Maschere di spavento e meraviglia. Il mondo sommerso di Pietro Formis

“Per fotografare qualcosa di raro devi avere la coscienza di aspettare che passi, per pubblicarlo, e non metterlo in pericolo. Nella fotografia naturalistica, l'ego devi lasciarlo da parte”

Maurizio Baruffaldi

Come opere d’arte. Solo che l’artista non è colui che le crea, ma colui che ne cattura l’immagine. Quando si immerge nella placenta avvolgente di tutti i mari, la fotografia naturalistica può rivelare al mondo emerso l’inimmaginabile, imprevedibile e reale. Gli scatti contenuti nel libro ‘AQUA, misteri del mondo sommerso’ di Pietro Formis, sofisticato fotografo e palombaro moderno, premiato come miglior libro dell'anno 2020 al prestigioso Underwater Photographer of the year (UPY), somigliano a quelli del catalogo di una mostra le cui creature, e creazioni, sono però esposte e fluttuanti nell’immenso palazzo subacqueo. Nella più grande oscurità l’esplosione della luce inventa ogni possibile combinazione e colore. L’evoluzione partorisce maschere di spavento e meraviglia, forme che sbaragliano la forma. Di questo mondo sommerso siamo curiosi come bambini, e ci sediamo con Pietro Formis per sapere di tutto, di più.

  

  Il fotografo in azione, foto di Ilaria Mariagiulia Rizzuto

 

È una passione complicata, la tua. Come nasce e come si impone?

“Avevamo una casa a Levanto, in Liguria, e ho passato la mia infanzia in acqua, mani con le grinze, pescare polpi con la fiocina... Cosa che oggi non rifarei mai. Quando poi a 67 anni suonati mio padre si iscrive al Corso per il brevetto da subacqueo ‘Open Water’, decido di seguirlo. Lui era un fotoamatore, vivevo circondato dalle sue Nikon, ma la passione per la fotografia non mi era mai scattata. È successo solo dopo essermi trovato sott’acqua. Ho iniziato da una macchinetta nella custodia di plastica, e poi non sono mai più sceso senza una fotocamera. Ricordo ancora le piastrelle disegnate su pvc di quella piscina del corso: dopo una vita a scendere e cercare di farcela a stare giù, improvvisamente ti trovi lì, fermo, e pensi: ho i superpoteri. E dici: basta, lo voglio per sempre”.

   

Il grande amore. La dipendenza.

“Certo, perché con le bombole vivi un altro mondo, da osservare esplorando. Ho fatto anche un corso di apnea, per acquistare padronanza mentale, quella che si dice consapevolezza, ma l’apnea è interiore, ti impegna, mentre il sub ti apre verso l’esterno, verso la scoperta”.

 

Ma non è proprio come uscire per una passeggiata. Nella foto di copertina della tua pagina social sembri un po’ supereroe alla guida subacquea di una grande moto, tipo chopper.

“Sì, è una foto che fa scena. Allora: uso una macchina normale, terrestre, coperta però da uno scafandro d’alluminio che si comanda da fuori con leve meccaniche. Obiettivi intercambiabili, e tipi di oblò che monti in base a cosa speri di trovare.” Ecco il grande faro del chopper. “Poi ti capita che hai messo l’obiettivo macro e ti passa la balena, oppure l’inverso, puntavi alla balena ed ecco uno dei nudibranchi più rari del mondo. Ma sott’acqua non puoi cambiare obiettivo”. E tiri un po’ di madonne subacquee. “Perché se metti in automatico non viene fuori niente. Gli automatismi non funzionano. Tutto è manuale. L’unica fonte di luce è il sole, e passando attraverso l’acqua si tinge di blu. Le foto che scatti le vedi blu. Allora ti porti due bracci con flash. “ I manubri del chopper.” L’Alcionario, corallo molle dei mari tropicali, tipico del Mar Rosso, che tu vedi vinaccia, quasi nero, è invece rosso fuoco. Col tempo, oltre alla conoscenza naturalistica, per cui le situazioni si ripetono e le riconosci, impari anche a capire come reagisce lo sguardo della tua fotocamera. A farlo tuo, insomma. Andare in simbiosi”.

   

E cosi si giustifica il chiamarlo scafandro, che deriva dal greco skaphe ‘scafo’ e andros ‘uomo’: l’umano diventa l’occhio della macchina fotografica.

”La grande sfida è quella di riuscire a cogliere nello scatto qualcosa da offrire allo sguardo degli altri, la stessa meraviglia. Certo, hai degli scogli tecnici, l’attrezzatura, saper fare immersione, riuscire a essere tranquilli, inquadrare, mettere a fuoco, ma alla fine è talmente bello quello che hai davanti che diventa facile. È come un fotografo di moda che ha come soggetti solo super modelle”.

  

I modelli sono però fuori da ogni canone di bellezza. E per questo stupefacenti. L’evoluzione è bizzarra e spietata.

“In acqua è ancora più evidente la cosiddetta convergenza evolutiva. Sul binario di predazione e sopravvivenza. I pelagici che vivono in mare aperto hanno tutti il ventre chiaro, perché da sotto si confonde col sole, e sopra sono scuri, per confondersi con il buio della profondità. Lo squalo tappeto e la rana pescatrice, per esempio, uno tropicale e cartilagineo, l’altra mediterranea e ossea, sono però quasi identici, perché sottoposti alle stesse pressioni ambientali. In sostanza, la forma raggiunta è la miglior soluzione per fare quello a cui serve.”

In sostanza, la forma. Un sorprendente funzionale. La massima aspirazione. Di ogni creazione, a mio personalissimo parere.

  

A proposito di assuefazioni visive, l’umano, quindi l’antropomorfo, domina il nostro immaginario. Siamo predisposti a specchiarci, vederci al centro.

"Un capitolo del libro si chiama ‘Maschere’. Mostra tutti quegli animali che hanno dei ‘volti’ umani. La faccia triste del pesce prete, che ha la bocca all’ingiù. Quella aperta della murena, che pare cattiva, ma che in realtà non ha altro modo per respirare, non avendo le branchie. Il sorriso del delfino non è dovuto al buonumore ma al rostro, come il Joker. Siamo noi che la interpretiamo, emotivamente ci legano, ci richiamano un sentimento".

    

Fa molto emoticon. Ma torniamo al cacciatore innocuo. La preda e la strategia.

“Ovviamente studi, conosci, quello che vuoi andare a fotografare. Scegli il tuo mare e la stagione giusta. Altre volte scegli di andare a braccare un pesce che è stato solo avvistato, o che è stato fotografato raramente, insomma ti butti in una mission impossible. Con il fallimento in preventivo, ovvio. Quando abbiamo beccato finalmente la Lampreda di mare, sorta di salmone vampiro, specie minacciata, è stata una gioia indescrivibile. Ma in questi casi conviene evitare di rivelare esattamente dove, per preservare la specie da fonti di disturbo. È sempre un po’ un dilemma”.

   

Mi racconta a riguardo del carosello delle mante, alle Maldive, spettacolo immortalato per primo dal famoso fotografo Thomas Peshak. Ne hanno fatto la copertina del National Geographic e da quel momento c’è stato un pellegrinaggio di curiosi.

“Per fotografare qualcosa di raro, visto che avviene periodicamente, devi avere innanzitutto la coscienza di aspettare che passi, per pubblicarlo, e non metterlo in pericolo. Nella fotografia naturalistica, l’ego devi lasciarlo da parte”.

  

Non te la devi cantare, insomma. Fanculo la pulsione social. Per la Privacy del Pianeta. E non solo.

“Poi ti capita di cogliere comportamenti o associazioni non previste, che non sono sui libri. Anche chi lo fa in modo amatoriale alimenta una banca dati fenomenale”.

   

La forma di sopravvivenza sommersa che più ti ha colpito.

“Tutti quei pesci che vivono in simbiosi con organismi urticanti, come anemoni, o meduse: tipo il pesce pagliaccio, si struscia sull’anemone, si ricopre di muco, insensibile al veleno, mentre gli altri rimangono ustionati.”

 

Una risata li seppellirà!

“Ce n’è di robe strane, che fanno ancora più ridere del pesce pagliaccio. Ci sono gamberi che vivono nel buco del culo delle oloturie, specie di cetrioli marini. Oppure isopodi, parassiti tipo pulci di mare, che entrano nella bocca di un pesce e iniziano a mangiargli la lingua fino a sostituirsi a quella lingua. Quando il pesce apre la bocca, la lingua che vedi è l’isopode ingrassato bene. C’è una specie di Lofidi, abissali, con il maschio lungo un centimetro e la femmina grossa come un pallone. Là sotto hanno una possibilità di incontrarsi bassissima”.

  

A quel punto, dev’essere amore per forza.

“Altro che amore! Il maschio vede la femmina, gli va addosso e si cicatrizza a lei. Diventa parte del suo flusso sanguigno, come contenitore di sperma.” Un partner fecondo e fedelissimo. Matrimonio di convenienza reciproca. “Oppure, al contrario, pesci che emettono migliaia di uova e altri nuvole di sperma.” E si pesca nel mucchio. Il padre e la madre biologica, amen.

 

“Sempre sul pesce pagliaccio: nascono tutti maschi, tranne uno, che è femmina, il più grosso. Quando questa muore, il maschio più grande prende il suo posto e si trasforma in femmina. La specie è regolata così. Le cernie invece cambiano sesso con l’età: nascono femmine e sopra una certa età alcune diventano maschi.”

 

Da farne un manifesto transgender. La natura si prende gioco di noi. Produce storie inarrivabili alle nostre fantasie. Ma non alle nostre porcherie.

“Fuori delle aree marine protette trovi di tutto. Ovunque. Metri e metri di lenze che sono diventate ormai un groviglio di nailon sul quale sono cresciute alghe e altri organismi incrostanti. Tantissime reti, materiale da pesca, sacchi di cemento, mattoni, plinti, tubi, gomme d’auto, seghe, tavoli, scarpe, ciabatte… Di tutto. Dappertutto. Impossibile non incontrarli.” In mezzo al fantastico l’orribile. L’altro mondo sommerso.

 

I tuoi mari di riferimento.

“Amo il mar Rosso. Coloratissimo, limpidissimo, e vicino, anche. O le acque del sud est asiatico: acqua torbida, talvolta verde, ma pieno di bestie strane. Mostri mai visti. Microscopici. Le zone a più alta biodiversità marina. I due estremi. Ma soprattutto adoro l’alternarsi delle stagioni nel nostro meraviglioso Mar Mediterraneo.”

 

Si è fatto buio. Nella via milanese lampeggiano già le prime, timide, luminarie. E l’ora dell’aperitivo. Pietro coglie il momento per offrirmi una Falanghina del Sannio, bottiglia portata in dote dal Trofeo Internazionale della fotografia a Benevento, dove ha ricevuto il premio ‘Osvaldo Buzzi’.

“Ecco, da quest’ora in poi è stupendo immergersi. C’è un tipo di fotografia che si dice Black Water, su zone di alto fondale, come unico riferimento una colonna di torce che scende dalla barca non ancorata, e tu scarrocci con lei. Di notte risalgono dalle profondità tantissimi organismi planctonici. Tu fotografi quello che passa, ed è un cinema, una migrazione verticale favorita dal buio, che protegge, fa un po’ liberi tutti, attratti dalla luce della luna.”

 

La migrazione verticale della notte. Il titolo noir c’è. Le associazioni umane a iosa.

“Con la Black Water, i ricercatori stanno scoprendo cose che prima ci avrebbero messo anni. Perché poi vai a fotografare soggetti molti piccoli e particolari che a occhio nudo non cogli. È proprio questa la magia della fotografia subacquea. Certe cose non le vedi finché non le hai fotografate.”

 

C’è un pesce che temi, un mostro che ti inquieta?

“Direi di no… Mi sono immerso con 12 metri di balena e l’ultima sensazione era quella di pericolo. Inquietudine è una parola che sott’acqua, per me, non esiste”.