Raffaele La Capria (Olycom)

il foglio del weekend

Lo Strega più stregato

Francesco Palmieri

Così Dudù La Capria  sessant’anni fa si aggiudicò a sorpresa il famoso premio. La sua Napoli borghese è ancora viva

Chissà che fine ha fatto il tempo nel dormiveglia di questa lunga mattinata, con “la penombra del salotto attraversata da una pioggia di dardi luminosi che il mare rimanda dalle imposte socchiuse”. Sembra ieri ma è già sessant’anni fa, ecco che fine ha fatto il tempo: per sessant’anni è semplicemente trascorso, mentre durava e dura il dormiveglia di Massimo De Luca, “leone al sole” di una emblematica Napoli borghese, quella abbiente, affacciata sul mare di Posillipo e sui circoli nautici, senza tragedie o traumi di vicoli neri e tuttavia incapace di afferrare la propria “Grande Occasione”. Che come “la spigola, quell’ombra grigia profilata nell’azzurro”, sfugge all’arpione e allora te ne devi (o dovesti, o dovrai) andare per inseguirla altrove, “in una città senza Vesuvio e senza estati”. Per sfuggire alla “pigrizia maledetta”. Alla Natura. Per cercare la Storia nella geografia di un altro luogo. Come fece lo scrittore Raffaele La Capria, tuttora detto Dudù, che partendo da Napoli per Roma qui infine catturò la “Grande Occasione”: nella sera del 6 luglio 1961, al Ninfeo di Villa Giulia, con la conquista del Premio Strega giunto alla quindicesima edizione.

L’incipit subacqueo con l’iconica spigola, il dormiveglia di Massimo De Luca alter ego dell’autore, le cupe gallerie dell’antico Palazzo Donn’Anna, radicato nel fulgente domestico mare, concretano la consistenza liquida del romanzo Ferito a morte. E’ l’opera per cui è stato e sarà ricordato, e che valse un posto meridiano tra i classici italiani a La Capria, oggi quasi centenario e all’epoca un outsider però già trentanovenne. Nel parallelo ormai accettato tra la più prestigiosa manifestazione letteraria italiana e quella canora, il ’61 registrò a Sanremo l’inattesa vittoria del brano oggi dimenticato Al di là nella duplice versione di Luciano Tajoli e Betty Curtis, la quale nel medesimo anno trionfava con Aurelio Fierro al Festival di Napoli. Cantavano Tu si’ ‘a malincunia, che i lettori di La Capria dovettero valutare frusto scampolo oleografico rispetto alla scrittura sperimentale e introspettiva di Ferito a morte (“Tu si’ ‘a malincunia/ca trase dint’ ‘o core, malincunia d’ammore/ca nun me vo’ lassà”).

Il libro di Dudù, pubblicato da Bompiani, tentò un azzardo al momento giusto e riuscì, filtrando tra le crepe della narrativa realistica e sociale e fra le distrazioni che sfilacciarono le tattiche di caccia al voto presso i 370 “Amici della domenica”. Fu, quello del ’61, lo Strega più stregato di sempre. Circostanza non unica ma rara, la finale fu disputata non da una cinquina ma da una sestina di libri. Oltre a La Capria, con 68 voti, emersero dalla dozzina in concorso Fausta Cialente con Ballata levantina; Giovanni Arpino con Un delitto d’onore; Augusto Frassineti (L’unghia dell’asino); selezionati a pari merito con 24 voti Natalia Ginzburg (Le voci della sera) e Fabio Tombari (L’incontro). Restarono esclusi dalla finale autori di calibro come Lalla Romano, Giovanni Testori, Gian Piero Bona e soprattutto Leonardo Sciascia con un libro che avrebbe avuto un duraturo impatto nel futuro: Il giorno della civetta. Gli “Amici” dello Strega non ne compresero l’importanza? Lo sottovalutarono? Prevale piuttosto un’altra ipotesi: Sciascia, pubblicato da Einaudi, fu impallinato dal suo stesso editore che spostò i voti sulla Ginzburg, sopraggiunta a corsa già iniziata con quel romanzo breve scritto in ventiquattro giorni a Londra, tra la fine di marzo e i primi di aprile del 1961. Subito lei si raccomandò a Luciano Foà, segretario generale dell’Einaudi: “E chissà se, nel caso ci fosse una possibilità, per me, di concorrere al premio Strega, potrei averlo stampato presto?”. Il 12 maggio Italo Calvino comunica all’autrice che “è il più bel romanzo” che abbia scritto. Ma il tempo stringe, sicché il 23 successivo Natalia insiste e propone persino un inganno: “Mi piacerebbe concorrere al premio Strega; se potessi avere almeno una segnalazione, mi farebbe piacere. Ma non so se è troppo tardi. Forse potreste mettere una data falsa? Io non so nemmeno quando è il termine. Puoi saperlo tu?”. Il 29 maggio Calvino la informa di aver trovato i due Amici della domenica che la proporranno: Moravia e Vittorini, i quali ovviamente non conoscono un sol rigo dell’opera. Il trucco della data viene intanto perpetrato: il libro esce con un “finito di stampare” anticipato al 30 aprile 1961.

 

Solo il 21 giugno Vittorini comunicherà di avere letto Le voci della sera a Calvino, il quale due giorni dopo ne fa una presentazione pubblica a Roma. Povero Sciascia.


“Mi piace imparare. Riuscirò a leggere libri?”.
“Se vorrai.”    
G. Arpino, Un delitto d’onore


Intanto anche l’editore di Arpino, Alberto Mondadori, spiazzato dal successo di La Capria nella prima votazione si dava da fare. Persino con un telegramma all’ideatrice del Premio, Maria Bellonci (riportato da Stefano Petrocchi nel volume La polveriera), facendo “più che mai assegnamento suo prezioso incondizionato determinante appoggio”. “Sono sicuro che nei limiti di onesta propaganda ella potrà aiutarci validamente raggiungere quota voti necessaria onde evitarmi grosso smacco nel riconoscimento editoriale”. Stop. Si mosse anche Aldo Palazzeschi, che informava per lettera Arnoldo e Alberto Mondadori di avere messo in opera “ogni mio debole potere purtroppo e spero avere scovato dei voti ai quali nessuno può aver pensato, cioè di gente lontana che si interessa senza tifo”.

 

Come quello di Sciascia, anche il romanzo di Giovanni Arpino avrà un esito che supererà le mura del Ninfeo di Villa Giulia. Storia di un uxoricidio con efferate modalità tratto da un caso di cronaca del 1922, Pietro Germi gli s’ispira quello stesso anno per Divorzio all’italiana con Marcello Mastroianni e Stefania Sandrelli, ma spostando la vicenda in Sicilia dall’originaria ambientazione nell’immaginario paese irpino di Montrone (in realtà i fatti accaddero a Lapio in provincia di Avellino, dove il medico Lucio Carbone, scoperto che la moglie appena sposata non era vergine, uccise sia lei sia la sorella del seduttore). Il film riceverà tre candidature all’Oscar e una statuetta alla miglior sceneggiatura.

Il “grosso smacco” paventato da Mondadori, insomma, Arpino lo evitò e tre anni dopo, nel 1964, avrebbe vinto lui lo Strega con L’ombra delle colline.
Quel 6 luglio del ’61 si rivelò, nella finale, una corsa a tre: lasciati indietro la Ginzburg, Frassineti e Tombari, il premio se lo contesero sul filo di lana La Capria, Arpino e Fausta Cialente rischiando addirittura di realizzare un trio di vincitori ex aequo. Dudù, che si presentava per la prima volta in pubblico con quella che sarebbe stata la compagna della vita, l’attrice Ilaria Occhini, la spuntò per un voto: 96 contro i 95 di Arpino e Cialente, in un clima di nervosismo che impose l’inusuale operazione di riconteggio delle schede.


Disse: - Ci sono tante cose tristi nella vita. Perché leggere romanzi? Non è un romanzo, la vita?
N. Ginzburg, Le voci della sera

 

Alla fin fine, considerando l’arrabattata partenza, Natalia la prese bene: “Se ho sperato per qualche momento di vincerlo, non lo so; ma certo l’ho sperato molto poco, perché non ho avuto, vedendo che perdevo, uno choc. 36 voti, non tanto pochi, dopo tutto”. Si consolò il 30 settembre con il Premio Chianciano per la narrativa e si riconsolò con maggior gusto due anni dopo, quando allo Strega la spuntò con Lessico famigliare prevalendo in un’altra sfida fratricida: Einaudi aveva spinto in cinquina anche La tregua di Primo Levi.

 

Chi la prese malissimo fu la Cialente, che avrebbe dovuto aggiudicarsi lo stregato Strega del ’61 a pari merito con La Capria dividendo con lui l’assegno di un milione, il bottiglione di liquore e la fascetta sui volumi. Il voto mancante, difatti, ce l’aveva: soltanto che, complici il ritardo di un giurato che aveva espresso la preferenza a distanza e la lentezza delle poste, la scheda venne recapitata a vincitore proclamato. Glielo riferì proprio la Bellonci qualche giorno dopo e svelò il nome della pigra Amica della domenica: la scrittrice Lea Quaretti, moglie dell’editore Neri Pozza, suscitando la collera di Fausta Cialente che si sfogò anche contro il suo editore Feltrinelli, colpevole di averla “pubblicamente abbandonata”. Nel ’66 però rientrerà in cinquina e nel ’76 vincerà lo Strega con Le quattro ragazze Wieselberger per Mondadori. Chi, tra quanti stanno scorrendo quest’articolo, lo avrà letto? E chissà quanti libri premiati o cinquinati sono stati consegnati ormai, nell’immane ossario editoriale italiano, alle anguste nicchie degli addetti ai lavori se non alla fossa comune del macero o a una speranza di seconda vita sulle bancarelle, dove l’estate smangia la tinta delle copertine e l’inverno le rigonfia d’umidità.

Non è il caso di Ferito a morte, che ha continuato e continuerà a essere letto da chi rivisse o rivivrà quel dormiveglia di Massimo De Luca con le sue immagini nostalgiche e sgargianti di una città che è più presente quando è più perduta perché la stai lasciando o la lasciasti. La longevità anagrafica di Raffaele La Capria s’è accompagnata a quella letteraria, facendo dell’autore a propria volta un personaggio che ha ispirato Sorrentino per il Jep Gambardella di La grande bellezza e ispira adesso Mario Martone, che trasporrà Ferito a morte sul grande schermo (ruolo di protagonista a Pierfrancesco Favino, presente sui maggiori set nazionali come il prezzemolo nelle minestre d’una volta e la curcuma sulle pietanze attuali).

Sessant’anni dopo, conviene pure dimenticare il “grado di napoletanità” con cui sono stati misurati questo libro e l’autore: ne è stato detto e scritto, cominciando da Anna Maria Ortese nel suo impietoso quadro su quegli intellettuali (Compagnone, Rea) cui La Capria appartenne ma non troppo: “Rivedevo la casa del giovane, a Posillipo, entro le grotte di Palazzo Donn’Anna; i maglioni celesti e bianchi di lui, che fino a pochi anni addietro era stato uno dei primi giovanottini della zona, sempre annoiati e scalzi in riva all’acqua. Malgrado tutto questo, non mi appariva importante per una identificazione di Napoli, e difatti egli non era Napoli, ma la cultura e i vizi e le virtù di una borghesia più che altro meridionale, la cui patria finisce sempre per essere Roma”. Molti anni dopo La Capria avrebbe risposto: “Il pregiudizio era fondato sul fatto che io abitavo a Posillipo, in un ‘comodo appartamento’ al cospetto del mare e delle bellezze della natura… Non avrei mai potuto dire una verità su Napoli, io che non ne conoscevo la parte oscura e miserabile”. Avrebbe rintuzzato, sui giornali, anche gli attacchi di Compagnone e Rea: “Appena avevano potuto, avevano affittato una bella casa a Posillipo e da lì si godevano quel panorama che tanto detestavano letterariamente”.

Come se la qualità di un libro si giudicasse dal c.a.p. o la borghesia avesse minori diritti di raccontarsi o la città dovesse tingersi di una sola, tremendista gamma cromatica. La Capria di Napoli conobbe una fetta e quella raccontò, di quei napoletani ai quali chi non appartiene affibbia lo sprezzante appellativo di “chiattilli”. Piattole. Pare forse più sensato, con lo sguardo semidistante di uno scrittore francese, il recente rilievo di Jean-Noël Schifano secondo cui Ferito a morte “situa Napoli fuori dalla Corrente del Golfo della Storia, quando, al contrario, la Città stratifica la storia e ne fa tutti i giorni il suo miele e la sua cicuta”.

 

Che del libro si discuta ancora, si legga e ispiri cinema sessant’anni dopo, è segno che lo Strega stregato di quell’anno fu un riconoscimento azzeccato. Eppure chi ama la letteratura napoletana continuerà a domandarsi quale conventio ad excludendum dagli agoni premiali, se non l’eccessivo successo di pubblico e la mancanza di impegno politico abbia potuto mai giustificare l’ingombrante assenza di Giuseppe Marotta, che come La Capria restò fuori dai conformismi neorealisti di allora. Lui non gradì La Capria e la cosa fu reciproca. Poco prima di morire gli riadattò la popolare filastrocca: “Sopra la panca La Capria canta, sotto la panca La Capria crepa”. Sarebbe morto lui, sopra la scrivania, poco dopo. Nel 1963. E la restituzione dello scioglilingua fu un durevole silenzio.

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