Intervista a Emanuele Trevi: "Il mio angelo custode è fatto di tempo perso e di altre vite"

Il politically correct è una tragedia spirituale, è il nemico di qualsiasi forma di comprensione umana. Le parole sono i miei sacchi di calce

Annalena Benini

La bellezza che suscita immaginazione, Roma che rende evidente il tempo, il racconto delle persone. Tenere la mano alla madre, occupare la stanza del padre. La dissacrazione e il sacro.

Tra le cose che ho annotato dall’ultimo libro di Emanuele Trevi, “Due vite” (uscito per Neri Pozza e candidato al Premio Strega), c’è questa: “Perché noi viviamo due vite, entrambe destinate a finire: la prima è la vita fisica, fatta di sangue e respiro, la seconda è quella che si svolge nella mente di chi ci ha voluto bene. E quando anche l’ultima persona che ci ha conosciuto da vicino muore, ebbene, allora davvero noi ci dissolviamo, evaporiamo, e inizia la grande e interminabile festa del Nulla, dove gli aculei della mancanza non possono più pungere nessuno”. Queste due vite, insieme allo sguardo sullo spaventoso Nulla, accompagnano l’idea del mondo di Emanuele Trevi, critico e scrittore, e il suo letterario cammino nel tempo, fuori e dentro i libri che scrive e che sfuggono sempre a una definizione: romanzo, saggio, racconto del mondo attraverso momenti di sé. Dove il tempo che va verso il Nulla sembra non esistere, se gli amici raccontati e sognati continuano a vivere nei libri e Rocco Carbone e Pia Pera, protagonisti di Due vite, hanno conquistato un posto nell’immaginazione di chi legge.

  

“A me piace sempre la fine della favola di Winnie the Pooh. Cioè, da qualche parte nel bosco il bambino e il suo orsacchiotto continuano a giocare. Quella per me è la fede, l’unica fede che riesco ad avere: perché le cose del passato esistono”. 

  

Continuare a giocare che cosa significa, anche nella scrittura?

 “Una battuta che non ho mai capito de La grande bellezza è quando a un certo punto qualcuno dice a Toni Servillo: ‘Perché non hai scritto più un libro?’, e lui risponde: ‘Sono uscito troppo la sera’. Per me è il contrario: più esci la sera, più hai quella solitudine necessaria a scrivere. Se mi metti in un posto per scrivere, ad esempio le residenze per scrittori, se mi crei una situazione di concentrazione, a me sembra un incubo e non faccio niente. Se tu vuoi scrivere scriverai, perché nelle 24 ore la tua forza di gravità è lì e ti riporta lì. Voglio tenere tutto aperto quando scrivo, e voglio che diventi misterioso. Infatti quando riguardo i miei libri, poi, mi dico: quando li ho scritti?, perché io perdo solo tempo, o almeno la mia percezione è quella. Mi sembra che, se volessi parlare come un mistico russo, il tempo perso è la materia del tuo angelo custode. L’angelo custode è fatto di tempo perso. Evidentemente la distrazione mi porta fuori, però il mio baricentro sta lì, quindi dura di più della distrazione. Semmai ho sempre cercato di non complicare questa tendenza, ho sacrificato degli aspetti, nel senso che mi sono detto: meglio non avere una famiglia”. 

 

Quindi questo angelo custode del tempo perso non è solo giocoso, è un tiranno.

 “Ci sono stati dei momenti in cui delle persone mi hanno detto: allora che vogliamo fare? O: voglio un bambino”. Chiaramente è la richiesta più normale che ti viene dalla vita. Alla fine è anche molto triste perché ti privi di alcuni aspetti dell’esperienza che, semmai, potrebbero nutrire la creatività invece che minacciarla. Ma la mia forma di vita è un po’ quella del personaggio di Houellebecq, cioè della persona che si guadagna la vita e non pesa sugli altri, però ha tutto il tempo a sua disposizione. Questo affinché quel meccanismo di distrazione che crea la concentrazione funzioni al meglio. A un certo punto, stanco di distrarmi, torno a casa e mi metto davanti al computer. E’ l’unica maniera attraverso la quale posso farlo”. 

 

Emanuele Trevi gioca con i ricordi e se gli chiedo se è diventato prima uno scrittore o un critico letterario mi risponde con un nuovo salto nel tempo.

“Io forse sono il critico letterario più precoce, perlomeno che conosco. C’era un giornalino di classe, alle medie, si chiamava ‘Lo squillo’, con delle specie di temini e tutti lo facevano. Io feci una recensione de La collina dei conigli. Quello è stato il mio esordio, ma anche la mia vocazione primaria. E’ una cosa che mi è sempre piaciuto fare: abituarmi a vedere una cosa attraverso i suoi difetti, mettermi nell’ottica di come è stata creata quell’immagine nel mondo. Smontare il giocattolo è proprio una cosa che da sempre è connaturata al mio piacere. Poi nella vita ho scritto anche delle cose più romanzesche, però sono sempre ancorate a quelle immagini. E’ come se avessi rifatto per tutta la vita la recensione a La collina dei conigli”.

   

Era una bella recensione?

“Ricordo una cosa stupidissima. Praticamente avevo scritto che questo libro ‘inculcava’ l’amore per la natura – sai, i bambini usano parole così – e chiaramente sul giornale ‘inculcava’ puoi immaginare cosa sia diventato. Però è una cosa che mi è rimasta in mente per tutta la vita”.

   

Ma come funziona, diciamo da allora, questa tua scrittura che si nutre di altri libri, ricordi, incontri, fantasmi e immaginazione?

 “Mi sono fatto una teoria che definisco tra me e me: il serbatoio della benzina a metà. Non devi avere troppa memoria delle cose, ma nemmeno devi lasciare che si perdano, perché, se si allontanano troppo, i contenuti della memoria non riescono a essere trasformati in scrittura. Io non ho una documentazione, un archivio o dei diari. In questo ultimo libro, Due vite, racconto la verità, cioè che a un certo punto ho trovato delle foto di Rocco e Pia, ma so anche che quello era il momento giusto per scriverne, perché tutto sta nel ‘momento giusto’. Soprattutto se scrivi di cose come le mie che riguardano proprio un uso attivo della memoria, ma credo anche se scrivi Harry Potter. La cosa molto difficile nella vita degli artisti non è avere degli argomenti. Tutto è un argomento”. 

  

Che cos’è allora la cosa molto difficile?

 “E’ un’impostazione della voce che è una distanza dalle cose, ed è in quel momento della vita che le pensi bene, che hanno un senso narrativo e che hanno un senso poetico. Esattamente come nella lettura. Quanti libri decisivi leggiamo nella vita? Se ne trovi sette, dieci, è già tanto, devi avere una vita lunga. Perché, forse gli altri sono brutti? Abbiamo le case piene di libri che non leggiamo al momento giusto, ma troppo presto o troppo tardi. Del resto leggere e scrivere sono quasi la stessa cosa: praticare l’immaginazione. Sono atti che vanno commisurati alle fasi della vita. Poi ci sono degli scrittori, come Balzac, per i quali è sempre il momento giusto, perché hanno questo patto con la vita. Invece Limonov di Carrère è un libro scritto al momento giusto”. 

  

Allora il momento giusto è anche quando quel libro è bello perché poteva essere scritto solo da quella persona? 

“Certo: quando noi parliamo c’è questa parola, che è anche odiosa, la necessità. Diciamo che un libro bello è dettato da una necessità, no? Ma bisogna capire che cosa significa. Noi cerchiamo, nei libri che amiamo, una marca personale, perché questo è il senso di leggere un libro di letteratura. Quel mondo è stato visto in quella maniera e non lo può vedere nessun altro così. Tu poi, leggendo, immagini quel mondo, e quindi accade una specie di miracolo: siamo tutti soli, ma a un certo punto vediamo la stessa cosa. Nel mio libro l’ho rappresentato in un ricordo: io, Pia e Rocco che andiamo a vedere al museo d’Orsay il quadro di Courbet, l’Origine du monde. L’arte è proprio questa illusoria fuoriuscita dalla solitudine: vediamo la stessa cosa. E poi ripiombi nella tua solitudine, nell’idea che nessuno vede il mondo come te, nessuno patisce le cose tue. Come dice André Malraux ne La condizione umana: come noi sentiamo la nostra voce che risuona nella nostra testa, nessun altro può sentirla. Quello che noi siamo, infatti, è la voce registrata. Quell’altra voce non possiamo comunicarla a nessuno, quindi è la certezza che siamo soli e che nessuno ci può raggiungere nella nostra identità”.

   

Però l’arte ci raggiunge ed ecco l’eccezione.

 “Ci riesce quando due persone, o una moltitudine di persone, vedono la stessa cosa, ed è la creazione di uno spazio in cui il mondo è intelligibile in maniera comune”. 

  

E’ quello che fai nei tuoi libri, creare uno spazio comune: hai fatto diventare universali un insieme di memorie intime, che riguardano loro e riguardano te, e ci hai fatto vedere Rocco Carbone e Pia Pera, Laura Betti, Amelia Rosselli.

“Mentre scrivevo Due Vite mi è capitato di leggere un libro di Marina Cvetaeva: si intitola Sonecka ed è la vita di Sonja Gollidej, un’attrice molto iconica per Majakovskij e per i futuristi russi. Mi ha sconvolto, perché chiaramente leggo sempre i libri che riguardano quello che faccio io, li studio. Scrivo sempre di persone, e quando tu scrivi di una persona ti devi giocare benissimo le tue cartucce. In questo libro di Marina Cvetaeva c’è una cosa straordinaria sugli occhi. Non dice che aveva gli occhi neri a pagina 1, poi a pagina 3, a pagina 7, ma descrive Sonja a poco a poco. E io l’ho vista. Quando ho finito il libro sono andato a cercare un’immagine di Sonja, perché a quel punto la conoscevo nell’intimo, e me l’ero immaginata come era. Quella è una grande scrittrice. La bellezza è questo: suscitare l’immaginazione. Se io ancora oggi leggo un brano di Turgenev che parla di un parco di nobili russi mezzi decaduti che vanno a caccia di quaglie, lo vedo. Questo non rende la letteratura superiore rispetto alle altre arti, ma diversa. La musica, la danza o il cinema sono pappe fatte. Tanto è vero che puoi immaginare una statua greca, un Apollo in un museo chiuso per il Covid. Là non c’è nessuno, e la statua sta lì, identica, anche se il museo è chiuso, esiste. Un libro non letto non esiste. Un libro chiuso non esiste”.

 

Emanuele Trevi per la prima volta da quando ci siamo incontrati pronuncia la parola Covid, e io mi spingo a chiedergli di sua madre.

“Mia madre è morta il giorno in cui è iniziato il lockdown dell’anno scorso, il giorno prima del discorso di Conte sull’Italia zona protetta. E’ stata una cosa abbastanza traumatica. Mia madre ci teneva, diceva sempre: ‘Dovete farmi un bel funerale’, e noi dicevamo: ‘Ma che rottura di cazzo, ma perché dobbiamo farti un bel funerale, non ci sarai neanche’. Avremmo voluto fare una cerimonia lo scorso settembre, in un posto bello, ai Giardini della Filarmonica, dove c’è un boschetto di bambù, ma stava arrivando la seconda ondata e ci hanno detto di no. Una volta sparse le ceneri con mia sorella in un posto che le sarebbe piaciuto, le ho detto anche: bella, niente funerale, e poiché ogni giorno cammino almeno diecimila passi vado a salutarla, arrivo lì, do una pacca all’albero”. 

 

Vi siete detti qualcosa, prima? 

“Non era già più cosciente, era in una situazione pessima, non so se è una cosa che è finita in quel momento, oppure c’è stata una zampata di Covid. Io andavo ogni giorno a parlarle, come dicono di fare i medici. Lei mi stringeva la mano, l’unica cosa che faceva era stringermi la mano, e sapeva che ero là. Io ci andavo sempre e non sapevo che dirle, in realtà. Perché non è che da un giorno all’altro succedevano delle cose. Le facevo delle confidenze e capivo che era contenta perché proprio stringeva molto la mano. Non era un riflesso. Era la mano sinistra, io mi mettevo sempre lì a sinistra e nel frattempo stava montando qualcosa che io non avevo proprio capito potesse riguardare le nostre vite. Il medico mi ha permesso di stare in questa terapia intensiva assediata, perché era scoppiato un focolaio al San Camillo. Sono andato lì per tre mesi ogni giorno e alla fine è stato terribile perché mi sono trovato a camminare in orario di visita sentendo l’eco dei miei passi. Negli ospedali c’è sempre il brusio umano e adesso non c’era più niente”. 

  

E adesso?

“Adesso ho realizzato una condizione perfetta di arbitrarietà della vita, perché sono diventato orfano senza figli, quindi non ho degli elementi biologici di collocazione nel tempo, ho solo un collocamento emotivo e mi sento ancora di più legato a Roma”.

 

Roma è tua, nei libri e nella vita, tu non hai lo sguardo del provinciale che arriva per conquistarla. 

“Roma è stata sempre il posto che mi ha dato un metro, nel senso che io sono un centimetro dentro il metro. Invece le altre due cose, i genitori e i figli, una l’ho persa e una non l’ho fatta. Roma, invece, c’è sempre. Io costantemente ragiono anche su quanto i luoghi di Roma sono cambiati rispetto a me nelle epoche della vita, ed è una cosa inesauribile. Mi piace l’Asia, ho scritto dei libri sull’Asia, però, se devo dire come funziona la mia macchina percettiva, questo è il posto. Perché ci sono anche io. La cosa più bella che ho visto nella mia vita, le rovine di Angkor Wat, è un’emozione simile a Roma, soltanto che manca il centimetro mio. Io sono qui. Quello che mi affascina di Roma è che il mio tempo individuale, personale è come sull’abisso di un tempo pazzesco. Roma mi rende evidente il tempo, mi colloca nel tempo. Io non so cos’è il tempo, so cos’è Roma”.

 

E a Roma sei andato a vivere in quello che è stato lo studio di tuo padre, Mario Trevi, uno dei primi e più importanti psicanalisti junghiani italiani.

“Quest’esperienza ha scatenato delle coincidenze incredibili, delle scoperte, delle rivelazioni, e tutto nel giro di pochi mesi, a partire da una decisione improvvisa: mio padre aveva lasciato a me e mia sorella lo studio in eredità, lui aveva solo tremila euro sul conto postale. ‘Però vendetevi questa casa’, diceva. Mentre stavo là ho sentito che non potevo perderla, che c’era qualcosa nell’antro del mago. E quindi mi sono messo nel mondo di quella che Jung chiama sincronicità, sono successe delle cose magiche perché in quella casa si era accumulata un’enorme energia psichica. L’ho dovuta domare”. 

  

Stai scrivendo di tuo padre, quindi?

“A luglio dell’anno scorso ho scritto un prologo: un racconto comico di due viaggi disastrosi che ho fatto con mio padre. E da ottobre ho cominciato a lavorarci seriamente: non voglio sprecare quest’occasione. Perché la parte della dissacrazione di mio padre mi veniva benissimo, ma devi essere sacro per essere dissacrato, e io allora non sapevo ancora descrivere l’aspetto sacrale di mio padre. Ero il suo paggio e lui mi diceva sempre: tu mi pigli per il culo! Una volta mi disse anche: ‘Quello che proprio rimpiango è che non potrò mai leggere un libro comico su di me, ma aspetterai che sono morto, perché tu prenderesti per il culo anche Gesù Cristo’. Infatti quando l’ho intervistato in un libro su di lui, ha voluto rileggere le bozze. Ma io incontro gente per Roma che mi dice: sono andato trent’anni da tuo padre, sennò la mia vita sarebbe finita, e allora mi chiedo come è riuscita una persona che non sapeva neanche parcheggiare a guarire l’anima delle persone? Voglio che quelle parole che lui ha studiato e utilizzato facciano davvero parte del mio mondo interno. Solo così possono acquistare un senso poetico.

Parlando di persone care io devo difenderle, diciamo, da una mia tendenza orale alla maldicenza, e poi non avrebbe senso prendere soltanto in giro un uomo come mio padre. E poi gli volevo bene: quest’uomo così misterioso, che non mi ha mai dato un’informazione su di sé, essermi piazzato a casa sua, stare la notte in quella casa, è stato molto intenso. Quella casa, quella stanza, rendono visibile il tempo”.

 

E fuori da quella casa, dentro questo mondo, in che tempo ti trovi?

 “Mi sembra che in gioco non ci sia un’idea politica, ma la prevalenza del mediocre. Io vedo questo maccartismo che sta invadendo la letteratura e l’uso degli strumenti espressivi come una tragedia spirituale. Il politically correct è quello che dice la canzone di Claudio Lolli della socialdemocrazia: un mostro senza testa. Sono tutte mezze calze e nessuno se ne assume la responsabilità. E’ un ricatto silenzioso e funziona proprio come il maccartismo. Nessuno in America pensava che ci fossero spie comuniste ad ogni angolo, esattamente come nessuno pensa che ‘Cari mamma e papà’ sia patriarcale perché si usa il maschile sovraesteso o che l’asterisco di genere sia una bella cosa. L’asterisco è demente, anzi è una barbarie. Solo i dementi letteralizzano l’uso linguistico. E Il Bene di cui parla Walter Siti nel suo saggio è il nemico giurato di ogni forma di originalità umana, di ogni comprensione del prossimo”.

   

Sei arrabbiatissimo. 

“Penso al futuro mio, agli strumenti del mio lavoro. Finirà questa pazzia, o finirà per distruggere tutto? Uno scrittore è come un operaio che mette nel cantiere dei sacchi di calce, e vede qualcuno che ci piscia sopra. Se una studentessa fa cacciare da un campus un professore, come già descritto da Philip Roth ne La macchia umana, perché ha spiegato Il ratto del serraglio di Mozart, alla fine, questa è la cosa terribile, lei sarà una persona fallita. Una persona che non realizzerà niente di quello che vuole. Perché è stata manipolata da gente più furba di lei, che si è creata un ruolo sociale con queste cazzate. Che non ti sa più spiegare cos’è un artista, ad esempio. Che non ti sa più spiegare perché le persone hanno una grandezza artistica e una responsabilità penale. E l’inclusione non è certo questo eufemismo continuo, l’inclusione è avere le stesse possibilità. Perché la lingua ti deve includere? Questa è una cosa che non sopporto, batterei la testa al muro. Il portico di Bernini non mi include; il tramonto non mi include. Sto scrivendo un racconto su mia nonna, e parlo degli amici che al paese la andavano a trovare. Parlo di un signore che si chiamava Oliviero. E proprio stamattina mi sono fermato perché avevo scritto: ‘Oliviero era un bellissimo finocchio’. E’ chiaro che per me c’è solo amore per questa persona. Era un ligure, melomane eccetera, ma devo davvero mettermi a spiegare che non c’è niente di male?”. 

 

Però adesso tu partecipi al Premio Strega con questo libro che offre un’idea di totale libertà di scrittura e di originalità.

 “A me piace proprio l’idea di portare un libro del genere, come mi è successo già con Qualcosa di scritto, dentro quel circolo, mi piace l’idea di battermi. Vedo molto una dimensione di gioco, che mi ricorda il Trono di Spade. Per queste cose ho un livello sufficiente di competitività, ho lo spirito giusto. Devo dire sul premio Strega, invece, che sono molto contento di non essere più un Amico della domenica, un votante, dopo comunque un servizio lungo, di anni e anni. Sarebbe stato antipatico non averlo mai fatto. Ma ho molte difficoltà nelle relazioni umane a dare un’immagine di me non idillica, quindi non riuscivo mai a dire no a chi mi chiedeva il voto, e questo rovina il gioco, è sleale. Ho passato anni, per vigliaccheria, a dire sì a tutti. Facendo il candidato, poi, mi sono reso conto che è brutto perché lo Strega è come la tombola, non puoi barare. Ma si vince e si perde. Non bisogna mai fare delle gare un simbolo della propria vita, sennò senti, quando perdi, che è un periodo sfigato, e non è vero per niente perché le cose della vita sono sempre contraddittorie. Invece la sera che perdi il premio Strega puoi incontrare una donna bellissima e le stai pure più simpatico perché hai perso”.

 

Quindi sei troppo vanitoso?

 “Se un operaio fa un lavoro male a casa, magari lo faccio rifare da un altro, ma con lui non protesto, perché magari così gli sto simpatico. E’ terribile. Non posso fare il giurato del premio Strega”.

   

Hai questo bisogno di stare sempre simpatico a tutti, ma che cos’è per te l’amicizia?

“Scrivendo, ma anche vivendo, ti rendi conto di una cosa: qual è il livello di realtà prevalente nella tua vita? Nella mia vita non è la scienza, perché non la conosco, quindi ho una fiducia generica, ma non mi risuona dentro. La politica proprio non me ne importa niente. La religione non ce l’ho. Per me sono le relazioni. La relazione è tutto quello che è vero. Io vivo solo di quello. Quindi i miei libri parlano di quello. Quanto le persone da elementi esterni della vita diventano oggetti interni. Poi, sì, mangio, mi nutro, cammino, però sono impiegato perennemente in quella cosa lì, quindi per me è tutto quello che esiste. Anzi, sono diffidente nei confronti dell’amore da questo punto di vista. Nel libro c’è una pagina in cui dico che in fondo Rocco e Pia hanno trovato il meglio nell’amicizia, più felicità dall’amicizia che dall’amore. Invece una certa ideologia contemporanea crede che la realizzazione principale sia amorosa, no? E che quasi gli amici siano una consolazione. 

Invece gli amici sono tutto. E poi io diffido dell’elemento esclusivo dell’amore. Certo, è bello che sulla punta dello spillo dell’anima c’è un solo angelo”.

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  • Annalena Benini
  • Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.