il rifiuto

Baldovino: il Re che abdicò per difendere la vita

Alberto Galimberti

Fulvio Fulvi racconta nel suo libro la parabola di un sovrano che, pur rimanendo fedele alla sua corona, scelse di abdicare piuttosto che firmare una legge sull’aborto

In Baldovino. Il Re del gran rifiuto (Ares, 144 pp., 16 euro), Fulvio Fulvi racconta la storia di colui che potrebbe diventare il quarantacinquesimo sovrano proclamato santo dalla Chiesa cattolica: il primo e l’unico re del Ventesimo secolo a salire agli onori degli altari. Sul trono del Belgio per quarantadue anni, Baldovino abdicò piuttosto di promulgare il provvedimento che autorizzava l’interruzione di gravidanza entro le prime dodici settimane dal concepimento. Rivendicando il diritto di seguire la propria coscienza e rispettando i doveri costituzionali di capo dello stato. Un gesto clamoroso, una rinuncia inaudita. Scelse il coraggio di cedere la corona anziché controfirmare “una legge omicida”, come ha ricordato Papa Francesco, il 28 settembre 2024; chiamando “sicari” i medici che praticano l’aborto e annunciando l’avvio del processo di beatificazione.

   

In punta di penna, Fulvi ripercorre la parabola intima e istituzionale del monarca, “un’esistenza illuminata da una fede incrollabile e da un senso profondo d’umanità”. Il quinto sovrano della dinastia dei Sassonia-Coburgo-Gotha è timido e riservato, mai remissivo. Devoto alla Vergine e dedito alle opere di carità. Protagonista di una vita costellata di dolori e tragedie, ma scandita anche da scorci sereni e felici decisioni per il regno. In principio, l’infanzia segnata dal trauma della perdita della madre Astrid, dalla prigionia nel castello di Laeken (sorvegliato dalle SS) e dall’esilio in Svizzera. Quindi, il rientro in patria sancito dal referendum e l’intronizzazione a ventuno anni. Con lui il Belgio volta pagina. Baldovino governa tensioni sociali ed economiche; promuove la pacificazione tra fiamminghi e valloni; incoraggia l’indipendenza del Congo, l’ingresso nell’Unione europea e l’adesione all’Alleanza atlantica. Lo scettro, però, porta delle spine. La più acuminata è quella congolese, retaggio della sanguinaria politica coloniale del prozio Leopoldo II che causò milioni di morti. All’ombra del santuario di Nostra Signora di Lourdes, invece, si innamora della futura consorte, regina Fabiola: “Baldovino e sua moglie furono un luminoso faro per i belgi, uno strumento di speranza per il popolo nei momenti più difficili”. Il matrimonio non conosce la gioia di un figlio, la grazia di un erede; eppure l’affiatamento della coppia resiste, alimentato dalla preghiera, dalla lettura della Parola e dalla partecipazione all’Eucarestia. Infine, nella primavera del 1990, il “no all’aborto” che scolpisce Baldovino nella Storia. Un dilemma lacerante, sciolto nel silenzio della coscienza e nella somma dei consigli ricevuti dal padre cappuccino Stanislao Santachiara, dalla filosofa Simone Weil, dall’allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede Joseph Ratzinger e dal genetista Jérôme Lejeune, amico di Papa Wojtyla. Lo stesso san Giovanni Paolo II, nel giugno del 1995, elogiando la sua “eccezionale pietà cristocentrica”, definì il sovrano cattolico “un grande difensore del diritto alla vita del nascituro”. Fu re, infatti, secondo il cuore di Cristo e degli uomini.

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