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il foglio della moda

Misurare la sostenibilità: arriva il software di Assocalzaturifici

Paola Bulbarelli

Le aziende effettueranno la propria autodiagnosi rispondendo a oltre duecento domande attraverso le qualisi si verificherà la loro adeguatezza ai canoni dell’ Iso 26000, uno dei pochi standard condivisi di qualità sostenibile

Consumo di acqua, utilizzo di agenti chimici, emissioni di CO2 e produzione di rifiuti sono i principali danni di un settore in costante crescita come quello della moda. La consapevolezza riguardo ai danni causati all’ambiente dall’industria del fashion ha certamente aperto la strada a molte iniziative che, sebbene a volte siano catalogabili nel novero del greenwashing, l’ecologismo di facciata, non di rado hanno invece permesso ai grandi gruppi di avviare un percorso di riflessione riguardo i loro processi produttivi, mettendo in discussione metodi di lavorazione e materiali un tempo dati per scontati nel mondo del lusso. Una presa di coscienza che Assocalzaturifici, l'associazione che rappresenta a livello nazionale le industrie attive nel settore delle calzature, ha concretizzato nel settembre 2021 con la presentazione al salone Micam, del marchio di certificazione VCS, Verified and Certified Steps, grazie al quale si punterà ai più alti standard di sostenibilità. Il progetto prenderà il via alla prossima edizione della kermesse, in calendario alla Fiera Milano Rho dal 13 al 15 marzo 2022 in un corner-educational.

 

"Siamo partiti dall’ esigenza di un’industria che vuole sviluppare processi sostenibili ma, non avendo metriche definite, trova difficile sia comprenderne le specifiche sia applicarle a ogni singolo prodotto e processo”, spiega Tommaso Cancellara, direttore generale di Assocalzaturifici e amministratore delegato di Micam fino a fine marzo, cariche che lascerà per quella di general manager della filiale Usa di Ieg-Italian Exhibition Group, un mercato che in tempi pre-pandemici valeva 15,5 miliardi di dollari. Da questa prima valutazione sono partiti ragionamenti e idee. "Avremmo potuto sviluppare solo un progetto consulenziale per le aziende, ma in quel caso sarebbero mancati i parametri di un progetto replicabile, quindi ci siamo spinti in avanti con un’iniziativa più ampia e ambiziosa. Assocalzaturifici è l'associazione di riferimento del mondo della calzatura di qualità; quindi, tenendo conto che il 50 per cento delle scarpe di lusso nel mondo è fatto in Italia, abbiamo avuto la presunzione o lungimiranza di dare noi questi parametri".

 

In che modo? "Sviluppando un software di autoanalisi aziendale; le aziende effettuano la propria autodiagnosi rispondendo a oltre duecento domande attraverso le quali verificano la propria adeguatezza ai canoni dell’ Iso 26000, uno dei pochi standard condivisi di qualità sostenibile. A questo standard”, prosegue Cancellara, “abbiamo aggiunto voci come l’animal welfare, cioè il benessere animale, l’uso o l’emissione di microplastiche, la tracciabilità del prodotto, completando così il ciclo dell'industria calzaturiera e non solo perché il VCS risponde alle caratteristiche comuni a tutto il mondo della moda".

 

Quindi, domande mirate che vanno a scoprire peculiarità e mancanze. "E risposte chiare su ciò che effettivamente è di interesse: se non produco calzature con uso di pellami non trovo le domande sull'animal welfare, per esempio. Tutto è adattabile alla tipologia dell'azienda, in modo da poter stabilire e ottenere un punteggio di sostenibilità calibrato su una scala di uno a cento ". Qual è il benchmark di riferimento? "Abbiamo l'autorizzazione da parte di quattro imprese terziste di grandi brand, per mappare la loro attività come benchmark senza creare degli standard inesistenti, irraggiungibili o talvolta distonici, confrontando i risultati con chi è in questo momento ai vertici dei criteri di sostenibilità”. Una volta stabilito il benchmark, quello sarà lo standard di riferimento, il valore dal quale ci si potrà discostare entro un range inferiore di 3/4 di percentuale. “In questo modo, se l'azienda si collocherà sopra quella soglia, l' ente lo certificherà; se invece non lo fosse potrà avvalersi di un kit consulenziale. Quando il punteggio sarà migliorato otterrà la certificazione, ed entrerà a far parte di un albo”. In che modo intendete convincere le aziende a certificarsi? "Non credo alla favola dell’etica. Le imprese agiscono solo a fronte di un ritorno economico. Il mercato, e in futuro sarà sempre più così, sta chiedendo di specificare la sostenibilità sia del prodotto sia del progetto. Se dico che produco un modello di calzatura con, ipotizziamo, fibra di bambù, a priori potrei considerarla sostenibile. Però, se il bambù provenisse da una deforestazione dell'Amazzonia che abbia coinvolto lavoro minorile, e fosse giunto in Italia su una nave che ha emesso Co2 quanto tre Boeing, nn sarebbe un prodotto sostenibile. Se però posso avvalermi di una certificazione seria, quindi di un'associazione di categoria riconosciuta come la nostra compreso l'ente certificatore, posso andare sul mercato con la certezza che quel prodotto certificato è ciò che dice di essere. In più, le grandi aziende che producono in Italia fanno costantemente auditing sui loro terzisti. Se si alleggerisce in questo modo l’impegno e di tempo ed economico delle aziende terziste e dei brand, tutti se ne avvantaggeranno ". Il progetto di VCS porta la firma di Federico Brugnoli, imprenditore e innovatore per la moda sostenibile (fra molte cose, è direttore del Master in Fashion Sustainability and Industry Evolution di Accademia di Costume e Moda, recentemente insignito del dottorato ad honorem presso l’Università di Northampton.

 

 

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