Intervista
Nuove frontiere dell'editoria, dentro e fuori dal politicamente corretto. Parla Stefano Mauri, ad di GeMs
Una ricerca sul rapporto tra “lettura e felicità” e il dato sorprendente dei giovani che tornano al libro di carta. La fame di storie nell’epoca delle serie tv, il boom del genere “romance” veicolato da TikTok, il rapporto ancora incerto con l’AI. La sbornia woke e la scalata di Vannacci. Parla il vertice del colosso milanese
Vent’anni di storie, vent’anni per “raccontare senza limiti”: un mese e mezzo fa, a metà ottobre, il gruppo editoriale Mauri Spagnol (GeMS) ha festeggiato le sue prime due decadi regalandosi una ricerca sul rapporto tra lettura e felicità, condotta dal Centro studi su “Mercati e relazioni industriali” dell’Università Roma Tre. Ne sono emersi dati sorprendenti sul potere rigenerativo dei libri, chiave magica nella vita di relazione nonostante la loro storica capacità di essere compagni apparentemente inanimati della e nella solitudine. Anche se i personaggi dei romanzi, infatti, non escono dalle pagine come usciva dallo schermo il protagonista de “La Rosa purpurea del Cairo”, vecchio film di Woody Allen che ha reso omaggio alla fantasia di ogni lettore e spettatore, quello di trovarsi a passeggiare con l’eroe e dall’eroina del racconto, la lettura, dice la ricerca, è una “pratica protettiva e universalmente benefica” che “allena la mente e rafforza il cuore”. Addirittura, dicono i ricercatori, “chi legge abitualmente mostra livelli significativamente più alti di benessere soggettivo (presente e futuro), realizzazione personale, concentrazione e flessibilità mentale, felicità, senso del significato della propria vita, resilienza ed empatia. La lettura è associata positivamente a tutte le dimensioni della rigenerazione personale: cognitiva, affettiva e relazionale. I lettori si sentono più vicini alla migliore vita possibile, affrontano il futuro con più fiducia, si percepiscono più realizzati, concentrati e flessibili mentalmente. Sono anche più resilienti e hanno una maggior propensione a comprendere il punto di vista altrui e a partecipare alle emozioni degli altri”. Incuriositi da queste parole, e anche dai dati più materiali relativi alle dimensioni di GeMs – secondo gruppo editoriale italiano per quota di mercato, con 11 case editrici (la più antica fondata nel 1875) e 21 marchi editoriali, e con scambi con 130 paesi, 12mila punti vendita e store online, 15.819 e-book in catalogo, 28.972 edizioni cartacee in commercio e 315.353.244 copie vendute – abbiamo chiesto lumi al suo presidente e amministratore delegato, Stefano Mauri, anche ad di Longanesi e Garzanti e fondatore di Chiarelettere. Non solo: Mauri è tra gli ideatori del festival Bookcity a Milano, in sinergia con Piergaetano Marchetti.
Dove ci troviamo dunque in questo momento, dal punto di vista del mercato e della fascinazione editoriale, è la domanda, tanto più che la ricerca suddetta indica un inatteso fattore di predilezione per la lettura tra i giovani? La lettura, scrivono i ricercatori, “è percepita come cool soprattutto tra i più giovani (15-24 anni), “e l’intensità di lettura influenza la percezione di coolness e i comportamenti verso i social media”. All’aumentare dell’intensità di lettura cresce cioè “la percezione che leggere sia ‘cool’ e cambia il modo di vivere la socialità digitale”. Altro dato inatteso per chi, magari da genitore, si è spesso interrogato sull’atteggiamento utile da tenere per favorire l’abitudine alla lettura nel bambino e nell’adolescente: “L’incoraggiamento familiare incide più dell’esempio diretto dei genitori”, si legge nella ricerca: “L’alfabetizzazione alla lettura si configura come un processo intergenerazionale, fortemente influenzato dalle pratiche e dai modelli di lettura offerti in ambito familiare. Confrontando due azioni specifiche dei genitori, amare leggere e incentivare alla lettura, emerge infatti che, a parità di altre condizioni, l’incoraggiamento ha un impatto circa il 25 per cento più forte rispetto al semplice fatto che i genitori leggano”. C’è un’inversione di tendenza rispetto agli anni neri per la lettura? “In questi ultimi anni, dopo la pandemia”, dice l’editore, “è esploso in tutto l’occidente un mercato per lettori giovani, e proprio nel momento in cui i giornali, per qualche strana ragione, dicono che i giovani non leggono. Non è così: leggono più di prima e determinano parte delle posizioni in classifica in un modo che definirei vistoso rispetto a quello che accadeva nei trent’anni precedenti”. Il perché, dice Mauri, è legato paradossalmente all’azione dei principali indiziati dell’abbandono della lettura, i social, a suo avviso “straordinario strumento di passaparola, in particolare per i libri, perché i libri stanno diventando per i giovani una sorta di patente identitaria: chi legge quel determinato autore si sente parte di una comunità e, più in generale, chi legge romanzi si sente parte di una comunità ancora più grande. Perché i libri danno materiale per riflettere, per chattare, per esporre i propri sentimenti. Le giovani autrici che soddisfano queste esigenze nella categoria ‘romance’, per esempio, sono anche fortemente connesse ai propri lettori, e sempre grazie ai social”. Mauri la mette così: “Se esce il nuovo libro di un autore amato dai boomers, le vendite si distribuiscono un po’ nel tempo, nei primi tre mesi, di solito; se invece esce un libro di queste scrittrici, quotidianamente collegate online a una grande quantità di lettori, specie tramite TikTok, il passaparola si propaga in un attimo. E il social si fa amplificatore”. Quali altre categorie attirano lettori, in questo momento? “I manga, che hanno avuto un boom ai tempi del lockdown e ora si sono stabilizzati, sono un mercato nuovo. E, nell’ambito della categoria romance, vanno bene tutti i sottogeneri: romantasy, contemporaneo, storico. Segnalo un altro dato: tra i giovani, specie nella generazione Z, c’è molto interesse per il libro fisico, tanto che in Italia, Germania e nei paesi anglosassoni si sono moltiplicate le edizioni con taglio colorato e decorato e con lavorazioni raffinate in copertina: il libro è diventato un oggetto da fotografare”. Ma non eravamo destinati tutti al kindle perenne? “La generazione X, a mio avviso”, dice Mauri, “è stata in qualche modo vittima della propaganda che suggeriva costantemente che il destino dei lettori sarebbe stato l’e-book. Ed erano gli anni della grande diffusione dello smartphone, delle app, delle start-up. Una sbornia, qualcosa di simile a quello che oggi accade con l’AI. La generazione Z, invece, sembra interpretare il tempo dedicato al libro come momento della giornata opposto al tempo che si passa fissi sugli schermi: un momento dedicato al rapporto con se stessi, ma anche un momento collegiale”. In che senso? La lettura è percepita in genere come attività solitaria. “Non necessariamente. O meglio: lo era per boomer e generazione X, ma per molti ragazzi è gesto sociale. La socialità passa cioè anche attraverso i libri che si scelgono. E si moltiplicano le esperienze di lettura insieme: ci si ritrova nello stesso posto e ognuno porta il suo libro”. Magari poi, però, ognuno commenta il libro sui social, pur trovandosi nella stessa stanza. “Sì, ma sono libri diversi. Un po’ come quando si andava a studiare in biblioteca. Ma quello era un dovere condiviso, ora il libro condiviso è vissuto come piacere”. Tra gli adulti, invece, va bene, dice l’ad di GeMs, tutta la narrativa e in particolare la narrativa di genere: gialli, thriller e noir, categorie in cui si cimentano, dice Mauri, anche autori che prima scrivevano altro: “La struttura che porta il lettore a voler proseguire è vissuta come vincente. Anche per quanto riguarda gli audiolibri”. Non sono invece facili i tempi per la saggistica accademica mentre, dice Mauri, “se si guardano le classifiche, spesso sale quella di tipo giornalistico che sfiora la fiction, detta anche ‘narrative non fiction’: non paludata, non accademica, coinvolgente. Il terzo filone di sviluppo è legato al web e sfocia nel campo della manualistica: l’autore arriva cioè al libro come approdo secondario, dopo aver sviluppato una qualche abilità di fronte a un pubblico di follower: può trattarsi dell’ambito psicologico o culinario o della cura del verde. Arriva un editore, scova questi ‘talenti’ e li aiuta a costruire un libro attorno alla loro competenza specifica. Il libro poi spesso diventa una meteora in classifica, grazie a una community legata a quel contenuto e informata tempestivamente grazie ai social”. Il social si fa insomma “collega” per l’editore? “Più che collega, collante”.
Cambio di scenario: si registra nel mercato editoriale un’inversione di tendenza rispetto al surplus di politicamente corretto sviluppatasi negli anni precedenti? “Dal mio punto di osservazione”, dice Mauri, “a parte qualche autore particolarmente sensibile ai temi woke, in Italia e nei paesi latini questo tema non ha preso così tanto spazio. Non abbiamo avuto insomma l’esplosione woke che hanno avuto gli Stati Uniti, e neanche per fortuna la reazione. La sensibilità che anima il wokismo è giustissima, intendiamoci, ma ho l’impressione che a volte sia degenerata in gara a chi la complicava di più, rendendo difficile la messa in pratica. Ma in Italia, ripeto, non si è avvertita come nei paesi anglossassoni e nordici”. In Italia gli autori si sentono totalmente liberi di esprimersi? “A me pare di sì. Non si percepisce paura. La discriminante, e il comune denominatore sul confine da non superare, è il rispetto per le persone, ma all’interno di quel recinto ci si sente liberi di dire quello che si vuole. Poi chiaramente esistono i provocatori: vedi Roberto Vannacci, a volte anche Vittorio Feltri”. Vannacci è stato prima un caso editoriale, poi politico. “Dico che il caso Vannacci può anche essere considerato ripugnante, ma è la prova che stiamo parlando di un mercato estremamente aperto e libero. Vannacci è un autore auto-pubblicato che ha incontrato un enorme favore di pubblico. Succede di rado, ma qui non c’è, a differenza che in altri grandi mercati internazionali, quella cappa per cui soltanto il grande gruppo riesce a conquistare la cima della classifica. Quanto a libertà di espressione, insomma, in Italia siamo messi bene, anche se non si può dire altrettanto della legge sulla diffamazione. Sul web invece la libertà di espressione viene spesso declinata in modo secondo me privo di senso”. Ognuno scrive quello che vuole senza freni. “Senza freni e sotto anonimato. Ma quella non è libertà di espressione. Libertà di espressione vuol dire che non esiste una censura preventiva, però dopo che hai pubblicato quello che pensi devi assumertene la responsabilità. I genitori sono responsabili per i figli, ma non le piattaforme, per miope decisione di Al Gore e Bill Clinton che allora lasciarono mani libere a pochi detentori di un potere enorme”.
Visto da fuori, il libro, di carta o smaterializzato che sia, ha un rapporto molto stretto, forse più che in passato, con cinema e serie tv. Com’è cambiato il rapporto, se è cambiato? “Il web è diventato collante”, dice Mauri, “per la parte di popolazione che legge libri e poi va a teatro e nei musei. Gente che non passa ore sui social, ma che quando è sui social ha o cerca cose da dire, come testimonia la nostra ricerca. Il libro è più di prima inserito in un circuito multimediale che va dai podcast alle serie tv, anche perché la competizione tra grandi piattaforme di streaming porta a produrre continuamente nuovi film e nuove serie. Serie che si alimentano di storie, e i libri sono più grande serbatoio di storie che esista”. Qualche esempio? “Il caso esemplare di Erin Doom, ragazza poco più che ventenne che scrive una storia romantica e vende un milione di copie. A quel punto vengono comprati i diritti da un produttore italiano, con l’idea di farne una serie. Serie venduta poi a Netflix e balzata in cima alla classifica delle più viste nel mondo. Poi c’è il caso di Stefania Auci, maestra di sostegno di Palermo e autrice de ‘I leoni di Sicilia’. Il libro ha venduto molto, GeMS ha venduto i diritti a Colorado che, a sua volta, ha venduto la serie alla Disney, la quale ha stanziato un budget di 40 milioni di dollari per la prima stagione, praticamente ricostruendo Palermo. Un enorme investimento partito dalla penna di un’insegnante appassionata della sua isola. Come una palla di neve che diventa valanga”. C’è poi il caso dell’interdipendenza podcast-libro. Mauri fa l’esempio di “Morgana” di Michela Murgia e Chiara Tagliaferri. E del podcaster Stefano Nazzi che riempie i teatri. Un trend in crescita? “Lo storytelling è un aspetto sempre più presente nella società del benessere. E le grandi piattaforme lo hanno capito. E se, quando si parla di film, quello che interessa a un produttore è lo snodo della storia, quando si parla di serie tv quello che interessa sono i personaggi. Gli scrittori capaci di creare personaggi che quasi danno l’idea di poter essere toccati con mano sono quelli che hanno più speranza di vedere la propria storia trasformata in serie. Anche se spesso poi è complicato il rapporto tra scrittore e sceneggiatore: alcuni scrittori soffrono a vedere trasformata la loro creatura per una serie in cui serve una storia orizzontale per tutta la stagione e diverse storie verticali per i singoli episodi”.
Infine, eccoci all’avvento della AI. Con il libro è scambio di amorosi sensi o relazione complicata? “Emerge un tema”, dice Mauri: “Alcune piattaforme multimiliardarie hanno rubato degli e-book, e il furto è stato provato e addebitato in tribunale. Più difficile è provare o condannare l’utilizzo di materiale d’autore per l’addestramento di chat gpt. Dove mettere il confine? Il tema si pone con urgenza. E lo dico non essendo un conservatore. Però forse questa innovazione, arrivata come altre precedenti dopo migliaia e migliaia di anni in cui l’uomo è vissuto senza, potrebbe forse essere calata con più gradualità. Detto questo, ho letto qualche stroncatura di libri scritta con la AI, sul vostro inserto dedicato, e mi sono molto divertito”.
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