contenimento, qualora venga ritenuto necessario agire sul numero delle popolazioni o su singoli individui problematici. Una volta ottenuto il via libera anche dal Senato, il governo potrà dunque emanare i decreti legislativi che attuano il provvedimento votato a livello Ue. 

 

“Il Trentino vive da anni una situazione di difficilissima coesistenza, con malghe abbandonate, bestiame predato e allevatori costretti a vivere nell’incertezza” ha spiegato la relatrice Alessia Ambrosi, deputata del Trentino per Fratelli d’Italia, ricordando come “gli episodi registrati in Lessinia confermino un fenomeno ormai diffuso lungo tutto l’arco alpino e prealpino” e non più relegato a singoli territori. “L’abbattimento non è la soluzione. E’ fondamentale contrastare la disinformazione che alimenta l’isteria collettiva. Non mettiamo i lupi sul banco degli imputati; investiamo in una gestione moderna ed ecologica del territorio”, controbattono i Verdi. Ma “la gestione del lupo e dei canidi derivanti dai processi di ibridazione del lupo stesso non è più rinviabile”, sostengono pure i deputati del Pd Andrea Gnassi e Stefano Vaccari. La semplice eliminazione da tutte le zone “non vocate” alla sua presenza, ovvero quelle in cui è presente anche l’uomo, è stata chiesta da Francesco Bruzzone: deputato della Lega, e tra i portavoce dei cacciatori in politica.

 

In realtà, l’ultimo censimento dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale ha rilevato 3.307 lupi in Italia, e 18.193 in Europa. Un aumento del 58 per cento in 10 anni. La nostra è la popolazione più numerosa del Continente. E’ appena un cinquecentesimo rispetto a una massa di cinghiali che in 40 anni sarebbero passati da 50.000 a 2 milioni, ma è comunque un record, da quando si fanno questi censimenti. Ed è 20 volte in più rispetto a un paio di centinaia di orsi.  E un altro rapporto segnala che nel quinquennio 2019-2023 nel nostro paese sono stati rinvenuti ben 1.639 lupi morti. Un trend decisamente in crescita: dai 210 casi registrati nel 2019 ai 449 del 2023. Più di un esemplare morto ogni giorno. In effetti, sono passati poco più di 100 anni da quando l’ultimo essere umano fu ucciso da un lupo in Italia: nel 1923 a Cittaducale, dopo che c’erano stati un morto nel 1914, uno nel 1917 e due nel 2022. Ma dal 2017 ci sono stati oltre un centinaio di allarmi e una ventina di aggressioni. In questo periodo nessun lupo è stato abbattuto a termini di legge in Italia, nonostante sia previsto in deroga da anni dall’art. 16 della Direttiva Habitat, e come fatto da altri stati. 

 

Secondo diversi studiosi, il regime di protezione in vigore ormai da decenni ha ridotto o fatto scomparire nel lupo la paura nei confronti dell’uomo. Così aumentano i casi di lupi “confidenti”, che non fuggono immediatamente e anzi tollerano la vicinanza dell’uomo anche a distanze ridotte, pure di giorno e persino dentro città come Roma e Milano. Ma qua torniamo appunto all’ambiguità del lupo. Il mito di Romolo e Remo arriva al Mowgli del “Libro della Giungla” di Rudyard Kipling; a loro volta anche daci, turchi, mongoli e ainu si consideravano discendenti di lupi; e ai Figli della Lupa di Mussolini corrispondono i Lupi Grigi di Mehmet Ali Agca, ma anche i Lupetti e Lupette dei Boy Scout. Il lupo associato al dio greco-romano Febo-Apollo e al dio celtico Belanu corrisponde peraltro a quel lupo celeste Skoll, che nella mitologia scandinava insegue il sole per obbligarlo a muoversi. E in Giappone i contadini lasciavano offerte vicino alle tane dei lupi, pregandoli di proteggere i raccolti da cervi e cinghiali.  

 

Per lo zoroastrismo il lupo è invece collegato al dio del male Ahriman. Per gli indiani pawnee il lupo era stato il primo animale a morire. Per i vichinghi e per gli indiani navajo i lupi potevano anche essere associati alle streghe, e quello della licantropia è un mito ampiamente diffuso – forse legato a effettivi casi di contagi rabbici. Nel poema epico babilonese Gilgamesh la dea Istar trasforma in lupi gli amanti di cui si è stufata. Libro sacro di un popolo di pastori, la Bibbia bolla i lupi come simboli di avarizia e di distruttività, e Gesù paragona sia sé stesso al buon pastore che protegge le sue greggi dai lupi, sia i falsi profeti ai lupi. Benché i lupi siano realtà modelli di monogamia, peraltro, anche la lupa di Romolo e Remo aveva una interpretazione ambigua, come possibile eufemismo per indicare una donna di facili costumi. Dopo aver raccontato che il pastore Faustolo aveva dato alla moglie Acca Larenzia i gemelli che aveva trovato a succhiare il latte da una lupa, infatti, Tito Livio aggiunge: “C’è chi pensa che Larenzia fosse chiamata la lupa dai pastori a causa del suo corpo comune”. Cioè, perché faceva quella che oggi in italiano con metafora presa da altre femmine di animali si definirebbe “troia” o “zoccola”. “Remo e Romolo - Storia di due figli di una lupa” è in effetti un film del Bagaglino del 1976, dove accanto a Pippo Franco (Romolo) ed Enrico Montesano (Remo) c’è Gabriella Ferri (Acca Larenzia) nel suo unico ruolo di attrice cinematografica che, per l’appunto, va a “battere” nella campagna romana ancora non edificata, e i “clienti” gli offrono in pagamento con le dita cinque caciotte: gesto da cui viene fatta derivare una farsesca origine del saluto romano. 

 

Effettivamente a quella versione della leggenda è comunque collegata la definizione del postribolo come “lupanare”. “Il cacciatore che imbraccia la famigerata ‘lupara’, i ‘figli della Lupa’ del ventennio fascista, la camminata da ‘lupo di mare, il ‘lupanare’…le finestre ‘a bocca di lupo’ delle vecchie carceri…”, è l’attacco con cui Robert Delort nel suo classico L’uomo e gli animali dall’età della pietra a oggi attacca il capitolo in cui ricorda come sia questo “l’animale selvaggio che maggiormente ha segnato la nostra civiltà, dalla Grecia antica ai giorni nostri”. Da una parte, infatti, l’uomo è un primate che, sceso dagli alberi e diventato onnivoro, per cacciare in gruppo si è dotato di un’organizzazione sociale abbastanza simile a quelle dei branchi di lupi. Più, però, una capacità di costruire attrezzi in cui il lupo è stato surclassato. Ma, ricorda appunto Delort, il modo in cui l’uomo ha modificato l’ambiente in un primo momento non è stato affatto a svantaggio del lupo, “in quanto ha fatto scomparire o fortemente regredire aquile reali, linci, orsi, uri, mentre contemporaneamente raccoglieva grandi armenti di pecore, maiali, bovini e cavalli, scarsamente o insufficientemente difesi da pastori e cani, malgrado la combattiva presenza di arieti, verri, tori, stalloni”.

 

Insomma, uomo e lupo si assomigliano, ma proprio per questo si fanno concorrenza. Una soluzione a questo dilemma è stata la scelta che alcuni lupi hanno fatto di mettersi al servizio dell’uomo: trasformandosi in cani, e trovando tra i molteplici compiti a loro assegnati anche quello di affrontare i loro parenti rimasti selvatici. Ma il percorso nei due sensi è sempre rimasto aperto, e Jack London ha infatti raccontato sia la storia di Buck, il cane che sente “il richiamo della foresta” e si trasforma in lupo, sia quella di Zanna Bianca, il lupo che decide di diventare cane per vivere con l’uomo. Delort aggiunge sull’uomo che “essendo poi questo benefico allevatore anche un animale bellicoso, pronto ad uccidere il suo prossimo, a formare delle armate che si scontrano tra di loro e seminano disastri nelle società umane, lasciando dietro di sé una scia di feriti, di cadaveri, di vedove, di orfani e affamati, si è determinata, almeno in un primo tempo, una modificazione dell’ambiente favorevole alla sopravvivenza, e anche alla moltiplicazione dei lupi”. Appunto, in tempi da lupi, quando animali e uomini possono avere entrambi una fame da lupi. 

 

Fin da Esopo e Fedro, dunque, il lupo diventa nelle favole l’emblema dell’essere di cui non fidarsi. Il lupo che accusa l’agnello di sporcare l’acqua che sta bevendo è il prototipo del prepotente che inventa pretesti per giustificare le proprie prepotenze. “Al lupo! Al lupo!” grida il pastorello che per scherzare lancia falsi allarmi, e poi non gli crede più nessuno quando l’allarme è vero. Il lupo che inghiotte la nonna e Cappuccetto Rosso è un chiaro avvertimento a stare attenti a potenziali stupratori. Una belva le cui vittime possono venire recuperate aprendogli la pancia si trova anche in “Il lupo e i sette capretti” e in “Pierino e il lupo”, mentre “I tre porcellini” misura la capacità di non farsi mangiare dei fratellini attraverso l’adozione di precauzioni più faticose, ma più efficaci.  “Lupus in fabula” è la locuzione latina che nasce da questa presenza ricorrente. 

 

Ma non ci sono solo le favole. Dopo la lonza e il leone, la lupa è la terza e più pericolosa delle tre fiere in cui all’inizio della Divina Commedia Dante si imbatte, dopo aver “smarrita” la “diritta via” nella “selva oscura”. “Ed una lupa, che di tutte brame / sembiava carca ne la sua magrezza, / e molte genti fé già viver grame, /  questa mi porse tanto di gravezza / con la paura ch’uscia di sua vista, / ch’io perdei la speranza de l’altezza. / E qual è quei che volontieri acquista, / e giugne ‘l tempo che perder lo face, / che ‘n tutti suoi pensier piange e s’attrista; / tal mi fece la bestia sanza pace, / che, venendomi ‘ncontro, a poco a poco / mi ripigneva là dove ‘l sol tace”. E’ interpretata come simbolo di avidità, ma anche di frode, di invidia e della corruzione della corte papale. Il tutto, peraltro, ripreso dal profeta Geremia: “Per questo li azzanna il leone della foresta, il lupo delle steppe ne fa scempio, il leopardo sta in agguato vicino alle loro città: quanti escono saranno sbranati, perché si sono moltiplicati i loro peccati, sono aumentate le loro ribellioni”.

 

Già all’epoca di Dante, però, si sapeva l’altra storia di San Francesco, che chiamando quello di Gubbio “fratello lupo” era riuscito a convincerlo a non fare più del male a nessuno. L’Ottocento, secolo in cui la civiltà marginalizza definitivamente il lupo fino a portarlo quasi all’estinzione, inizia con le raccolte di favole che mettono nero su bianco l’antica paura per il lupo della tradizione popolare.  “Il lupo e i sette capretti” sta appunto nelle “Fiabe del focolare” pubblicate dai Fratelli Grimm nel 1812-15; “I tre porcellini” nelle “Nursery Rhymes and Nursery Tales” di James Orchard Halliwell-Phillipps, del 1843; “Cappuccetto Rosso”, già nei “Racconti di Mamma Oca” compilato da Charles Perrault nel 1697, ma torna nell’altra raccolta dei Fratelli Grimm del 1857. Già alla sua fine crescono generazioni per le quali il lupo non è più un pericolo, e può dunque tornare a essere il totem positivo di Romolo e Remo. “Il libro della giungla” è del 1894, “Il richiamo della foresta” del 1903, “Zanna Bianca” del 1906. I Wolf Cubs dei Boy Scout nascono nel 1916. Nel 1933 “I tre porcellini” diventa un famoso cartone animato dei Walt Disney, in cui i maialini cantano l’ancor più famosa “Who’s afraid of the Big Bad Wolf?”. “Chi ha paura del Grande Lupo Cattivo?”, che però nella versione italiana per esigenze di metrica è tradotto “Siam tre piccoli porcellin”.  Ma nel 1945 appare anche una progenie buona. Secondo Delort l’antica ambiguità è cosi definitivamente risolta con uno sdoppiamento. Da una parte il padre Ezechiele Lupo, “il Grande Lupo Cattivo, zotico, ridicolo, più stupido che malvagio”. Dall’altra il figlio, “il gentile Lupetto, servizievole, delicato, intelligente, pieno di buon senso, amico dei porcellini, ma anche affettuoso rampollo nei riguardi del vecchio genitore”.

 

Poli, peraltro, intercambiabili. “Homo homini lupus” era il rischio per cui Hobbes diceva che bisognava dare il potere allo Stato Leviatano. In realtà però il lupo di Gubbio era stato prima un terribile killer, mentre Konrad Lorenz dimostrò che l’homo homini lupus non sarebbe in realtà una disgrazia, proprio per quell’istinto ritualizzato in base al quale quando un lupo, sconfitto in combattimento, porge la propria gola al vincitore in segno di resa, a quel punto diventa inviolabile. Secondo l’autore dell’“Anello di Re Salomone” l’incubo sarebbe invece diventare colombe, che a colpi di becco si sgozzano invece senza pietà. Quasi estinzione e mode ecologiche sembrano aver fatto prevalere gli aspetti positivi. Ma ecco che è bastato al lupo tornare con un minimo di forze, che ataviche paure si sono riaffacciate. Già nell’agosto del 2012 José Bové, già contadino sfascia McDonald’s, scandalizzò quel mondo ambientalista che lo aveva eletto deputato europeo col dire in radio: “Per me, le cose sono chiare: se il lupo rischia di attaccare un gregge, la migliore cosa da fare è prendere il fucile e tirare”. E poi con Le Monde era stato anche più chiaro: “Non si può essere contro la desertificazione delle campagne e l’infinita espansione urbana e, al tempo stesso, a favore della creazione nelle campagne di spazi dove gli agricoltori non possono vivere. Si deve poter sparare al lupo perché la priorità è quella di mantenere i contadini nelle zone di montagna”. Anche Reinhold Messner è un eletto ecologista che ha preso posizioni simili. All’epoca, in Francia, i lupi non erano più di 200-250, contro i 2500 della Romania, 2000 della Spagna e i 500-800 dell’Italia. Ma hanno continuato ad aumentare, a un ritmo del 15 per cento l’anno. 

 

Peraltro, il ritorno dei lupi è stato richiesto anche come mezzo per contenere l’invasione dei cinghiali. Salvo che, dove ci sono anche pecore, gli ovini diventano per loro un obiettivo molto più facile che non gli scorbutici e zannuti ungulati. Va detto che su 7 milioni circa di pecore che ci sono in Italia, e 70 milioni in Europa, secondo i rapporti Ue i lupi ne ucciderebbero lo 0,065 per cento all’anno. Intorno ai 65 mila capi. In Italia la media annuale è di circa 8.700 animali predati, per i quali vengono erogati risarcimenti vicini ai due milioni di euro. E’ fortemente aumentato, rispetto ai 1500 capi uccisi nel 2000 e ai 4900 del 2011. Ma, si dice, 18,7 milioni di indennizzi a livello europeo e due milioni in Italia sarebbero perfettamente sostenibili, e anzi compensabili a colpi di turismo sostenibile. Se, però, fantasmi del passato non riemergono come incubo collettivo. 
 

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