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Il Foglio Weekend

Ballando e zoppicando, da 18 anni Milly Carlucci guida la balera di Stato

Michele Masneri

"Ballando con le stelle" è tornato per il diciottesimo anno di fila. Poco trash, un cast un po’ ingessato, fiato grosso, risse che durano oltre lo spazio di un sabato sera. Per tutto il resto c’è la clinica Villa Stuart

È il varietà più longevo del sabato sera Rai, sono passati infatti diciotto anni da quando andò in onda la prima puntata, l’8 gennaio 2005: allora  al governo c’era Berlusconi, al suo secondo mandato, a sua volta l’esecutivo più longevo della Repubblica. Oggi “Ballando con le stelle” è ancora lì, stasera andrà in onda la quinta puntata della diciottesima stagione. I giudici e i concorrenti e l’orchestra che suona dal vivo sembrano rinchiusi in quello studio tipo Buñuel, o Titanic in ammollo nel Tevere, nella scenografia rossa e oro che potrebbe essere quella dei Telegatti al teatro Manzoni del 1985.


La sensazione di claustrofobia è fortissima non solo perché il programma va in onda da 18 anni ma anche perché ogni puntata dura oltre quattro ore, in totale un minutaggio enorme, dilatato, infinito. Nell’ultima puntata di sabato scorso, per dire, Lino Banfi (che ha annunciato la sua uscita) è stato protagonista di un segmento di venti minuti   (ma percepiti 20 giorni) in cui ha ricordato la moglie da poco scomparsa, poi i problemi di salute ai denti, con dovizia di particolari ortodontistici che Milly Carlucci vestita da corazziere-Goldrake ha tentato di arginare. Poi Banfi ha fatto un ultimo ballo, una specie di tango triste su “La cura” di Battiato, poi Banfi ha voluto dire ancora delle cose, poi c’è stato uno stacco pubblicitario e al ritorno Banfi era ancora lì. E’ un esperimento. E’ la tv che imita la vita, senza tagli, con tutta la noia dentro. 

     

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Insomma non ci vuole l’Onu, forse è ora di liberarli gli ostaggi di Milly, ma chi tratterà con Milly? Biden? Lei che dirige il varietà con piglio carabinieresco. Lei che sembra la Mariangela Melato ballerina in “Di che segno sei”, ma ben più carismatica. Lei che ha scovato  anni fa quel format inglese, “Strictly Come Dancing”, dove dei vip si prestavano a lezioni di ballo, e capì che del ballo forse non interessava nulla a nessuno, ma intorno c’era un mondo. Così internazionalmente lo show che spopola pure in America si chiama “Dancing With The Stars”, sull’esempio italiano.   “Le volte che seguo il programma”, ha scritto Aldo Grasso, “sono colpito dalla determinazione di Milly Carlucci, la Maria De Filippi che la Rai può permettersi (…): dietro il suo sorriso stampato si agita una dura e opaca volontà, quella del volere è potere”. Milly, immarcescibile, professionale, smaltata e compatta come una scultura di Jeff Koons, veglia sulla balera di Stato  badando a tutto, dalle musiche ai costumi, agli stacchi di regia, inflessibile con sé e con gli altri, raccontano al Foglio. Va avanti impettita nel suo bustino, giurano, che solo lei ancora porta, come testimonianza e trait d’union con la vecchia guardia, con un passato glorioso del varietà Rai. Antonella Falqui. E si tiene in piedi solo rifocillandosi di tè al limone (senza zucchero). Gli ospiti, prima di essere ammessi al programma, vengono avvicinati e testati in varie sedute di ascolto, e gran tempo è dedicato all’affiancamento con dei partner adatti. Poi solo quando lei dà il via libera si parte. Per loro inizia un calvario. Li sottopone infatti ad allenamenti quotidiani e data la non giovane età di tutti è pronto un fisioterapista dietro le quinte, mentre per ogni evenienza c’è una convenzione in atto con la vicina clinica Villa Stuart (specializzata in traumatologia). Il tutto accade nel suo teatro preferito, l’auditorium del Foro italico già caro alla Carrà. Anche questo segno di continuità.


Però 18 anni sono tanti e gli ascolti seppur buoni sono in leggero calo. Inimmaginabile un confronto con la prima stagione, altra èra geologica, la finale fece 8.150. 000 spettatori, pari ad uno share del 35,11 per cento. Però anche l’anno scorso le prime 4 puntate facevano di media 3,6 milioni di ascolti e 24.7 di share secondo una elaborazione ceRTA su dati Auditel per il Foglio.  Quest’anno invece gli spettatori sono 3.2 milioni pari al 22,6 per cento, in pratica hanno perso 2 punti in share. Naturalmente siamo solo alla quarta puntata e si potrà risalire, ma la sensazione è di stanchezza, di oppressione, l’effetto Angelo sterminatore è lì. La lunghezza micidiale dello show non è casuale ma  è fatta per contrastare la concorrenza di “Tu si Que Vales” (3,9 milioni e 27,9 per cento di share di media delle ultime due puntate) della eterna rivale Maria De Filippi, per combattere la quale il programma nacque. 

 

Tra la lunghezza in anni e quella in ore “Ballando” è una categoria metafisica a sé, è una stella (morta?) che ancora brilla in qualche galassia. Ci vuole Rovelli.  La durata percepita è tale anche per la mancanza di colpi di scena, e la mancanza di colpi di scena di quest’anno, spiegano al Foglio, si deve anche al fatto che “Ballando” (prodotto da Bibi Ballandi, vabbè) vede molti ospiti “coperti” dalla potente mano dell’altro super agente, Lucio Presta: dalla moglie Paola Perego, a Simona Ventura, al di lui marito o fidanzato Giovanni Terzi, quindi loro non sono “attaccabili”. E non si può certo colpire sacre icone come Lino Banfi.  A Ballando insomma non si può fare la rivoluzione perché ci conosciamo tutti, l’ha scritto pure Grasso: “E’ uno di quei programmi in cui tutti si conoscono: c’è Paola Perego che sta conducendo un mediocre programma con Simona Ventura, entrambe presenti. Ventura si è portata dietro anche il marito o fidanzato (…) È tutto così: c’è anche il figlio di Rocco Siffredi che cerca di spiegare le virtù educative del porno; c’è Ricky Tognazzi che ha sempre l’aria di fuggire da qualcuno o da qualcosa”. 


Così le risse sono minime, basiche, sterili, non decollano. Una riunione di condominio è più avvincente. Per dire: battibecco tra Teo Mammucari e Antonio Caprarica (quest’ultimo peraltro straordinario nei suoi samba con panciotto color panna e le celebri cravatte, vien fuori la disinvoltura accumulata negli anni d’oro da corrispondente Rai nelle sedi estere, chissà i balli nell’ambasciata a Mosca, dove ha conosciuto la moglie pianista). E Ricky Tognazzi se l’è presa col giudice Mariotto, che ha dato 5 alla sua signora.  Niente. Altri paletti imposti da Milly: gli ospiti non devono aver fatto altri reality (sempre più arduo nell’opera di riciclo continuo del mondo dello spettacolo); e poi naturalmente c’è il radar sulla  politica nazionale, per cui nell’edizione di quest’anno sono improvvisamente spariti i concorrenti maschi che danzavano tra loro: come la coppia dell’ anno scorso composta dall’ex campione di nuoto Alex Di Giorgio col ballerino Moreno  Porcu nella  “same sex dance” che era seguita a quella dell’edizione 2018, con  lo stylist Giovanni Ciacci e il  ballerino Raimondo Todaro. Quest’anno invece rigorosamente famiglie danzanti tradizionali.  Risultato, si crepa di noia. Certo, c’è stato un momento Rosanna Lambertucci, quando l’indimenticata autrice di “Più sani più belli” pareva aver avviato una piccola polemica mitomaniaca (“Io sono la storia della tv italiana…”), ma è finita lì. Lontane sono le risse tra Selvaggia Lucarelli e Iva Zanicchi, le polemiche con Luisella Costamagna….  I cultori del trash e del camp, utenza secondaria ma non meno importante di Ballando, sono delusi.

 

L’attenzione così si sposta sui giudici, ormai icone sacre della tv italiana, maschere eterne dell’infinito sabato sera, che straborda nella domenica mattina. Ecco lo straordinario Guillermo Mariotto, l’unico arbitro a esser lì fin dalla prima edizione, talmente imbullonato nell’arredo di quel finto teatro-saloon rosso e oro da sembrare un personaggio di “Nuovo olimpo”, il film di Ozpetek dove tutto è come congelato nell’eterna Roma degli anni Duemila, tra un disco di Mina e una terrazza a Trastevere. Lo stilista Mariotto secondo Wikipedia ha vestito “fra i numerosi personaggi, Raffaella Carrà, Beyoncé, Papa Benedetto XVI”. Sul sito della Rai si legge che “ha avuto l’onore di creare i paramenti sacri donati a Sua Santità durante la visita  ad Assisi, domenica 17 giugno 2007, in occasione dell’ottavo centenario della conversione di San Francesco”. Nel dicembre 2008 ha poi realizzato l’opera scultorea “L’Attesa”, esposta in occasione della Mostra dei Presepi organizzata nel Sacro Convento di San Francesco sempre ad Assisi. Il 9 gennaio 2020 il presidente della Repubblica Mattarella gli ha conferito pure un’onorificenza. “Al signor Jesus Guillermo Mariotto”, si legge sul sito del Quirinale, “cavaliere dell’Ordine della Stella d’Italia” (sempre tra le stelle siamo).

 

Secondo una recente intervista a tema  case “dei vip”, quella romana di Mariotto ha crocifissi ovunque, tra cui un enorme “cristo di Rio” sulla vasca da bagno. “Questa casa è un tempio. Prego in ginocchio in camera da letto, come atto di umiltà e come mi hanno insegnato da piccolo a Caracas” ha detto alla intervistatrice di Repubblica.  “Ringrazio Dio per la vita che vivo, recito il Vangelo del giorno”. “La domenica inizio sempre con un rito purificatorio e non col caffè”. “In terrazza ho un piccolo angolo di Amazzonia”, dice ancora Mariotto, “con felci esuberanti, chicas, grandi orecchie di elefante”.   Mariotto è stato anche ideatore di un micidiale progetto di arte urbana, “B-Jesus”, nel parco di piazza Vittorio Emanuele, qualche anno fa, con un presepe post moderno subito vandalizzato. Secondo Marta Flavi “è un cafone”.  “Io ce l’ho con Guillermo Mariotto, che secondo me non è un uomo buono e va molto a simpatia”.  Ricordi della prima edizione di Ballando:  si presentò apposta con la gamba fasciata. “Pensavo volessero farmi ballare, invece mi spiegarono che dovevo fare il giudice. Meno male”.  

 

Mariotto bullizza i concorrenti ma è in prima linea contro il bullismo vero, anche giovedì ha ricordato la sua giovinezza venezuelana alle prese con un ambiente omofobo e ostile. Per fortuna c’era una nonna favolosa, Leonor, che l’ha mandato a studiare a San Francisco… Però il  pio venezuelano col baffo, giunto a Roma via San Francisco, che passa da stilista alla “maison” Gattinoni, che veste la Carrà e i papi e prende le onorificenze, perché non è dentro “Nuovo Olimpo”, l’ultimo film di Özpetek? Anzi, perché non ha una sua serie dedicata di Özpetek, dotato com’è oltretutto di terrazza a livello come ogni eroe dei film del regista turco?   Ma poi ecco l’illuminazione, il teatro di Ballando è “Nuovo Olimpo”, stesse luci, stesso senso di sperdimento temporale, manca solo la cassiera sensibile che ascolta Mina (Luisa Ranieri perdonali se puoi); ma come nel film niente succede nel teatro, la vita è semmai dietro le quinte. freca


Mariotto, pochi lo sanno, è anche inventore dell’espressione “Lato B”. Pare lo abbia coniato impegnato in  un’altra giuria, a Miss Italia. “Presentavano Mike Bongiorno e Loretta Goggi. Avendo l’abitudine di fare casting, osservo le donne davanti e dietro. Se avessi detto che bisognava guardare il didietro sarebbe stato volgare, dico: ‘Ma il lato B?’. Mike, intelligente com’era, prese la palla al balzo”, ha raccontato. L’altro lato di Mariotto è Selvaggia Lucarelli: la Grande Istigatrice, che però sembra anche lei depotenziata rispetto al passato. Lui dice di lei: “Selvaggia ha la fissa del mandante, del complotto, ma perché vive molto sui social, un mondo fatto di hater, cospiratori e congiure...”. In effetti sembra che la povera Lucarelli nella foga con cui attacca, punisce, redarguisce, posta e riposta su Twitter e Instagram, faccia il lavoro per tutti. E’ un lavoro usurante. L’economia circolare della rissa del resto va alimentata. Litigi che partono dalla tv e arrivano sui social e passano su Dagospia, o su “Prossimi congiunti” o “Trash Italiano”, trapianti e innesti che dovrebbero servire a rivitalizzare Ballando con effetto Sanremo, ma stavolta non sembrano funzionare.

 

Qui la “stanza delle Stelle”, una specie di acquario dove  i concorrenti possono aizzarsi a vicenda, sembra un GF di vent’anni fa. Spento, senza il trash del vero Grande fratello, tutto  vorrebbe essere giovanile e invece sembra vecchissimo, come Biden quando mette quei completi slim fit. Insomma la sterilizzazione della tv italiana, partita dalla Grande crociata contro il trash che vede in prima linea la tv  berlusconiana post Silvio, sembra aver  colpito di sguincio anche Ballando come dannno collaterale. Sì, certo, ci sono le risse con Mammuccari ma sono poca cosa, lontani i bei tempi del conflitto di interessi quando in gara c’era il fidanzato di  Lucarelli.  Scrive ora l’arcinemico Libero: “Nell’ultima puntata, Selvaggia è riuscita a battere un record: ha litigato sostanzialmente con tutti in un solo episodio del format. Scontri anche feroci. E sorge un dubbio: ma il pubblico a casa apprezzerà? Le indicazioni che arrivano dallo share suggeriscono che forse no, forse il pubblico non apprezza. Anche perché Il Fatto Quotidiano è una cosa, Ballando con le Stelle un’altra”. 

 

Lucarelli, agitatrice polemista in servizio permanente effettivo de sinistra, tra Il Fatto e Domani, dotata di grande coraggio fisico, sfida a viso aperto (e che viso) i tassisti e i novax, produce i podcast sulle sue sofferenze d’amore (“c’è una malattia molto diffusa di cui non si sente mai parlare. Nasce come una grande passione amorosa e porta persone insospettabili, apparentemente molto forti e sicure di sé, a cadere in una spirale di autodistruzione che sembra inarrestabile. Si chiama dipendenza affettiva. Selvaggia Lucarelli racconta la sua storia di caduta e rinascita”) e  non si reca in teatri di guerra col suo iPhone come vuole il nuovo corso del new new journalism  ma preferisce il palchetto rosso e oro del teatro di “Ballando”. E’ di Civitavecchia come un altro grande maestro del giornalismo italiano, Eugenio Scalfari.  

 

“Ballando” è anche infatti una fucina di giornalismo, è la Columbia School of Journalism di Saxa Rubra, è il Mondo di Pannunzio dell’Italia di oggi: ha formato alcune tra le più grandi professioniste italiane, appunto Lucarelli e poi Hoara Borselli (oltre a vedere il trionfo ballerino di una giornalista scomoda come Luisella Costamagna l’anno scorso). “Quando Libero mi attacca”, ha ricordato Lucarelli, “vorrei ricordare che la prima edizione è stata vinta dalla loro Hoara Borselli”, e infatti è vero. Borselli è uno straordinario personaggio già nel cast di “Centovetrine”, e “Panarea” di Castellano e Pipolo. Vinse poi la prima edizione di Ballando in compagnia del ballerino Simone Di Pasquale. Quindi esperta voluta da Ignazio La Russa allora ministro della difesa come organizzatrice degli eventi per le celebrazioni per il 150º anniversario dell’Unità d’Italia. Oggi editorialista del vasto mondo tolkeniano-retequattrista, “Amo confrontarmi ogni giorno con ciò che accade, seguo le notizie e scrivo di politica  per il Secolo d’Italia”, ha detto in un’intervista. “Un percorso bellissimo in cui ho trovato il mio centro e da cui non smetto mai di apprendere per costruire e migliorarmi”, e percorso – anche da pronunciarsi percorzo – è lemma che appartiene al mondo esperienziale dei reality, non si era mai visto un giornalista che ci parla del suo percorzo. Il percorzo di Ballando comunque ha avuto anche uno strascico polemico (come potrebbe non esserci): “è un programma che mi ha trattato molto male a posteriori”. Insomma non l’hanno più invitata. “Una spiegazione me la sono data. Ma non si può dire”. Dopo via Poma e Ustica, un altro mistero della Repubblica. A proposito, come in ogni processo c’è anche l’appello. Sul suo tronetto, nel suo ruolo di tribunale di ultima istanza, è arrivato Alberto Matano, che, succedendo all’indimenticato Sandro Mayer, può ribaltare le sentenze, da “giudice bordo campo”, tipo Tar del Lazio o Consiglio di Stato. Anche qui la lunghezza, diciott’anni per arrivare a sentenza definitiva, è abbastanza in linea con il paese reale.       

  • Michele Masneri
  • Michele Masneri (1974) è nato a Brescia e vive prevalentemente a Roma. Scrive di cultura, design e altro sul Foglio. I suoi ultimi libri sono “Steve Jobs non abita più qui”, una raccolta di reportage dalla Silicon Valley e dalla California nell’èra Trump (Adelphi, 2020) e il saggio-biografia “Stile Alberto”, attorno alla figura di Alberto Arbasino, per Quodlibet (2021).