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"La donna della domenica" e il ritratto di Torino in un interno

Claudia Giunta

Cinquant’anni fa il romanzo di Fruttero e Lucentini divenne un film che, incredibilmente, reggeva il confronto con il libro: un giallo che attraversa la società torinese degli anni '70 con ironia e personaggi memorabili

Per me "La donna della domenica" di Fruttero e Lucentini è uno dei grandi romanzi del ventesimo secolo, nonché il libro che consiglio a tutti gli intelligenti quando hanno bisogno di essere intelligentemente intrattenuti in un momento di stanchezza, sfiducia nei confronti del mondo, malattia non invalidante: insomma un rarissimo esempio di AQL (Alta Qualità Letteraria) + SA (Sapienza Affabulatoria). E il totale è questa chimera: la felicità del lettore. 

Motiverei volentieri queste iperboli (ah, la misura perfetta delle descrizioni, l’orecchio assoluto per i dialoghi, il talento nell’etopea, cioè nella caratterizzazione dei personaggi, il radar sempre attivo per captare i minimi segni di stupidità, di snobismo: F&L erano proprio i nostri Flaubert), ma qui anziché del libro bisogna parlare del film, che usciva al cinema esattamente mezzo secolo fa (adesso lo vedete comodamente su YouTube e su RaiPlay; occhio a non cadere distrattamente sul remake del 2011 che – direbbe la signora Tabusso – a va nen bin). 

Prima assoluta, scrive Giorgio Calcagno sulla Stampa del 17 dicembre 1975, al cinema Carignano (oggi soltanto teatro): “Sui biglietti d’invito si prescrive ‘abito scuro’ e nella sala, insieme con il regista Comencini, Marcello Mastroianni (Santamaria), Pino Caruso (il commissario De Palma), ci devono essere anche i veri personaggi del romanzo, dissimulati qua e là. Chissà cosa ne diranno domani, nelle case di collina o nei condomini della Crocetta”. In realtà nelle case di collina e del centro, perché in realtà di Crocetta (che era ed è il quartiere borghese di Torino), nel libro e nel film non ce n’è molta: stanno quasi tutti in un fazzoletto di città, fra Piazza Solferino e il Po, e i ricchi appunto nelle loro magioni collinari: Massimo Campi e genitori nella meravigliosa seicentesca Villa d’Agliè, con parco disegnato da Russell Page (oggi è luogo FAI, si affitta per ricevimenti d’alto bordo), le sorelle Tabusso nel signorilissimo quartiere di Cavoretto. 

Il film, incredibilmente, regge il confronto con il libro. Era già il parere degli autori, ovviamente presenti a quella prima al Carignano: “I due autori – scrive Calcagno – giunti alla tredicesima edizione del libro, quasi duecentomila copie in Italia, diciotto traduzioni in tutto il mondo, e ora in attesa di un nuovo rilancio con l’uscita del film, se ne dichiarano soddisfatti. Dice Lucentini: ‘Noi avevamo cercato di fare un libro scritto benino, rispettando le regole del giallo. Comencini ha fatto la stessa cosa sullo schermo’. E le battute aggiunte da Age e Scarpelli? ‘Sono divertentissime’, dice Fruttero; sembra quasi invidioso di non averci pensato prima lui”.

Naturalmente vanno perse tante cose, perché da quattrocento pagine fitte bisogna passare a un’ora e quarantacinque. Scrive sempre Calcagno che dopo dieci stesure Age e Scarpelli “avevano consegnato un copione per 4000 metri di pellicola: il doppio del film. Comencini ha dovuto tagliare e limare; ha sacrificato, con dolore, anche quei ‘balconi di via Peyron’ che danno spunto a una fra le pagine più belle del libro”. E sarà la pagina, anzi le pagine effettivamente molto riuscite in cui il commissario Santamaria va a trovare la madre e la sorella dell’assassinato architetto Garrone: che nel film di fatto non compaiono, e che nel romanzo fanno da controcanto piccolissimo-borghese al coro di facoltosi che occupa il centro della scena. E del resto è il destino dei tanti comprimari che fanno il colore del libro, e delle sottotrame che arricchiscono la trama principale. Leggendo La donna della domenica si ha l’impressione che dentro ci sia materia per altri quattro o cinque romanzi, tanto sono numerose e convincenti le diversioni; ma il film deve filare dritto verso la soluzione del mistero.


Però, pur perdendo molto, nel passaggio dal libro al film qualcosa si acquista, soprattutto per merito di un cast fenomenale. Mastroianni è ovviamente perfetto: blasé nell’esercizio delle sue funzioni, risoluto quando c’è bisogno di mettere al suo posto un sospettato impertinente (il mitico Ennio Antonelli), tenero nella sua infatuazione per Anna Carla Dosio, un po’ intimidito quando deve trattare con i due alto-borghesi Anna Carla e Massimo Campi. Jacqueline Bisset (Anna Carla) bellissima ma forse non così in parte, cioè sempre un po’ troppo assorta, algida, scostante, mentre la Anna Carla del romanzo è un’intelligente, charmante giovane moglie torinese che non tenderebbe MAI la mano al commissario per farsela baciare. Benissimo Trintignant. Ma le gioie più grandi vengono dai personaggi secondari. L’americanista Bonetto si vede poco, ma lo fa benissimo Franco Nebbia; il geometra Bauchiero lo fa Dante Fioretti, con l’accento torinese più convincente di tutto il film (e non soltanto l’accento: anche la cadenza, la pedanteria, la posa sfiduciata nei confronti della vita che traspare anche solo dai gesti). Pino Caruso fa il poliziotto siciliano a Torino e fa molto ridere (“Aaah, che bello! Sai questo come mi fa male?”, davanti al ventilatore regolato al massimo). E Lina Volonghi, si capisce. Ma le interpretazioni indimenticabili sono soprattutto due. A Claudio Gora bastano cinque minuti all’inizio del film, prima che lo ammazzino, per dare vita a un Viscido assolutamente memorabile: avido, guardone, erotomane, villano, che festa quando la macchina da presa lo inquadra in una pozza di sangue con il cranio spaccato. E Giuseppe Anatrelli, che pochi mesi prima, in Fantozzi, si era inventato un Calboni altrettanto memorabile (“Ci porti tre scotches, grazie!”), qui in pratica continua a fare Calboni interpretando il questore (“E mi raccomando: mano di seta in guanto di velluto”).


La città è la città. E’ la Torino meravigliosa di cinquant’anni fa. Cioè, dicevo, il centro di Torino, la periferia s’intravede soltanto dai finestrini della macchina che porta Santamaria e Anna Carla nel laboratorio del marmista Zavattaro. Con le automobili dappertutto, parcheggiate dappertutto, ma piccole, fruste, non gli idioti carrozzoni tirati a lucido che si vedono adesso, non i SUV incastrati nei vicoli del Quadrilatero. Faceva caldo, ma meno caldo di oggi: la sera in collina, dai Campi, non si può cenare fuori senza il golfino. E corso Galileo Ferraris e corso Stati Uniti, dove alla fine del film Anna Carla, pacificata, raccoglie l’amico Massimo, d’estate sono ancora così, deserti, dechirichiani, e sullo sfondo il monumento a Vittorio Emanuele II che da una pedana altissima sembra dirigere un traffico inesistente. Quanto agli interni, i Dosio stanno in un bel palazzetto moderno a due piani: via Bricherasio 12b, quasi angolo corso Stati Uniti. Pareti coperte da pannelli a fiori, affreschi, suppellettili esotiche: si vede che il marito viaggia molto per lavoro e che lei passa molto tempo a casa. Nel romanzo il commissariato non si vede quasi mai, invece Age e Scarpelli lo adoperano più di una volta come set per scene tra le più riuscite, anche e soprattutto grazie ai deliziosi comprimari che ho menzionato prima: che bello un mondo in cui la madre di un carcerato può fermare il commissario sulle scale e chiedergli “Ma dutùr, ma mio figlio esce o non esce?”, e lui risponde “Esce, esce”. L’epoca, primi anni Settanta, è il crepuscolo dell’ancien régime: onde il suo fascino, a guardarlo oggi. Ci sono ancora i telefoni di bachelite, i bar col biliardo, le conferenze con le diapositive e le luci basse, le sigarette Nazionali, i dialetti, le classi sociali. Gli scalpellini sono rozzi e volgari, gli impiegati sono pettegoli, i ricchi fanno cose da ricchi come affidare i bambini alla au pair francofona (l’inglese non si portava ancora, il cinese men che meno) o fare tre mesi di vacanza; dal barbiere ci sono i giornali porno, alle cameriere si dà del tu. E’ il mondo fatato di prima del digitale. Negli uffici si lavora con la macchina da scrivere e con la penna, gli architetti vanno in giro con grossi tubi che contengono mappe e progetti di carta; che un ristorante è chiuso lo si scopre una volta arrivati sul posto. I tempi sono dilatati: sia quelli del film sia quelli dell’esistenza: al suono flemmatico della colonna sonora di Morricone si cammina svagatamente per strada, si sta a lungo a tavola coi colleghi (o con gli indiziati), si fuma tanto, si va al cinema di pomeriggio. Parte della gioia spensierata che trasmette il film si deve a questa atmosfera da mondo di ieri: nessuno poteva immaginare, per citare il Poeta, what kinda shit was about to go down. Non tanto la violenza del terrorismo o della mafia quanto la violenza, la repentinità della trasformazione nel mondo morale e nei costumi. Presto neanche i commissari avrebbero indossato il completo e la cravatta, d’estate (come gli spettatori della prima al cinema Carignano); presto la servitù fissa, persino nelle case dei ricchi, sarà un ricordo.


Guardato con gli occhi di oggi, il film è politicamente scorretto quanto e più del romanzo. Prende in giro i poveracci (la coppia di camerieri sardi che ruba le cicche dei padroni e fa la spia alla polizia), i meridionali (i sardi suddetti, l’agente siciliano, il ragazzotto anche lui siciliano che all’inizio del film vuole difendere l’onore della cameriera insidiata da Garrone, il giovane calabrese con sombrero tinta arcobaleno che compra dischi indie al Balôn, eccetera), le donne soprattutto se anziane, soprattutto se zitelle, soprattutto se sono ricche (“Più stanno bene più sono puttane”, sintetizza il cameriere dei Dosio in un momento di irritazione); e poi ovviamente gli omosessuali: non solo Lello, il compagno di Massimo Campi, ma anche il parrucchiere di grido, incredibilmente interpretato dal truccatore di grido Gil Cagné. Mancano solo i neri, perché a quel tempo non ce n’erano in giro per Torino. 

L’emancipazione femminile non è nei radar. Nessuna delle donne del film lavora o ha lavorato in vita sua: non Anna Carla, non le Tabusso. Chiacchierano di niente, fanno l’uncinetto, giocano a giochini scemi coi loro amici, si annoiano (Anna Carla: “Allora sospetta di me!? E quand’è che m’interroga? Dimmi, quand’è che me lo farai conoscere? E’ la prima cosa emozionante che mi capita da quando ho bucato una gomma quattro anni fa, in piena notte sulla strada di Biella”). E vanno dal parrucchiere spesso, e qui si ritrovano tra habituées. Un bel commento alla scena dal coiffeur potrebbero essere queste righe acide di Ceronetti nel capitolo Le Torinesi della Musa Ulcerosa (scritte a tutt’altro proposito ma anch’esse nel 1975, stesso anno del film): “L’idolatria del capello a posto le conduce con la frequenza di un tic nervoso dal parrucchiere, e chiunque sappia maneggiare un pettine, paralizzare l’ondolio del crine, fa affari con loro. Non penso che questo succeda per consapevolezza dell’importanza erotica e magica del capello: volerlo così ferocemente a posto indica piuttosto un riflesso maniacale, probabilmente una disperata vergogna di quegli atti illegali, intimi in eccesso, che lo scarruffano”.


Infine, e soprattutto. Lavorando nell’editoria negli anni Cinquanta e Sessanta, tra Torino e Milano, Fruttero e Lucentini devono aver incontrato un numero esorbitante di cretini cólti, una razza di cretini particolarmente insidiosa perché generalmente è convinta di essere il sale della terra. Un po’ di questi cretini intellettuali li hanno messi nella Donna della domenica, che anche sotto questo aspetto è quasi un unicum nel recinto delle patrie lettere, dove cane non mangia cane. Nel libro, l’americanista Bonetto è uno dei personaggi più memorabili: vive con la madre, cerca di rimorchiare un’ospite americana molto chiassosa, sorride di fuori ma dentro è róso dall’ambizione e dall’invidia, e medita una risposta di fuoco a un collega che ha parlato male dei suoi studi su una qualche oscura rivista accademica. Chiunque lavori nell’università ha in mente almeno una mezza dozzina di Americanisti Bonetto.

Di questo sarcasmo sugli intellettuali resta qualcosina anche nel film, ma non molto: Bonetto appare e scompare in fretta, e attorno all’antiquario Vollero si raduna un piccolo clan di viziati perditempo che “intellettuali” non si possono davvero chiamare. Ma francamente: non sarà alla fine un prodotto della pseudo-cultura, una mezza Bovary, proprio Anna Carla, che si ostina a dire “Baast’n” al posto di “Boston”, e per tenere il punto è disposta persino a perdere un amico? “La pronuncia corretta è ‘Baast’n’, e quindi faccio benissimo a dire ‘Baast’n’ e non ‘Boston’. Perché è giusto, è logico, e soprattutto mi viene naturale di dire ‘Baast’n’. Non è un’affettazione da mezza calza”. E se invece fosse proprio così? Se Anna Carla, la deliziosa bon chic bon genre della Torino industriale, la nullafacente Anna Carla Dosio, col suo uncinetto e la sua messa in piega laccata, fosse un po’ una mezza calza?
 

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