Beppe Fenoglio (foto Olycom)

Un secolo di Beppe Fenoglio, lo sportivo

Gino Cervi

Dal calco al pallone elastico passando per il ciclismo. Tutto lo sport dello scrittore piemontese a cent'anno dalla nascita

Per fare il partigiano come lo fece Beppe Fenoglio ci voleva il fisico. Marce forzate, corse in salita, cadute a precipizio dentro ai rittani per sfuggire ai rastrellamenti. Fenoglio era alto, magro, dinoccolato. E, prima della guerra, faceva sport. Giocava a pallacanestro e qualche volta a football.

C’è una foto, forse del 1945, che lo ritrae su un campo dal calcio insieme agli amici mentre guarda nell’obiettivo con un sorriso per niente abituale. Giorgio Bocca, di due anni più vecchio, diceva che, alla fine degli anni Trenta, ad Alba in una trasferta della sua squadra, la Cuneo Sportiva, dopo dopo un’azione personale in cui aveva sfiorato il gol, un’avversario, molto sportivamente, gli si era rivolto facendogli i complimenti: era un giovane Fenoglio. Chissà se è vero. A metà degli anni Cinquanta il Beppe con gli amici va a Torino a vedere l’esordio di John Charles: è l’8 settembre – guarda caso – del 1957 e al Comunale si gioca Juventus-Verona. Vincono i bianconeri per 3-2, con un gol di Boniperti,il raddoppio di Sivori e il suggello finale proprio del centravanti gallese. Sarà per la sua inguaribile anglofilia, ma del “Gigante buono” Fenoglio si innamora, al punto da scrivere scherzosamente che, in suo omaggio, amava portare i "mutandoni lunghi alla John Charles".

Un’altra sua passione sportiva era il pallone elastico, o palla a pugno, popolarissimo ancora oggi nelle Langhe. In uno dei Racconti del parentado e del paese, il terzo della sequenza Il paese, racconta così l’arrivo sulla piazza di San Benedetto Belbo di Augusto Manzo, il “Cristiano Ronaldo” del pallone elastico,

 

La notizia si sparse in un baleno. Gente che stava a lavorare sulla mezzacosta di Mombarcaro fischiò verso casa perché venissero a ritirare le bestie e scese come si trovava, nelle flanelle fradice di sudore e nei calzoni impastati di letame. Quelli del paese già si stringevano attorno al campione. Augusto Manzo, campione italiano di pallone elastico, era arrivato da Alba su un'auto di piazza per visionare Sergio. La macchina era parcheggiata a lato della chiesa, davanti alla privativa di Placido, e il campione stava procedendo verso il centro della piazza. Come stava dicendo con la sua voce lenta e mansueta, il suo terzino destro di quadriglia era stato operato all'improvviso di ernia e non aveva sostituto per finire il campionato. Così era venuto a questo paese per visionare Sergio, del quale aveva sentito chissà come parlare. […] Era un uomo altissimo, e con un gonfio torace, e la spalla destra sensibilmente più alta dell’altra. Quando poi per il caldo si rimboccò le maniche, videro che il suo avambraccio destro era grosso e tubolare come un mattone, sparito il polso.

– È su questa piazza che giocate, vero? – domandò con la sua voce lenta e mansueta. I suoi capelli erano chiari come il suo occhio.

– Sì, - disse Fresco, - e se salite sul mio balcone a veder la partita, io sarò onorato, - e chiamò forte Jeanne perché facesse strada al campione italiano. Dal suo uscio Giulio lo studiava mentre si dirigeva all’osteria, e trovò che gli difettava la gamba, marciava lento e pesante e non troppo coordinato.

Ma: - È un’impressione, - gli disse il vecchio Braida, - io l’ho visto due volte ad Alba e una Saliceto. Ebbene ti posso dire che arriva a dei palloni corti che nessuno arriva - .

Intanto Fresco accompagnava il campione al ballatoio.

– Cristo, disse, non lascerete mica questo campionato a Ricca, a quel ligure della malora?

Il campione sorrise:  – Chi sa? Se lo vincesse, non ci sarebbe niente da dire. Ricca è forte, e tutta la squadra è forte. Se avessi io i suoi due terzini…

– Ma ora vedrà che con Sergio si sistema, – disse Fresco: – Non perché è del paese, ma è forte. E gioca con passione e cattiveria.

– Ora lo vediamo, - disse calmo il campione.

 

Ma in quegli anni, a cavallo tra la seconda guerra mondiale, a spopolare è il ciclismo. E il Piemonte è da sempre terra di grandi campioni: dai pionieri, l’astigiano Giovanni Gerbi, il “Diavolo rosso” – personaggio naturalmente romanzesco tra ruses  e rodomontate –  e il rivale, il tortonese Giovanni Cuniolo, detto “Manina”; e poi il primo “Campionissimo”, Costante Girardengo – e la sua altrettanto romanzesca vicenda che lo legò in gioventù al bandito Sante Pollastri; Giovanni Brunero, canavesano (tre Giri d’Italia: 1921, 1922 e 1927), e il torinese Giovanni Valetti, per due anni consecutivi vincitore del Giro (1938 e 1939, a interrompere lo strapotere di Gino Bartali)… Fino all’esplosione, a partire dal 1940, del giovane Fausto Coppi che vince da esordiente il suo primo Giro, il 9 giugno 1940, la vigilia dell’entrata in guerra dell’Italia. Forse c’è qualcosa che unisce i due quasi coetanei, Fausto, classe 1919, e Beppe, 1922: un’innata eleganza, un’affascinante bruttezza – entrambi hanno nasi fuori norma: adunco da uccello il ciclista, cyranesco il partigiano-scrittore - , e la malasorte di morire a poco più di quarant’anni.

La bicicletta è, del resto, “partigiana” per eccellenza. Veloce e silenziosa è il mezzo di collegamento e informazione per le brigate sulle colline, spesso prerogativa delle donne che scelgono la Resistenza; oppure agile strumento di guerriglia urbana, soprattutto per i GAP, i Gruppi di Azione Patriottica. Infatti la bicicletta si ritrova in alcune pagine del Partigiano Johnny. Come questa, in cui i “ribelli” Ettore e Gatto trovano la collaborazione del parroco di Mango, provetto ciclista:

Diego era stato alla canonica, rientrò scuotendo la testa.

– Lo sapevo da prima, ma ho voluto tentare. Il mio parroco si rifiuta. Ha settanta anni e veramente non può andare fino ad Alba senza mezzo. Dice di rivolgersi al curato di Mango, è giovane e sa andare in bicicletta per tanti kilometri.

[…] Gatto tornò con il sì del curato, era lieto di giovare a Ettore, aveva ormai una praticaccia di cambi, gli ufficiali fascisti lo riconoscevano a grande distanza e sarebbe sceso in città in bicicletta domani stesso.

 

O ancora quest’altro passo, sempre dal Partigiano, in cui Johnny incontra un uomo che porta per mano una bicicletta: un ambulante o una spia? Dopo un breve, vibrante scambio di battute, una raffica di sten risolve la questione. Era la prima volta che Johnny uccideva un uomo guardandolo negli occhi. Con il partigiano c’è Anselmo, un contadino, che gli chiede di poter tenere la bicicletta.

– Ma la bicicletta è rimasta in mezzo alla strada.

– Sali a prenderla e ribaltala nel più folto del bosco.

– Johnny, – balbettò Anselmo – non vuoi darla a me? Io la vorrei per darla al mio figlio maggiore, quando sarà cresciuto.

– Davvero la vuoi? Quella bicicletta?

– Sì, per i miei figli grandi, e da adoperare soltanto quando tutto sarà finito.

– Prendila allora, ma ti avviso. Se te la scoprono in casa è tale e quale una condanna a morte.

– Sta’ tranquillo, la nasconderò che non la scopriranno nemmeno gli angeli.

Si rialzò, si avvolse nella mantella e salì a prender possesso della bicicletta. Da lassù avvertì Johnny che sarebbe tornato fra venti minuti con pala e badile.

– Bene, – disse Johnny, – dovremo scavare non poco. Un metro di neve ed altrettanto di terra.

Anselmo si caricò la bicicletta sulle spalle poi partì di corsa per il pendio. E Johnny si rivolse a vegliare quel suo proprio cadavere. Faceva molto freddo, ma gli pareva che l’inverno (e forse anche la sua guerra) fosse passato e finito.

Ma la pagina di più autentica “scrittura ciclistica” in Beppe Fenoglio la si trova nelle prime righe del racconto I ventitré giorni della città di Alba, quando descrive la parata di partigiani che sfilano per le vie della città appena conquistata ai nazifascisti.

Fu la più selvaggia parata della storia moderna: solamente di divise ce n’era per cento carnevali. Fece un’impressione senza pari quel partigiano semplice che passò rivestito dell’uniforme di gala di colonnello d’artiglieria cogli alamari neri e le bande gialle e intorno alla vita il cinturone rossonero dei pompieri col grosso gancio. Sfilarono i badogliani con sulle spalle il fazzoletto azzurro e i garibaldini col fazzoletto rosso e tutti, o quasi, portavano ricamato sul fazzoletto il nome di battaglia. La gente li leggeva come si leggono i numeri sulla schiena dei corridori ciclisti; lesse i  nomi romantici e formidabili, che andavano da Rolando a Dinamite. Cogli uomini sfilarono le partigiane, in abiti maschili, e qui qualcuno tra la gente cominciò a mormorare: – Ahi, povera Italia! – perché queste ragazze avevano delle facce e un’andatura che i cittadini presero tutti a strizzare l’occhio. I comandanti, che su questo punto non si facevano illusioni, alla vigilia della calata avevano dato ordine che le partigiane restassero assolutamente sulle colline, ma quelle li avevano mandato a farsi fottere e s’erano scaraventate in città.

 

Rolando e Dinamite, come Coppi e Bartali, o, per schieramenti contrapposti, come Fiorenzo Magni, il “repubblichino” alla battaglia di Valibona, nell’Appennino pratese, e Luciano Pezzi, il Comandante Stano, dell’VIII compagnia della Brigata Garibaldi “Mario Gordini”, sulle colline romagnole. E chissà che l’"andatura" delle donne partigiane che sfilavano in piazza Duomo ad Alba non fosse quella delle intrepide staffette che avevano trovato la fuga buona per beffare i fascisti.

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