Tra fumetti e canzoni: la metamorfosi musicale di Labadessa
Dalle vignette che hanno conquistato una generazione alle canzoni che ora vibrano sul palco: Mattia Labadessa ci racconta il suo percorso artistico, in un viaggio intimo che attraversa l’illustrazione e trova nella musica il modo di dare forma a ciò che non si lascia afferrare dalle immagini
Poche storie: se siete della generazione che oscilla tra i 20 e i 40 anni, è praticamente certo che almeno una volta vi siate imbattuti e abbiate empatizzato con una delle vignette di Labadessa. Una serie di illustrazioni, strisce e racconti con sfondo giallo e con protagonista un uomo uccello dalla testa rossa che, negli anni, hanno spiccato per essere riuscite a catturare in maniera straordinariamente accurata la voce di un disagio generazionale diffuso, tra dubbi esistenziali, paranoie e tenerezza emotiva. Delle opere esplose grazie alla viralità del web e anche per questa capacità dell’autore di farsi portavoce di pensieri che spesso è difficile esprimere ad alta voce.
Però, proprio come un uccello che cambia le sue piume, ora anche Mattia Labadessa è un artista che sta cambiando forma, crisalide che dalle vignette diventate icona generazionale si sta ora orientando verso uno scenario musicale popolato di suoni e canzoni che portano sul palco lo stesso misto di ironia, disagio e grandi domande, ma attraverso un linguaggio nuovo.
Lo abbiamo incontrato a Roma, al Monk, nella prima tappa del suo nuovo tour, quando la sua musica ha inaugurato la giornata d’apertura dello SprEco Festival organizzato da IndiePanchine. In questo contesto, il suo live diventa il punto di partenza perfetto per parlare di trasformazione, di contaminazione e di una scena musicale sempre più ibrida. Interrogandosi su come un illustratore possa trovare una seconda voce nella musica, su come le immagini possano prendere vita in nuovi suoni, e su cosa significhi portare sul palco, davanti a un pubblico nuovo e uno già fidelizzato, le stesse fragilità che per anni sono state vissute ed espresse dentro alle vignette.
Mattia, sei nato come illustratore con un linguaggio super riconoscibile, poi sei andato virale sul web… Adesso sei anche un cantautore con dei singoli attivo, e un tour in partenza. Se ti guardi dall'esterno, adesso quale vedi come “lingua madre”? L'illustrazione o la musica?
Mi spiazza un po' questa domanda, perché in realtà non ho mai pensato davvero a quale aspetto prevalesse sull'altro. Alla fine sono due aspetti del mio modo di comunicare: c'è la musica e ci sono i disegni. In realtà posso dire che i disegni “c'erano”, dato che sto disegnando molto meno di quanto stia scrivendo canzoni e pensando alla musica, quindi forse probabilmente in questo momento la musica sta prevalendo. Non è proprio una scelta mia però, è più una cosa che mi sono ritrovato a fare per caso… come tutto, d’altronde. È pubblicando per gioco le canzoni che le persone hanno cominciato ad affezionarsi tanto ai pezzi e a volermi ascoltare live. E questo è assurdo perché secondo me non so cantare! [ride n.d.r.] Questo grande mistero forse prima o poi lo risolverò, e forse probabilmente proprio in questo preciso istante della mia esistenza in cui sto per fare la prima tappa del tour, sto per fare dei concerti veri, e in cui forse la musica sta vincendo sul disegno. Ma secondo me è una fase, ci sarà una sorta di montagna russa tra i due mondi, sempre.
Ecco è bello come ora ci sia una specie di doppio pubblico: c’è chi ti conosce già come fumettista, c'è chi ti scoprirà invece prima come cantautore. Cosa ne pensi della nuova percezione, e del fatto che possano esserci diversi canali di accesso alla tua arte?
Sì, infatti è strano! Ci sono moltissime persone che mi hanno scoperto prima come cantante e poi solo dopo come fumettista, che per me comunque è un percorso che va avanti già da un po' di anni e inizialmente mi sembrava un'assurdità! Nella mia testa io pensavo di essere percepito come “il fumettista che si è messo a fare per gioco le canzoni”, e invece ci sono moltissime persone che mi seguono solo per la musica e a cui non frega proprio niente dei miei fumetti o dei miei disegni.
E ti dispiace un po’ questa cosa?
No, anzi è divertente! Mi piace molto che ci siano dei nuclei diversi! Mi piace anche però ovviamente che ci sia qualcuno che invece apprezza proprio tutto il mio linguaggio, se possiamo chiamarlo così. Forse sarebbe meglio dire “il mio mood”, che si ritrova sia nei fumetti che nella musica, ma anche se faccio una cosa in 3D o un'illustrazione su una lattina. Io ancora non mi sento un cantatore devo dire… Mi pare quasi brutto dirlo, perché mi sento più semplicemente uno che sta cantando.
L'hai detto anche tu spesso, la musica è stata sempre fondamentale anche nelle tue illustrazioni e ha accompagnato anche il tuo processo creativo dal punto di vista di disegno. Adesso che più che ascoltarla fai musica in prima persona, com'è cambiato il tuo modo di disegnare invece?
Adesso quello con il disegno per me è un rapporto un pochino conflittuale che sto cercando di risolvere col tempo e con un po' di pazienza. Sai, se hai disegnato per 25 anni filati, soprattutto ossessivamente come facevo io, quasi da non riuscire a uscire di casa senza avere un foglio e una penna appresso, anche da piccolissimo, arriva un momento in cui inevitabilmente finisci un po' nel mondo dei dubbi. Anche finendo con il sentirsi persi, un pochino. Quindi, se penso a come disegno, ora non riesco più a parlare come un tempo di processo creativo: se prima effettivamente c'era ed esisteva, e c'erano anche dei rituali che seguivo per mettermi a disegnare, per creare qualcosa, adesso invece mi deve proprio capitare la giornata in cui ho voglia di prendere la penna in mano, tutto senza sentire l'ansia addosso. Quella che non mi fa fare nemmeno un tratto sul foglio.
Per la musica invece allo stato attuale per me è tutto molto istintivo: non esiste una vera strategia dietro al mio modo di fare canzoni. Lo ripeto: io non capisco nulla di musica, non ho studiato, quindi accade semplicemente che all'improvviso quando mi sveglio la mattina o mentre mi addormento la sera comincio a canticchiare una canzone che ho in testa. Se vogliamo prenderla sul poetico, diciamo che quello che c'è è un sognatore che sta facendo finta di fare il cantante… e ogni tanto caccia fuori una canzone.
Tu sei un esempio lampante delle potenzialità che possono esserci nel mondo artistico sui social: tu sei esploso proprio sul web, sei diventato iper-virale e ti questo linguaggio ti ha accompagnato proprio nel farti intraprendere una vera carriera nel mondo dell’illustrazione e del fumetto. Però è vero anche che lì è tutto molto veloce, molto rapido, la gente non ascolta… Contrariamente a quello che serve nel mondo della musica.
Non credo di aver portato molto del linguaggio del web all’interno del mio mondo musicale. Certo, sono sempre io e quindi il mio modo di comunicare è quello, però “l'universo dell'Uomo Uccello” che disegno e la musica che faccio sono due entità separate. È come se io stesso fossi spaccato a metà tra l'identità che mi sono ritrovato addosso per i fumetti, che è appunto un uccello antropomorfo, e invece quello che sono io sul palco. Lì sopra ci sono io, non c'è un disegno.
Ecco com’è stato togliere questo “filtro” nei confronti del tuo rapporto con il pubblico, esponendoti direttamente?
In realtà continuo a viverlo male. Non è stato facile e non è facile tutt’ora perché, esattamente come non ero fatto per i grandi numeri che ho fatto sui social, non sono fatto nemmeno per stare a cantare sul palco davanti alla gente. Puntualmente sudo come un pazzo, prima di salire ho lo stomaco a pezzi, soffro, mi sento giudicato e mi sento stupido… E inoltre, il fatto che sul palco indossi quasi sempre occhiali da sole mi fa pensare che è come se in qualche modo anche lì stessi creando un altro personaggio: gli occhiali in quel frangente mi fanno sentire più protetto.
Però allo stesso tempo, quando scendo dal palco, mi sento una piuma: mi sento leggerissimo, mi sento felice… quindi probabilmente la vera risposta è che mi sto vivendo questa cosa bene e male allo stesso tempo.
Una cosa che ha sempre colpito molto è come nelle tue opere fumettistiche si parli tanto di ansia, di malinconia, di precarietà, di nichilismo ma anche di dolcezza quotidiana e di tenerezza. C'è questo bilanciamento molto bello tra luce e ombra, tra serenità e tristezza. Questi temi si trovano anche nelle tue canzoni, ma cosa hai portato all’interno del linguaggio musicale che non riuscivi a racchiudere all’interno della gabbia fumettistica?
Guarda, se vogliamo pensare proprio a me, è esattamente come per i fumetti: anche nella musica parlo di cose che ho vissuto. È bello poter parlare della tua paura di morire, o di una storia d'amore che ti ha dato tantissimo e che poi ti ha lasciato a pezzi. E se è bello disegnare queste cose è ancora più bello cantarne perché a differenza dei fumetti, che una volta che li hai fatti e li hai pubblicati stanno lì e non devi riprodurli nuovamente, le canzoni le devi cantare, ricantare, ricantare, ancora e ancora. È come rivivere tante volte quelle stesse cose e c'è effettivamente un effetto catartico in questo. È un qualcosa che non avevo mai vissuto con i fumetti, e invece con la musica sì. Se quelle cose, quei pensieri, li ho fatti diventare una specie di fiaba con i fumetti, un racconto lontano, perduto, forse la musica mi ha aiutato invece a vivermi meglio la merda e il dolore, senza distanziarmene.
Parlare di contaminazione di immaginari è sempre bello, e come hai detto tu adesso tieni separate le due cose, il fumetto e la musica. Però inevitabilmente voglio cercare di trovare anche delle connessioni in un immaginario artistico in qualche modo fa parte di te e che si parla. Il giallo, per esempio, è una chiave distintiva della tua produzione: se dovessi tradurre questo colore con un ritmo, uno strumento, una melodia, come suonerebbe?
È senza ombra di dubbio una chitarra. Qui ti do una risposta diretta, senza alcuna esitazione: il giallo è molte cose, e se nella mia testa sa tanto anche di domenica, ad esempio, suona proprio come una chitarra. Una chitarra leggera, che non ti infastidisce, che ti accompagna, con un po' di vento che soffia sullo sfondo mentre pizzichi le sue corde.
Mentre credi che un domani ci possa essere un “andare e venire” di Labadessa tra fumettista e musicista, e che ci possa essere addirittura una compenetrazione tra le due cose?
Se riuscissi ad organizzarmi a fare qualcosa con almeno due settimane d'anticipo sarebbe già in traguardo. Però il mio stile è fare sempre un po’ le cose a caso: credo che nel caso ci sia nascosto il mistero della vita, dell'universo in generale. Prima o poi però probabilmente unirò le due cose: penso ad esempio a un video musicale disegnato da me, sarebbe molto carino e divertente. Allo stesso tempo sarebbe un lavoraccio, quindi forse non lo farò mai. Comunque sì penso che prima o poi probabilmente questi due mondi si fonderanno in qualcosa, che possa essere banalmente un’espressione della mia vita nella sua interezza In un modo o nell’altro c’è sempre uno scambio tra il mio io che vuole disegnare e il mio io che vuole cantare.
E in questo percorso, che piani ha il Mattia Labadessa del presente?
Voglio sviluppare senza dubbio ancora questo progetto musicale: magari, più che cacciare fuori singoli uno dopo l’altro sparsi negli anni vorrei concentrarmi sul fare un disco. Un album vero, inteso come un progetto che abbia un senso e un racconto che non sia solo fatto di sprazzi ma che costruisca una storia. Una storia bella lunga, tortuosa, nella quale devi faticare e che ti porti ad arrivare all'ultimo pezzo che stai sudando, che non ce la fai quasi più. Certo, meglio per i motivi che intendo io, ovvero che questa roba ti piace e ti prende emotivamente e non perché ti stanno scendendo… [ride n.d.r.]
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