Una rappresentazione di Marsilio Ficino a opera di Adolfo Galducci (Google creative commons)

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Maghi di idee. Magia e sapere nel Rinascimento

Giorgio Caravale

Tra Quattro e Cinquecento la magia era una chiave per interrogare l’invisibile e soddisfare la fame di meraviglia. Perché anche le società più razionali continuano a cercare un ordine invisibile, e a delegarne l’interpretazione a nuovi interpreti autorizzati

Nel tempo in cui ci diciamo razionali, iper-tecnologici, finalmente vaccinati contro la superstizione, scopriamo invece di vivere circondati da illusionisti. Non quelli dei palchi televisivi, ma figure più discrete e pervasive: profeti dell’algoritmo, santoni digitali, interpreti autorizzati di sistemi che nessuno comprende davvero. Offrono formule, rivelazioni, scorciatoie cognitive. E soprattutto offrono una promessa: funzionano, anche se non sappiamo come.

 

Per capire da dove venga questa persistente fame di meraviglia – come sia possibile che una società colta continui a concedere credito all’invisibile – conviene tornare indietro, alla prima età della stampa. Tra Quattro e Cinquecento, mentre l’Europa studiava i classici, fondava università e costruiva biblioteche, continuava anche a interrogare ciò che sfuggiva allo sguardo: cercava demoni nelle cantine, segni negli astri, corrispondenze segrete nella materia. In quel mondo sovraccarico di libri e di promesse, l’erudizione più rigorosa conviveva con la speranza di poter parlare con gli spiriti. E’ qui che prende forma la figura del magus, molto diversa dal ciarlatano che immaginiamo oggi. Il mago rinascimentale era piuttosto un intellettuale impegnato in una ricerca estrema: capire le forze invisibili che governano la natura. E’ un intellettuale che lavora sul limite del sapere disponibile, nel punto in cui i testi antichi, la filosofia naturale, la teologia e la tecnica non bastano più da soli. Figure come Giovanni Pico della Mirandola, Marsilio Ficino, Cornelio Agrippa, Paracelso, e più tardi il medico e astrologo Johann Weyer, erano uomini capaci di passare dagli angeli agli elementi, dai manoscritti greci alla cabala, dai trattati di anatomia alle formule di invocazione.

 

Questa costellazione di figure popola un’Europa sospesa tra fiducia nella ragione e terrore dell’ignoto. La loro ambizione è grande: collegare microcosmo e macrocosmo, leggere la natura come si legge un testo antico, costruire un metodo per decifrare ciò che sfugge alla vista. Le nuove università del Nord, le corti italiane, i laboratori alchemici di Basilea e Norimberga diventano luoghi di passaggio: archivi di tradizioni greche, arabe, ebraiche, tradotte e ricombinate, sperimentate. La magia, in questo contesto, non è un fenomeno marginale né un residuo medievale sopravvissuto per inerzia. E’ un metodo di interrogazione. E’ il modo in cui una cultura prova a pensare la relazione tra l’uomo e il cosmo prima che esista una scienza moderna nel senso pieno del termine. Per molti versi, è la forma che assume l’ansia di conoscenza quando le categorie ereditate dal passato non bastano più. Nessuno di questi uomini pensava di praticare “magia” nel senso moderno del termine. Ciò che cercavano era un sapere unitario, capace di tenere insieme ambiti che solo più tardi sarebbero stati distinti: filosofia naturale e teologia, corpo e anima, mondo visibile e forze invisibili. La magia, per loro, non era l’opposto della conoscenza, ma una sua forma ancora legittima. A differenza dei demonologi, che vedevano nell’occulto soprattutto un varco per l’azione del maligno, questi studiosi cercavano criteri, metodi, distinzioni: volevano separare le illusioni del demonio dai poteri nascosti della natura. Nei loro laboratori mentali, la magia diventava così un’arte disciplinata, un modo di leggere il mondo prima ancora che di trasformarlo.

 

Ma questa “arte disciplinata” non parlava mai una lingua sola. La magia rinascimentale non formava una dottrina compatta né un sapere pacificato. Era piuttosto un terreno di esperimenti concorrenti, un laboratorio intellettuale in cui convivevano progetti diversi, spesso incompatibili. Come mostra Anthony Grafton in Magus. L’arte della magia nel Rinascimento (Laterza), non esiste un unico Rinascimento “magico”, ma una pluralità di tentativi di dare forma all’invisibile senza consegnarlo interamente alla teologia o al demonio. Uno dei primi grandi cantieri della magia rinascimentale si apre con la riscoperta dei testi attribuiti a Ermete Trismegisto, accolti come frammenti di una sapienza antichissima, ritenuta anteriore a Platone e parte di una tradizione primordiale condivisa. Attorno a questi scritti si organizza una visione del mondo fondata sulle corrispondenze: il cosmo come ordine leggibile, l’uomo come punto di contatto tra cielo e terra, la magia come arte interpretativa delle relazioni invisibili. Non un sapere alternativo alla filosofia, ma una delle sue direzioni possibili. Marsilio Ficino è colui che dà a questa visione una forma praticabile e controllata. Tra il 1463 e il 1464 traduce in latino il Corpus Hermeticum, su commissione diretta di Cosimo de’ Medici, sospendendo persino il lavoro su Platone. Quelle traduzioni, stampate, copiate, rimesse in circolazione, diventano rapidamente testi di riferimento per tutta l’Europa colta. Nei De vita libri tres (1489), un’opera pensata per medici, studiosi e uomini di corte, Ficino espone una magia che si vuole naturale, musicale, terapeutica: una scienza degli influssi astrali destinata a preservare l’equilibrio dell’anima e del corpo. Non evocazioni, ma immagini, suoni, disposizioni interiori. Il mago, in questa prospettiva, è più vicino a un medico dell’anima che a un evocatore.

 

Giovanni Pico della Mirandola si muove nello stesso universo, ma con un’inquietudine diversa. Nel 1486 pubblica le Conclusiones, novecento tesi che spaziano dalla filosofia greca alla cabala ebraica, proponendo una sintesi senza precedenti. Il progetto è tanto ambizioso quanto pericoloso: alcune tesi vengono condannate da una commissione pontificia, e Pico è costretto a una pubblica difesa (Apologia, 1487) che segna già una battuta d’arresto. La sua magia, nutrita di cabala e di linguaggi sacri, non si limita a interpretare il cosmo, ma pretende di penetrarne l’architettura interna. E’ anche per questo che Pico insiste nel distinguere una magia filosofica legittima da pratiche superstiziose o demoniache: un tentativo di salvare il metodo proprio mentre ne spinge i limiti. Sotto questa apparente convergenza si apre però una differenza sostanziale. Ficino lavora per contenimento: seleziona, filtra, attenua. La sua magia è pensata per restare entro confini difendibili, filosofici e morali. Pico, al contrario, spinge il metodo fino alle sue estreme conseguenze. Accumula tradizioni, moltiplica i linguaggi, accetta che il sapere si esponga al rischio. Dove Ficino cerca una pratica compatibile con l’equilibrio dell’anima e dell’ordine sociale, Pico mette alla prova la tenuta stessa del sistema. In questa divergenza si profila già il destino ambiguo del magus: figura centrale per pensare il mondo, ma sempre più difficile da difendere di fronte alle autorità religiose e intellettuali del tempo.

 

Con Cornelio Agrippa la tensione diventa esplosiva. Il suo De occulta philosophia, composto intorno al 1510 ma pubblicato integralmente solo nel 1533, è il primo grande tentativo di presentare la magia come sistema coerente, articolato in tre livelli: naturale, celeste, intellettuale. L’opera circola rapidamente, viene ristampata, commentata, imitata. Ma proprio questa sistematizzazione espone l’autore al sospetto. Negli anni successivi Agrippa prende le distanze dal proprio lavoro: nel De vanitate scientiarum (1530) attacca l’arroganza di ogni sapere umano, magia compresa. E’ una ritrattazione ambigua, più tattica che sincera, che non basterà a salvarlo. Il De occulta philosophia finirà comunque all’Indice dei libri proibiti. Il gesto è rivelatore: non si censura ciò che resta frammentario, ma ciò che pretende di spiegare troppo. Da questo momento, la magia colta non è più al riparo. Le pratiche che nei trattati eruditi vengono presentate come strumenti di conoscenza – immagini efficaci, parole cariche di potere, influssi astrali – iniziano a essere valutate anche fuori dai contesti che le avevano prodotte. Uscite dai circuiti ristretti degli studiosi, entrano in sedi in cui contano meno le fonti e più gli effetti. Il problema non è ancora ciò che si fa, ma chi lo fa, e con quale autorità. 

 

La stregoneria diventa così il punto di frizione più evidente della cultura magica rinascimentale. Non perché occupi il centro della riflessione dei magi umanisti, ma perché ne segna il limite. Nel corso del Cinquecento, mentre filosofi e medici cercano di distinguere le forze naturali da quelle demoniache, i tribunali faticano a riconoscere questa distinzione. Gli stessi concetti, influssi astrali, virtù occulte, poteri invisibili, circolano tanto nei trattati eruditi quanto nei tribunali inquisitoriali, ma cambiano di significato a seconda di chi li usa e di dove compaiono. Il problema non è l’esistenza dell’invisibile, che nessuno mette seriamente in discussione, ma chi abbia il diritto di interpretarlo. Le stesse pratiche possono essere lette in modi opposti: un’operazione astrologica come studio della natura o come attività sospetta; un’immagine efficace come strumento filosofico o come feticcio. La differenza non sta nei gesti in sé, ma nello statuto sociale e intellettuale di chi li compie. Il magus colto può ancora appellarsi a libri, fonti e tradizioni riconosciute; la strega no. E’ proprio su questo punto che si concentra l’intervento di Johann Weyer. Nel De praestigiis daemonum (1563), scritto mentre le persecuzioni sono già in corso in molte regioni d’Europa, Weyer sostiene che le donne accusate di stregoneria non possiedono alcun potere reale. Non sono alleate del demonio, ma persone fragili, spesso anziane o marginali, vittime di illusioni, malattie e suggestioni. Weyer non nega l’esistenza del demonio, ma rifiuta l’attribuzione indiscriminata di poteri soprannaturali a chi non ne ha. Per un medico formato alla tradizione galenica, credere alla stregoneria significa moltiplicare cause invisibili senza necessità e, così facendo, fraintendere la natura. 

 

La stregoneria non appare allora come un residuo medievale, ma come un effetto imprevisto della cultura dotta del tempo. Nasce dal modo in cui idee, concetti e pratiche circolano sempre più rapidamente tra libri, tribunali e luoghi di decisione. Più la magia viene discussa, ordinata e messa per iscritto, più diventa esposta a interpretazioni ostili. I testi pensati per chiarire finiscono spesso per complicare. Quando il sapere sull’invisibile entra nei circuiti della stampa e del diritto, non appartiene più soltanto a chi lo ha prodotto. E’ così che la stregoneria si definisce all’interno della cultura dotta del tempo, come un esito inatteso dei suoi tentativi di dare un ordine all’invisibile. A quel punto, l’invisibile smette di essere una questione di conoscenza e diventa una materia d’accusa. La magia colta diventa sospetta, le pratiche popolari diventano un reato. Ma è proprio per questo che la figura del magus resta centrale. I maghi del Rinascimento non cercano di cancellare l’incertezza, né di ridurla a colpa: tentano di abitarla. Questa tensione non è difficile da riconoscere anche nel presente. Ogni volta che il sapere accelera, si producono nuove opacità; quando i meccanismi diventano meno comprensibili, cresce il bisogno di individuare responsabili. L’Europa del Cinquecento mostra quanto sia sottile la linea che separa la curiosità dall’allarme, la ricerca dal sospetto.

 

Forse l’eredità più preziosa di quei maghi sta qui: nella capacità, fragile e sempre minacciata, di convivere con l’incertezza senza trasformarla in persecuzione. E forse la lezione più attuale di quella stagione non riguarda ciò che abbiamo smesso di credere, ma ciò che continuiamo a cercare. Nel Rinascimento erano le stelle, i talismani, le corrispondenze segrete; oggi sono modelli, algoritmi, flussi invisibili di dati. Cambiano le parole, non il bisogno: l’idea che esista un ordine nascosto, una logica che ci precede e ci governa. Non superstizione, ma desiderio di senso. Ed è un desiderio che, a quanto pare, non ci ha mai davvero abbandonati.