spazio okkupato

Così lo smartphone ha ammazzato le storie

Giacomo Papi

Se fossero esistiti i cellulari, gran parte della letteratura del passato non esisterebbe. La tecnologia ha sempre un impatto sulle narrazioni perché ristruttura spazi, tempi e relazioni tra gli umani

La letteratura contemporanea ha un grosso problema, ma fa finta di niente: il telefonino. Si tratta di quel piccolo aggeggio infernale che, garantendo la reperibilità assoluta di chiunque, taglia alla radice la possibilità dell’avventura, impedisce i fraintendimenti, smaschera i segreti, limita insomma le possibilità di costruire una trama avvincente. Si può fare finta di niente, appunto, come fanno tanti scrittori e sceneggiatori, confidando nel fatto che, quando il protagonista è nei guai, non si ricorda qualcosa o non trova qualcuno, il lettore eviterà di chiedersi perché non ha telefonato, scritto un messaggio o mandato un vocale.

 

Certo, esistono molti sotterfugi per limitare il potere degli smartphone: smarrimenti, cadute, batterie scariche, zone in cui non c’è campo. Si può mettere in scena il telefonino soltanto quando è necessario, quindi molto meno spesso di quanto accada in realtà. Si può anche placarne l’invadenza piazzandolo al centro della scena, come accade per esempio nel film “Perfetti sconosciuti”. Ma è evidente che si tratta di scappatoie. La verità è che il telefonino spezza l’unità tra spazio e azione su cui, da Aristotele in poi, è basato il racconto classico, inaugurando l’epoca della reperibilità assoluta non solo nella nostra vita, ma anche in quella dei personaggi dei libri, a cui toglie mistero e libertà di movimento.

 

 

Se fossero esistiti i telefonini, gran parte della letteratura non esisterebbe: Ulisse sarebbe stato richiamato all’ordine da Penelope, Renzo e Lucia si sarebbero ritrovati, Giulietta avrebbe avvisato Romeo del suo finto suicidio, Miss Bennett si sarebbe lanciata in una chat erotica con mister Darcy e Sandokan con la Perla di Labuan, Geppetto avrebbe riacciuffato Pinocchio e madame Popinga suo marito Kees (l’uomo che guardava passare i treni), Gulliver avrebbe twittato sui lillipuziani, Jim Hawkins avrebbe trovato il tesoro sull’isola grazie a Google Maps e Raskolnikov sarebbe stato geolocalizzato e arrestato dalla polizia dello zar. 

 

La tecnologia ha sempre un impatto sulle storie perché ristruttura spazi, tempi e relazioni tra gli umani, cioè il modo in cui si possono e devono disporre gli eventi. Negli epistolari, dalle lettere di Seneca a Lucilio a Pamela di Richardson, l’azione è riferita, indiretta, non può avvenire in medias res, sotto gli occhi di chi legge. Il romanzo classico, invece, si sviluppa per lo più all’aperto, durante lunghe passeggiate, battute di caccia o occasioni pubbliche come feste, balli, adunate per consentire a chi scrive di mettere in scena i personaggi insieme e farli interagire tra loro. Anche dentro una stanza i personaggi hanno pochi margini di azione: passano il tempo a ricordare (Proust), pensare (de Maistre e Huysmans), parlare (Lord Henry e Dorian Gray), qualche volta possono perfino essere uccisi (soprattutto se la stanza è chiusa a chiave dall’interno come ne “I delitti della rue Morgue”), oppure litigano o finalmente si baciano a coronamento di gesti, scelte, peripezie avvenute in precedenza.

 

Le cose iniziarono a cambiare quando, nel Novecento, il telefono fece irruzione nelle case private e negli uffici. Per essere all’altezza dei tempi, la letteratura fu costretta a rintanarsi al chiuso, limitando le scene all’aperto. Ma il telefono fisso era ancora un predatore che poteva essere tenuto a bada e addomesticato, anzi che poteva funzionare da acceleratore permettendo agli scrittori di riassumere in un dialogo informazioni indispensabili alla comprensione della trama, senza doversi attardare a metterle in scena. E’ un meccanismo narrativo particolarmente evidente nell’hard boiled. Anche Philip Marlowe telefona, ma solo dal suo ufficio o dagli apparecchi pubblici ma dopo, per fortuna sua e nostra, può andarsene in giro a investigare, fare a cazzotti e ubriacarsi senza che nessuno si immischi e gli chieda che cosa sta facendo. Gli smartphone, insomma, vietano al personaggio di essere solo e lo costringono a rendere conto continuamente di quello che fa.

 

C’è un’altra ragione, minore, per cui i telefonini costituiscono un impoverimento per la letteratura e in generale per la narrazione. A meno di non ignorarli o di rifugiarsi nel romanzo storico, gli smartphone svolgono una grande quantità di azioni specifiche che fino a trent’anni fa avevano una loro funzione espressiva e reclamavano un posto all’interno della storia. Nell’intreccio classico il personaggio controllava l’ora, osservava una carta geografica o perdeva la strada, consultava un dizionario, il meteo, l’estratto conto, leggeva il giornale, scriveva o riceveva una lettera, faceva la spesa, scattava una foto, girava o guardava un video. Queste azioni oggi non esistono più o almeno suonerebbero anacronistiche perché sono state inghiottite dalla prepotenza del nuovo predatore che appiattisce ogni cosa. Oggi il personaggio “prende il telefonino” e, se proprio vuole esagerare, lo afferra.

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