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Le Sirene non volevano sedurci

Donatella Borghesi

Da Kafka a Cavarero, dalla Grecia arcaica all’arte preraffaellita. E se le creature incantatrici non volessero affatto ammaliare gli uomini? Un mito reinterpretato, tra femminismo e psicanalisi

A sbugiardare Ulisse ci aveva già pensato Franz Kafka, in un ironico racconto breve scriveva che non erano certo serviti i suoi mezzucci – la cera d’api per tappare le orecchie e le funi per legarsi all’albero maestro della nave – per salvarlo dal canto mortifero delle Sirene. Era sopravvissuto non per la sua astuzia ma perché le Sirene al suo passaggio non avevano cantato. Scriveva Kafka, dando un pesante affondo alla credibilità dell’eroe omerico: “Ora, le Sirene hanno un’arma ancora più terribile del canto, cioè il silenzio. Non è certamente accaduto, ma potrebbe essere che qualcuno si sia salvato dal loro canto, ma non certo dal loro silenzio. Al sentimento di averle sconfitte con la propria forza, al conseguente orgoglio che travolge ogni cosa, nessun mortale può resistere”. Un problema di autostima insomma, quello di Ulisse, che non gli fa capire quel che è realmente successo. A ridimensionare la reputazione degli eroi omerici – aiutata da Adorno, Brecht e Blanchot – si leva un’altra voce inaspettata, quella di Adriana Cavarero, filosofa della differenza sessuale, oggi in libreria con Il canto delle Sirene, edito da Castelvecchi. Riprendendo Kafka, che ha trasformato Ulisse in un uomo ridicolo (“campione della razionalità strumentale, inefficace e patetica”) ci dice come le Sirene sono le vere e uniche protagoniste in scena, e sono loro a decidere la trama della storia. “Come forze naturali che agiscono sempre in gruppo, le Sirene sono potenti e miticamente invincibili: nessuno ha mai udito il loro canto senza soccombere. Il loro prato fiorito è disseminato di cadaveri”. Figlie delle Muse, nel loro canto melodico e onnisciente ricordano e raccontano ciò che è accaduto sulla terra. La filosofa, che rivela nella prefazione del suo saggio di amare il canto e di cantare in coro lei stessa, aggiunge un’interpretazione ulteriore, frutto di un’illuminazione ricevuta da un verso di Thomas S. Eliot in Canto d’amore di J. Alfred Prufrock: “Ho sentito cantare le Sirene, L’una all’altra / Non credo canteranno per me”. E se alle Sirene non gliene importasse nulla di sedurre e far morire per troppo godimento gli uomini? Tutto il mito crollerebbe! “Che succede se il segreto del mito è proprio la voce del canto e non l’incantamento di chi ascolta? Secondo Omero le Sirene, che allora avevano ancora le sembianze di uccello come le Arpie, uccidono gli eroi per impedirne il ritorno, ma ci racconta una storia falsa”, scrive Cavarero, ricordandoci come Omero fosse in realtà un aedo, cioè “cantava” il suo poema, e quindi era una loro controfigura. “La vibrazione della voce è il linguaggio corporeo più profondo, ed è più forte della parola, del logos. Le Sirene cantavano ma non volevano incantare nessuno. Erano paghe del loro incantarsi a vicenda. Come in una sfera sonora perfetta, il loro godimento vocale e acustico, indifferente al mondo esterno, bastava a sé stesso, una voce divina nella sua autosufficiente pienezza”. E se proprio questa autosufficienza fosse un elemento in più per capire un mito che dall’epica classica al gadget sexy della cultura pop dei nostri giorni è sempre rimasto un enigma? La Sirena – indistinto mix di divino, umano e animale – come rappresentazione della segreta forza femminile, come espressione totale della sua alterità. E sarà per questo suo doppio che gli uomini l’hanno vissuta sempre come un pericolo, espresso attraverso la seduzione della voce, percepita come sospiro, sussurro rauco o disteso canto d’amore, in ogni caso mortale? 


 
La sublime immagine erotica della Mermaid ce l’hanno regalata i pittori del movimento artistico Preraffaellita, a cavallo tra Ottocento e Novecento. Il tema era nell’aria, nel 1901 era uscito La signora del mare di H.G. Wells, una sirena che capita nella rigida società inglese di fine Ottocento. Da presenza misconosciuta com’era stata nei secoli, una delle tante creature mostruose di magica potenza che popolano i miti, con i Preraffaelliti diventa protagonista assoluta dell’eterno femminino: sinuosa e giovane femmina con la coda glitterata, bellissima e misteriosa, rivolge la sua invocazione erotica agli uomini del mare. John William Waterhouse la dipinge in molte pose: figura solitaria sulla riva, la coda luminescente arrotolata attorno ai fianchi, si pettina i lunghi capelli, gli occhi lontani; oppure suona la cetra, e guarda indifferente il giovane uomo che si aggrappa alle rocce per raggiungerla. Per Frederic Leighton è un’opulenta ragazza dai biondi capelli intrecciati che si getta sul corpo di un pescatore, mentre per Herbert James Draper è il gruppo di bianche creature che si arrampicano sulla nave dei terrorizzati marinai, qualcuna ha perso la coda e sono rispuntate le gambe, segno del doppio mostruoso che si sdoppia, per diventare pura, fatale e incontrollabile seduzione. I Preraffaelliti avevano colto in loro il fascino del soprannaturale e del “perturbante” femminile, l’ambiguità e il labile confine tra amore e morte, tra natura e cultura, tra conoscenza e perdizione. 


 
Di questo perturbante era stato vittima imprevista ma consenziente anche Giuseppe Tomasi di Lampedusa, sì, proprio l’autore de Il gattopardo, che pochi mesi prima di morire, quasi un testamento sentimentale, scrisse il racconto La Sirena. In un lungo flashback, racconta di quella prodigiosa mattina del 5 agosto 1887, quando nel mare siciliano accanto alla sua barchetta apparve una sirena. “Declamavo, quando sentii un brusco abbassamento del bordo della barca, a destra, dietro di me, come se qualcheduno vi si fosse aggrappato per salire. Mi voltai e la vidi: il volto liscio di una sedicenne emergeva dal mare, due piccole mani stringevano il fasciame. Quell’adolescente sorrideva, una leggera piega scostava le labbra pallide e lasciava intravedere dentini aguzzi e bianchi, come quelli dei cani. Non era però uno di quei sorrisi come se ne vedono fra voialtri, sempre imbastarditi da un’espressione accessoria, di benevolenza o d’ironia, di pietà, crudeltà o quel che sia; esso esprimeva soltanto sé stesso, cioè una quasi bestiale gioia di esistere, una quasi divina letizia. Questo sorriso fu il primo dei sortilegi che agisse su di me rivelandomi paradisi di dimenticate serenità. Dai disordinati capelli color di sole l’acqua del mare colava sugli occhi verdi apertissimi, sui lineamenti d’infantile purezza. La sirena dirà poco dopo al ragazzo: ‘Ti sentivo parlare da solo in una lingua simile alla mia; mi piaci, prendimi. Sono Lighea, son figlia di Calliope. Non credere alle favole inventate su di noi: non uccidiamo nessuno, amiamo soltanto’. Il resto non ve lo racconto. Ma le tre settimane che Rosario passò con la sirena, parlando con lei in greco antico, lo riportarono indietro di tremila anni, quando in Sicilia abitavano gli dei, quando l’amore era animale e spirituale allo stesso tempo”.
 
Se andiamo a ritroso nel tempo, alla fine del terzo millennio avanti Cristo, la Sirena non era una creatura seduttiva e crudele malgré soi, ma un simbolo di vita diffuso nel bacino del Mediterraneo. Nella necropoli etrusca di Sovana nella maremma toscana c’è la famosa Tomba della Sirena: datata III-IV secolo a.C., ha due code serpentine arrotolate e regge la vela di una nave. Dalla cultura etrusca è passata al cristianesimo fino agli anni Mille – dopo progressivamente scompare – come rivelano le tante sirene bicaudate scolpite nei capitelli o nei portali delle pievi romaniche nelle campagne, tracce di una diffusa spiritualità contadina, testimoniate da Silvio Bernardini in Il serpente e la Sirena. L’ipotesi è che sia il residuo figurativo del mito della Grande Madre, la divinità femminile primigenia, donatrice e dominatrice della vita, ispiratrice dei primi oracoli, mediatrice lunare tra l’uomo e il mondo infero, archetipo di un’esperienza psichica universale. Il suo nome viene dall’acqua, e spiega la coda pesciforme: in sanscrito sri è l’acqua che scorre (ma come verbo vuol dire anche partorire), e sira è acqua, sorgente, mentre srip significa strisciare e sarpa serpente (come non pensare alla biblica Eva?). Le Sirene studiate da Bernardini nelle pievi toscane si tengono le due code divaricate con le mani e hanno sul viso un sorriso, altre volte si pettinano, una mostra perfino un pettine e uno specchio. Infine, a dimostrare il suo ruolo propiziatorio, nella lunetta del portale nella basilica romanica di Santa Maria a Tuscania, la Sirena tiene in alto tra le braccia due tralci di vite, l’Albero sacro della Vita.  
 
Di capitelli nelle chiese del periodo romanico con l’effigie della sirena bicaudata la psicoanalista junghiana Iolanda Stocchi ne ha trovati più di 500, girando per tutta Europa lungo il Cammino di Santiago. E al tema che l’appassiona da trent’anni ha dedicato tre studi: Il silenzio delle Sirene, in due edizioni, Figurazioni della psiche femminile e Se il maschile non ascolta il canto, e un terzo, bilancio della sua pratica analitica: Immagini, mito e poetica della clinica, Per una psicoanalisi al femminile. “Ne ho trovate in mille fogge. Perfino una incoronata nella cattedrale di Puy-en-Velay, in Francia, un’altra scolpita sopra Cristo… Sono la storia muta del sapere femminile scritta sulla pietra, che si ritrova anche nei siti celtici, nelle grotte preistoriche. Le Sirene sono state vittime di una diffamazione non solo mitologica ma anche psicologica da parte della cultura patriarcale. Sono considerate l’Anima divorante, l’Ombra del femminile. Ma perché cogliere solo questo lato”, si chiede Iolanda Stocchi. “E da che cosa ci difendiamo denigrandola. Che fine fa il femminile se viene osservato con uno sguardo che ne sa cogliere solo l’ombra? Vola via come nei miti, e ne seguono disgrazie per tutti”. Nella Francia medievale divenne leggenda la fata Melusina, fata-sirena, sposa di un cavaliere. C’era un patto fra lei e il marito: il sabato non poteva incontrarla, perché era il giorno in cui nell’acqua del bagno le rispuntava la coda, il segreto che doveva proteggere. Ma un giorno lui aprì la porta, la vide, e lei fuggì. Una cattivissima sorte è anche quella della Sirenetta di Andersen, che dovrebbe essere una fiaba per bambini e invece è una nera storia misogina: alla sirenetta non solo viene tolta la voce, cioè la sua identità, ma soffre innumerevoli pene – tra cui quella splatter di tagliarsi la coda longitudinalmente per ottenere le gambe e poter amare il principe che aveva salvato da un naufragio, ma che alla fine sposa un’altra, scambiata per la sua salvatrice. 
 
Le Sirene di pietra non sono sempre solitarie, spesso nei bassorilievi sono in coppia o hanno accanto una corte di acrobati, monaci, pellegrini, uomini selvatici. “Nella mia pratica di psicoanalisi attraverso la tecnica delle sabbie ho visto come la figurina della sirena viene spesso accostata dai pazienti a personaggi maschili che rientrano in queste tipologie”, racconta Iolanda Stocchi. “Sono uomini diversi, non conformi alla disciplina dettata dall’approccio razionale: il saltimbanco è critico verso il potere, il viandante è lo spirito nomade, il selvatico è l’istintivo, il monaco il contemplativo. Le Sirene ci hanno a loro modo indicato la strada. Ci possiamo chiedere se in questo momento in cui è così forte il conflitto tra i sessi, questa eredità delle Sirene ci possa illuminare. Chiedendo agli uomini di ascoltarne il canto, per esempio, e accettare l’alterità del femminile, anche quella che si esprime con un no”.
Ritornando a Ulisse, ecco cosa scrive ancora Adriana Cavarero, citando il filosofo e musicologo Adorno, che aveva fatto dell’eroe greco quasi un pre-illuminista: “Lo strappo arcaico del canto delle Sirene è, al contempo, una primigenia espressione della natura esterna e un irresistibile richiamo, per piacevolissimo risveglio, della natura interna di chi l’ascolta. Si capisce così perché, secondo Adorno, la vittoria sulle Sirene, la rinuncia del Sé a dissolversi nel piacere del loro canto, prende la forma nell’uomo di una negazione della natura, per il dominio della natura esterna e su altri uomini”. Le Sirene, invece, operano nell’altra direzione: come divinità naturali riconducono il soggetto a quella naturalità dalla quale l’uomo si è allontanato. La scrittrice irlandese Jan Carson nel romanzo L’incendiario crea un personaggio tutto razionale che recupera il suo rapporto con la natura con un percorso magico. Ambientato negli anni terribili dei Troubles tra cattolici e protestanti, racconta di un uomo, diventato padre per caso dopo una notte d’amore con una sirena che si era infilata in casa sua per fare un bagno, per poi dileguarsi. Un giorno l’uomo si ritrova sulla soglia una neonata, sua figlia. La bambina è perfetta, ma ai primi accenni di quella voce inquietante, medita di ucciderla, è troppo diversa, troppo. Prepara tutto, è un medico, ma alla fine non ce la fa, e si dispone ad accordare la sua vita alla voce della sirena-bambina. Eccoci, allora, in attesa di archiviare lo smanettone supertecnologico aspettiamo di incontrare (senza troppa ansia) il selvatico o il saltimbanco. O magari il viandante per fare un po’ di strada insieme, Sirene permettendo. 

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