Passeggiare per l'Ica di Milano e sentirsi alla periferia di Los Angeles

L’Istituto contemporaneo per le arti si trova nella zona sud est della città. Una fondazione privata no profit dove ognuno viene accompagnato alla scoperta della passione per l’arte. Fino a febbraio le mostre di Simone Forti e del collettivo Radha May

Giuseppe Fantasia

“L’improvvisazione non avviene mai nel vuoto, ma piuttosto articola le preoccupazioni e i mezzi culturali della propria epoca. A volte magari riesce ad aprire la strada a nuovi approcci. Se io avverto un’urgenza, è probabile che essa sia condivisa anche da molte altre persone e se la poetica del mio lavoro è potente, ciò lo rende anche più universale, perché non è solo una mia esigenza”

(Simone Forti, Los Angeles 2012)

  

Milano A Ripamonti, zona sud est – per intenderci, quella rinnovata e rivalutata grazie alla Fondazione Prada che è sulla stessa via – ci ritroviamo in uno spazio che fa pensare a Berlino e a Brooklyn, per alcuni aspetti anche ad alcune zone non troppo periferiche di Londra o di Los Angeles. Entrare nel cortile, con l’edificio restaurato a sinistra e quello abbandonato a destra dai colori pastello, ci fa sembrare, per un istante, di essere nella scena di un film di Paul Thomas Anderson, persino nei due di Tom Ford dove tutto sembra essere buttato lì a caso quando invece è tutto studiato, anche la più piccola imperfezione.

 

Siamo all’ICA, l’istituto contemporaneo per le arti che è stato aperto da quasi un anno, un posto da scoprire e visitare con cura, una fondazione privata no profit dove il formale è lasciato fuori, ma al di là di quello stesso cortile, prediligendo il friendly e accompagnandolo all’accoglienza, all’ascolto e alla passione per l’arte vera e per il senso civico di fare e creare qualcosa per gli altri. Che è poi la “filosofia” che ha unito e ispirato Lorenzo Sassoli de Bianchi, che dell’ICA è presidente, assieme a Enea Righi, Giancarlo Bonollo, Bruno Bolfo e Albero Salvadori che ne è direttore, già a sua volta direttore del museo Marino Marini a Firenze e dell’Osservatorio per le Arti Contemporanee della Fondazione CR fiorentina, nonché curatore delle sezioni Estabilshed Masters e Decades di Miart. È proprio quest’ultimo ad accoglierci ed è con lui che iniziamo la visita del primo piano dove è allestita Vicino al Cuore/Close to the Hearth, la prima mostra personale dedicata a Simone Forti (Firenze, 1935) mai realizzata in Italia in un’istituzione museale.

 

La coreografa, danzatrice e artista visiva conosciuta internazionalmente per l’impatto radicale dei suoi studi sul corpo e sul movimento condotti a partire dagli anni Sessanta, non c’è, ma a parlare ci pensano i suoi lavori. Sono quadri, dipinti, video, installazioni e foto che necessitano un approccio particolare per poter esser visti ed apprezzati al meglio, un modo di porsi che non può non essere garbato, perché per la prima volta, tra l’altro, l’artista ha deciso di far conoscere al pubblico opere, e quindi, aspetti della sua vita, molto privati che affrontano – e le fanno perciò rivivere – momenti molto delicati e personali.

 

Gli acquerelli Baby (1966), che trattano i due aborti spontanei subiti, ne sono l’esempio come Cloths (1967) e Touch (1989) che sono i più familiari. In una delle stanze c’è un ventilatore che muove un lenzuolo bianco dove si susseguono immagini di gatti randagi della colonia di Largo Argentina, a Roma. La Forti soggiornò nella Capitale per circa un anno, subito dopo la fine della relazione con il suo secondo marito, il performer Robert Withman (il primo marito è stato Robert Morris). Durante quei mesi conobbe e iniziò a frequentare Fabio Sargentini, fondatore della galleria L’Attico, che la introdusse al contesto artistico italiano permettendole di utilizzare gli spazi della sua galleria come studio, ma anche come luogo per presentare i suoi lavori. Sono di quel periodo, infatti, le performance Dance Constructions e Sleep Walkers/Zoo Mantras, una riflessione coreografica basata sugli schemi comportamentali degli animali in cattività che continuerà nel corso della sua carriera.

 

“Quelle immagini dedicate ai gatti romani (Largo Argentina/aka Rome Cats 1968-2012) evidenziano -  come spiegano al Foglio i curatori della mostra, Alberto Salvadori e Chiara Nuzzi – che la flessuosità dei corpi di alcuni gatti randagi incontrati a Roma si contrappone in modo giocoso ai movimenti limitati degli animali in cattività intitolata Three Grizzlies, in cui Forti riprende i movimenti compulsivi e ripetitivi degli orsi nello zoo di Central Park”.

“Sono dei rituali funzionali di sopravvivenza degli animali – aggiungono i curatori – che raccontano le condizioni in cui essi vengono piegati per il divertimento umano”. Non imita mai quegli animali né cerca di impersonarli, ma la sua “è una maniera di imparare come espandere le proprie capacità”, delle sequenze di movimento che rappresentano la ricerca di un nuovo assetto speculativo che si avvicina a un rifiuto, quello della presenza umana tradizionalmente riconosciuta e la presunta autenticità di tale presenza”.

 

In tutti i lavori della Forti, quel che colpisce è il movimento: anche laddove sembra non esserci, c’è sempre, perché – come ha lei stessa dichiarato – “esso, come l’improvvisazione, prevede sempre il seguire i propri impulsi e al contempo osservare la situazione complessiva”. Ecco, quindi, spiegati gli Animal Studies che nascono proprio da quei suoi momenti di indagine comprendendo disegni con orsi, foche, coccodrilli e altri animali, tutti sempre in movimento. In mostra – visitabile gratuitamente fino al 2 febbraio 2020 - troverete, tra gli altri, due serie a lei molto care: Animal Studies-Ox, Turkey, Ostrich (1968/2005) e Animal Studies-Forilla (1990). Movimento e improvvisazione che l’artista imparò da giovane, a san Francisco grazie alla coreografa Anna Halprin. La Forti si era trasferita con la sua famiglia a Los Angeles tre anni dopo la sua nascita in seguito all’affermarsi delle leggi razziali fasciste. Frequentò New York a partire dagli anni Sessanta ed è lì che continuò il suo percorso artistico conoscendo e lavorando, tra gli altri, con Yoko Ono, Yvonne Rainer, Trisha Brown e Steve Paxton. Il lavoro divenne (e lo è ancora oggi) per lei un mezzo per enfatizzare l’azione e la sua bellezza, una maniera su come affrontare alcune situazioni che la portarono a trasformare il linguaggio quotidiano in un insieme di istruzioni. Ci sono sempre, tranne per il cuore che di ragioni ignare alla ragione ne ha ben poche.

 

Uscendo dall’edificio, entrate in quello che potrà sembrarvi un ripostiglio (o un garage) di fronte. È lì che l’ICA ha deciso di mostrare When The Towel Drops Vol 1/Italy, una video istallazione del collettivo Radha May composto da Elisa Giardina Papa, Nupur Mathur e Bathsheba Okwenje. L’opera – curata da Chiara D’Alonzo – è una particolare riflessione sui temi della censura e della femminilità nel cinema italiano del dopoguerra e riporta alla luce centinaia di documenti d’archivio e di scene tagliate da film italiani e stranieri degli anni Cinquanta e Sessanta. Tra i tanti, troverete ad esempio la censura a Donne senza uomini (Girls Town) di Charles Haas in cui la censura venne fatta eliminando – riportiamo quello che è scritto in uno dei fogli informativi che chiunque può prendere e portare a casa – “la scena di Silvia sotto la doccia in quanto ritenuta contraria alla decenza”. E si trattava di una semplice doccia, pensate a tutto il resto. Un lavoro immane e lodevole, quello fatto per tre anni da questo collettivo femminile, un lavoro necessario per riportare alla memoria collettiva ciò che è stato in passato ingiustamente rimosso facendoci interrogare se e quanto in realtà siano oggi cambiate le idee riguardo i comportamenti femminili ritenuti accettabili.

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