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Prima di Coppi e Bartali e di ogni altra rivalità, l'Italia si divise per Gerbi e Cuniolo

Il Diavolo rosso e Manina rappresentarono il primo grande dualismo del ciclismo italiano. Una mostra interattiva a cura del museo Alessandria Città delle Biciclette (AcdB) e il Museo del Ghisallo

18 Maggio 2020 alle 11:55

Prima di Coppi e Bartali e di ogni altra rivalità, l'Italia si divise per Gerbi e Cuniolo

Ci fosse stato il var, ossia lo spione elettronico che monitora pure le corse in bicicletta, o anche solo la televisione, quei due mica avrebbero vinto così tanto. Perché se uno era il Diavolo, rosso, l'altro un angelo non era e il candore mai aveva saputo cosa fosse.

 

Il Diavolo rosso era Giovanni Gerbi e la leggenda vuole che fosse stato un parroco che guidava una processione a chiamarlo per la prima volta così, quando il corridore, vestito con il solito maglione rosso, a tutta velocità schivò molti fedeli e fece prendere un colpo a tutti. L'altro era Giovanni Cuniolo, che un angioletto non è mai stato, perché per tutti è stato sempre e solo Manina. Manina perché quello era il soprannome familiare. Manina perché altro non poteva essere: “Ma
che soprannome e soprannome! Non avete mai visto le mani di Cuniolo in volata? Ad un certo punto, delicatamente e senza accorgertene, ti senti risucchiato indietro come se una mano ti tenesse, poi guardi bene e ti accorgi che la mano c’è davvero, ma non fai in tempo a divincolarti perché lui, nel frattempo, ha già vinto”, disse un suo avversario.

 

Gerbi se ne inventava una più di Bertoldo, spesso con l'aiuto dei suoi tifosi, per rendere impossibile la vita dei suoi avversari. Come quella volta che chiese ai suoi tifosi di gettare puntine da disegno sull'asfalto dopo il suo passaggio. Come quella volta che pagò un casellante per abbassare il passaggio a livello. Come quella volta che sparse acqua saponata su tre quarti della carreggiata e lui fu uno dei pochi a passare nel corridoio giusto.

 

Cuniolo non raggiunse mai i livelli del Diavolo rosso, ma si ingegnò pure lui. Come quella volta che utilizzò una camera d'aria come corda da traino per sfruttare i cavalli di un furgoncino per rientrare sui primi. Come quella volta che prese una scorciatoia di diversi chilometri per essere sicuro di vincere. Come quella volta che in volata afferrò con tale forza la maglia di un avversario che il traguardo lo tagliò per primo ma con un pezzo di lana talmente grande ancora tra le dita che la giuria dovette squalificarlo.

 

Prima del Giro d'Italia, prima della Milano-Sanremo e pure del Giro di Lombardia, Giovanni Gerbi e Giovanni Cuniolo avevano già diviso l'Italia del ciclismo a tal punto che Coppi e Bartali rischiarono di far la figura di quelli arrivati tardi. Non la fecero perché le imprese in bicicletta di inizio Novecento erano considerate una sorta di leggenda, perché la radio non c'era e i giornali erano letti il giusto. E soprattutto due guerre mondiali riuscirono a far dimenticare molto di quello che era stato.

 

La memoria può giocare brutti scherzi, per questo va ogni tanto rinforzata. E così, nella giornata internazionale dei musei, indetta dall'Icom (International Council of Museum), il museo Alessandria Città delle Biciclette (AcdB) e il Museo del Ghisallo hanno inaugurato una mostra online e interattiva, primo capitolo di una rassegna culturale ciclostorica a tappe, intitolata Gerbi-Cuniolo una rivalità da numeri uno.

 

Dice Roberto Livraghi, direttore di AcdB Museo: “Stiamo lavorando da alcuni mesi sui materiali digitali, implementando in parallelo la sezione fotografica che abbiamo inaugurato con la mostra dedicata nel 2019 a Fausto Coppi, “Scatti”, e abbiamo deciso – più che mai in tempi come questi in cui la priorità è la salute e la prevenzione senza assembramenti – di condividere con il nostro pubblico i passi in avanti che stiamo facendo nel progetto dell’Archivio Digitale, un lavoro iniziato grazie alla collaborazione con il Museo del Ghisallo, che ci vede focalizzati su un patrimonio unico. L’obiettivo non è solo quello di salvare materiale iconografico che andrebbe perduto, digitalizzandolo e catalogandolo in un modo innovativo, ma soprattutto trovare il modo attraverso eventi culturali anche a tappe, anche virtuali, metterlo a disposizione di tutti gli appassionati e di chi vuole documentarsi su una storia del Paese che ci riguarda da vicino e che non è ancora finita. Una storia che continua ad appassionare tutti”.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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