George Stainer (foto di Leonardo Cendamo per Getty Images)
Potere e linguaggio
Quando l'arringa difensiva del redivivo Hitler indignò gli intellò di mezzo mondo
Tra memoria autobiografica e indagine filosofica, George Steiner ha trasformato il trauma del Novecento in una riflessione radicale sul potere delle parole: un viaggio nelle ambiguità del linguaggio, nelle sue trappole e nei suoi abissi
George Steiner (1929-2020), uno dei più brillanti critici dell’ultimo secolo, era figlio di ebrei austriaci che gli hanno trasmesso il valore dei classici (a cinque anni impara il greco antico leggendo l’Iliade perché il padre gli racconta che non esistono traduzioni in tedesco) e l’importanza delle lingue (la madre parlava inglese, francese e tedesco e il figlio ha raccontato di come iniziasse una frase in una lingua per finirla in un’altra). Steiner cresce così nell’alveo della straordinaria cultura ebraica mitteleuropea pronta a essere spazzata via dall’avvento del nazismo e sarà proprio l’ascesa di Hitler a costringere la famiglia a rifugiarsi negli Stati Uniti. E’ indubbia la rilevanza avuta nella sua formazione dall’addio forzato all’Europa, appena un mese prima dell’occupazione di Parigi che portò alla morte di quasi tutti i bambini che frequentavano la sua classe, e infatti uno dei suoi primi saggi, "Linguaggio e silenzio", ruota proprio attorno alla funzione della cultura in un mondo in cui sono state possibili le barbarie dei totalitarismi. Linguaggio e silenzio indaga le frizioni tra “il linguaggio, la politica e il futuro della letteratura” e “le pressioni esercitate sul linguaggio dalle menzogne totalitaristiche e dalla decadenza culturale” attraverso un filtro che non può fare a meno del trascorso autobiografico che fa sentire ancor di più a Steiner l’urgenza di una riflessione sullo spazio che separa le parole dal loro significato e dalle azioni.
Sempre segnato da questa urgenza interpretativa e da spinte autobiografiche (“i discorsi di Hitler hanno punteggiato la mia infanzia”, ha raccontato) è Il processo (Garzanti, traduzione di Donatella Abbate Badin), un romanzo che al suo apparire nel 1981 fece gridare allo scandalo critici e giornalisti con il New York Times che lo definì, senza mezzi termini, “osceno”. Il processo racconta di come, trent'anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, un gruppo di cacciatori di nazisti catturi, in Amazzonia, Adolf Hitler: l’aspetto più indecente per molti lettori sta nel modo in cui Steiner ha dato voce a Hitler che pronuncia una feroce arringa difensiva con domande provocatorie (“è stato l’Olocausto che vi ha dato il coraggio dell’ingiustizia”, “le mie dottrine le ho prese da voi”) e senza nessun contraddittorio (“mi ha fatto venire il voltastomaco”, scrisse un recensore, ma lo stesso accade, per esempio, anche con il Grande Inquisitore nei Fratelli Karamazov).
L’attenzione di Steiner è però sulle trappole del linguaggio e su come questo riesca a sobillare un popolo pronto a credere a tutto: il libro stesso è la riuscita messa in scena di come le parole possano costruire una finzione convincente (con Hitler che si immedesima in Sabbatai Zevi, il falso profeta che proclamò l’avvento di una nuova era messianica a patto di abbandonare e trasgredire la legge, protagonista del romanzo Satana a Goraj di Isaac B. Singer) e offre una prova plastica del lavoro manipolatorio di Hitler sul linguaggio, plasmato come una materia magica in grado di imbrigliare e ingannare. Si dice che ogni grande scrittore sia abitato da un unico demone a cui tenta di dar voce e sostanza attraverso le sue storie: l’interesse di Steiner per la relazione tra potere e linguaggio, tra significante e significato (“La parola significa. E ben questa / è la sua morte”, ha riassunto splendidamente Tommaso Landolfi), ha punteggiato tutta la sua opera e la radicalità di questa interrogazione ne fa un tesoro per chiunque si chieda quale sia il valore del linguaggio in un presente zavorrato da parole effimere e dall’ignoranza intesa come una virtù.
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