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Scuola di lettura

Contro i corsi di scrittura creativa. Un manuale per imparare a leggere

Sandra Petrignani

Se le scuole pronte a sfornare valanghe di nuovi scriventi non collaudati formassero invece i nuovi grandi lettori di classici sarebbe un gran bel risultato

Ogni volta che sento parlare di scuole di scrittura (e succede sempre più spesso) mi viene in mente l’irresistibile libro Corso di lettura creativa, di Franco Mimmi (Lampi di stampa, 2011), in cui l’autore, un bolognese che vive a Maiorca, si rivolge agli ipotetici iscritti alle sue lezioni, desiderosi di diventare scrittori “dalla mattina alla sera”, con queste parole: “Se invece di sognare futuri trionfi letterari imparaste a leggere le grandi opere altrui, chissà forse avreste una possibilità”. Personalmente ho tenuto un corso di scrittura creativa una sola volta, tanti anni fa, e la prima cosa che domandai agli studenti fu: “Quali sono gli scrittori che hanno significato di più nella vostra vita e perché?”. Ebbi risposte a dir poco stravaganti. Nomi per me insignificanti, in genere americani. Ma Tolstoj, ma Proust? Niente, o quasi. Una ragazza aveva letto Karenina, qualcuno il Sosia di Dostoevskij, ma non “i suoi romanzi lunghi”. Fu una dura prova per me, ma cominciai a sospettare che molti si iscrivono a corsi del genere (anche piuttosto costosi alcuni) per riempire una drammatica carenza scolastica: sì, la scuola li aveva allontanati anziché avvicinarli alla lettura e ora volevano diventare scrittori per recuperare il tempo perduto mettendolo magari a frutto di un qualche mestiere creativo: scrivere per il cinema, del resto, si rivelò essere il vero sogno della maggior parte degli iscritti. Vedevano il romanzo come trampolino di lancio verso la trasformazione in film di quanto fossero riusciti a produrre.

 

In realtà mi sono tornati in mente questi vecchi ricordi leggendo un originalissimo libro di Antonella Cilento, La caffettiera di carta. Inventare, trasfigurare, narrare: un manuale di lettura e scrittura creativa (Bompiani, 720 pp., 24 euro). Il titolo viene da un sogno: una caffettiera di carta che l’autrice mette sul fuoco e che s’incendia subito diventando però di un azzurro che le ricorda l’infanzia. Metafora di un’attività – scrivere – che contempla l’invincibile desiderio di non diventare adulti. Almeno io l’ho capita così. E questo suo “manuale”, che dà ben pochi consigli pratici per imparare a scrivere, ma un’infinità per imparare a leggere i più disparati scrittori d’ogni epoca e latitudine, mi ha molto rassicurata sulla lunga attività didattica di Antonella: un trentennio dedicato a insegnare i rudimenti di un’arte ormai esageratamente di moda ai molti discepoli del suo corso, che si chiama “La linea scritta”, fra i più noti e frequentati in Italia e articolato in vari laboratori. Mi ha rassicurata perché è evidente che i suoi allievi vengono costretti prima di tutto a diventare colti, travolti come sono dal fiume in piena di un’insegnante che li porta a caccia di balene con Melville, dentro la diligenza di Maupassant con la sua Boule de suif o nel Museo di Reims a fingere con Del Giudice di non vedere niente per vedere tutto. E se li invita in cucina è per analizzare il Pranzo di Babette di un’intramontabile Karen Blixen o a gustare metaforicamente la Casalinghitudine di Clara Sereni, senza mai dimenticare i biscottini miracolosi di Marcel Proust… Insomma, che dire, se anche le altre scuole di scrittura, pericolosamente diffuse nel paese e pronte a sfornare valanghe di nuovi scriventi non collaudati, nascondessero invece la fabbrica di nuovi lettori che fa sperare questa dottissima e incendiaria Caffettiera, saremmo a cavallo, e fra i libri più venduti troveremo il vecchio Kafka e la dura Flannery O’Connor, la fascinosa Katherine Mansfield e il sempre sfuggente Bulgakov. Così, tanto per sognare.
 

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