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Il diario

Il quaderno di Josep Pla, tra citazioni di Dante e frasi rubate dai bar del paese

Giulio Silvano

"Il quaderno grigio" è il diario del giornalista che va dal 1918 al 1920 ed è stato rivisitato dallo scrittore quasi anziano, creando così un dialogo silente ma percepibile tra le due età della vita. E ora anche in Italia si inizia a scoprire il grafomane catalano

E’ il 1918 e un giovane catalano torna nel paesello d’origine durante l’università che hanno dovuto chiudere per via dei contagi di spagnola. Il ragazzo è molto più felice lì che non a Barcellona. Lì può assaporare la vita di un tempo, in quella regione, l’Empordà, che è “terra di persone irruente, di sventati, di scialacquatori, folli”, tra storie di anziani dal volto antico, eredità genetiche degli avi, messe la domenica e cibo dell’infanzia. Vero però anche che “quanto più è piccolo un paese, tanto più forti sono i danni causati dalla vicinanza delle persone”.

 

Sono le frasi di Josep Pla, il ragazzo che allora tiene un diario, e che poi farà della scrittura il suo mestiere: diventerà reporter, viaggerà mezzo mondo, starà per un po’ in esilio, e diverrà il più influente autore di lingua catalana, “enfant prodige del giornalismo”. Grafomane, la sua opera è raccolta in 47 volumi, e questo diario, Il quaderno grigio, Pla lo ritira fuori negli anni ’60 ormai avanti con l’età per usarlo quasi come una lunghissima prefazione al suo lavoro di una vita, un’introduzione. Il diario che va dal ’18 al ’20, è rivisitato dallo scrittore quasi anziano, creando un dialogo silente ma percepibile tra le due età della vita, le due diverse intensità, le due diverse ambizioni. Sarà la chiarezza letteraria che Pla ha sempre ricercato, ma c’è qualcosa di indefinibile a primo sguardo nella familiarità che troviamo leggendo le pagine del quaderno. C’è una calma, ipnotica, e un’alternanza rilassante tra alti e bassi, tra citazioni di Dante e frasi estrapolate dai bar del paese, tra pensieri infantili e complesse riflessioni, tra politica e natura. Molte le descrizioni appassionate del paesaggio, di una tartaruga che litiga coi cani nel cortile, delle piogge, del mare. Tutto quanto poi è condito dalla modestia: “Penso a lungo a questo inutile quaderno. Mi sarei perfettamente potuto risparmiare quasi tutto quello che contiene”. E allo stesso tempo resiste la presa di coscienza su chi è davvero: “A vent’anni, ho comprato più libri dal leggere delle ultime dieci o dodici generazioni della mia famiglia”. “Il quaderno grigio è un libro misterioso”, scrive nell’introduzione Andrés Trapiello.

 

Appena uscito per la prima volta in Italia per Settecolori (che arricchisce un catalogo sempre più prezioso) ci chiediamo: perché Josep Pla, morto nel 1981, non compariva prima nelle nostre librerie? E’ forse perché era stato visto come difensore del franchismo non avendo scelto di stare con i repubblicani? Pla voleva una soluzione pacifica nel percorso verso la democrazia, non una guerra civile, voleva un’evoluzione non violenta del regime. E forse è anche la leggenda che nasce intorno a lui a non aiutarlo, dato che si pensava che nei suoi viaggi tra Grecia, Italia, Balcani e il porto di Marsiglia, agisse proprio come spia di Franco, coperto da un impermeabile alla Humphrey Bogart. Con Il quaderno grigio – tradotto da S. M. Ciminelli – si spera si apra alla pubblicazione dell’opera totale. O se non altro, almeno dei reportage di viaggio, come quello che Pla fece in Israele nel 1957, quando lo stato era nato da pochissimo e si costruivano le città nel deserto. Pla, vero uomo novecentesco, preferiva viaggiare in nave, su grosse e lente petroliere, in modo che al ritorno potesse scrivere con calma quello che aveva visto senza esser infastidito dai turisti.

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