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La perfetta requisitoria di Thomas Bernhard contro la cultura è più viva che mai

Colpi d'ascia a un mondo popolato di figure mediocri

27 Giugno 2020 alle 06:00

La perfetta requisitoria di Thomas Bernhard contro la cultura è più viva che mai

C’è una foto di Thomas Bernhard, che in fondo è l’unica possibile. A guardarla si prova un’inebriante sensazione partecipativa, la stessa che coglie chi gode della possibilità di assistere a qualcosa di inafferrabile, un attimo prima che si compia. Bernhard è seduto sul divanetto di un bar, ha le mani in tasca e indossa un maglione a trecce da cui spunta il colletto a punte dritte di una camicia bianca. Il colletto sembra contenere un complesso fagotto: un foulard annodato? un’altra maglia? un voluminoso bavero? Non si capisce. Sul tavolino ci sono un vassoio di metallo con un bicchiere d’acqua e un caffè, e poco più in là alcuni giornali sparsi. Lo scrittore sta guardando dritto davanti a sé. Il naso adunco pare curiosamente orientare la sua osservazione. I capelli, lunghi e bianchi sulle tempie, gli ricadono ondulati sopra e dietro le orecchie. E poi il suo sguardo: uno sguardo sottile. Anzi, assottigliato. E sornione. E minuzioso. Severo. Con una nota gelida. Ma l’epicentro caldo di un lapillo.

 

La foto mi è tornata in mente pochi giorni fa perché quest’anno ricorre il trentennale della prima pubblicazione italiana, da parte di Adelphi, nella collana Fabula, di A colpi d’ascia, il romanzo più spietato di quello scrittore spietato che Bernhard non ha mai rinunciato a essere, antico maestro, com’era, dell’arte di “esistere contro i fatti”. La storia che racconta è semplice: sono le undici di sera e uno scrittore è ospite di una malaugurata cena artistica a casa degli Auersberger, anfitrioni mediocri, organizzata per festeggiare un grande attore di scena proprio in quei giorni al Burgtheater con L’anatra selvatica di Ibsen. Lo scrittore è seduto su una poltrona in corridoio, suo punto di vista privilegiato per raccontarci, in un crescendo di rivelazioni e stratocumuli narrativi spiraliformi e splendidamente maniacali, tutti i convenuti: le donne, gli uomini, i musicisti, i poetastri, i falliti e le nullità di rango. Uno per uno. Come fossero spiati da una serratura, da una fessura del passato. E infatti – scopriamo presto – si conoscono tutti, hanno frequentato trent’anni prima le medesime persone e quello stesso malevolo (e perniciosamente longevo) cenacolo. Ciò che ancora, labilmente, li unisce, è l’aver partecipato, quello stesso pomeriggio, alle esequie di Joanna, un’amica che si è suicidata pochi giorni prima.

 

Joanna è il prototipo della ragazza di provincia sedotta da un’idea fallace di se stessa, fiduciosa in una promessa artistica che sentiva esserle stata fatta da un destino che però poi non l’ha mantenuta, e lei è finita là, a penzolare appesa a una corda. Tranne lo scrittore, nessuno l’ha conosciuta per davvero eppure tutti la compiangono o, peggio, la seppelliscono odiosamente con la propria questua, con le briciole di un ottuso dolorismo, mentre la verità è una sola: nessuno si è mai fatto una domanda in più su di lei, ciascuno blindato nel proprio bozzolo di ambizioni imbecilli. A questo punto, quando il nervosismo sembra ormai sbranare gli ospiti, arriva l’attore, ospite d’onore della festa: trafelato e in ritardo, si impossesserà letteralmente della cena e passerà il tempo a sciorinare stupidaggini pseudointellettuali e a litigare con una poetessa senza arte né parte, mentre lo scrittore-narrante lo scruta e ce lo serve su un piatto per quello che è, cioè un commediante, un esagitato che “si avventa su ogni opera per farla a pezzi con la brutalità di un troglodita”. Intanto il ricordo di Joanna sbiadisce di sfondo, nella nebbia di luoghi comini, di ridicole crudeltà e di tantissime parole inutili, e quest’Austria degli austriaci sembra sempre di più un’Italia degli italiani.

 

Durante la lettura di questo gioiello è impossibile non pensare alla foto di Bernhard al bar, a quel suo sguardo che sembra trafiggere tutto ciò che incontra. Forse perché quella foto non ritrae semplicemente Thomas Bernhard, ma la sua scrittura. E A colpi d’ascia ne è l’esito: peripezia dello sguardo, narrazione capace di volare, di affondare e di denudare gli esseri umani e di lasciarli lì, scarnificati ed esibiti al vuoto, è una furente requisitoria che ci dice quanto il mondo della cultura possa essere anticulturale, minato dal conformismo e popolato di figure mediocri e ubriache di egolatria, di premiati immeritevoli, di miserabili perversi e di patetici manqué. Di come le più grandi speranze siano insidiate dalla più grande disperazione. E di come esistiamo: blaterando a noi stessi, e continuamente nella recita.

Marco Archetti

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Commenti all'articolo

  • Francesco Acevedo

    27 Giugno 2020 - 18:36

    Un grande libro di un grande autore. Noi abbiamo avuto Arbasino, con altro stile ma non minore feroci, a sbeffeggiare la mediocrità del ceto intellettuale. Così, conforta o meno che questa pratica non sia solo italiana? E oggi, che scriverebbero, l'uno e l'altro?

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