In Europa siamo tutti vampiri

Simonetta Sciandivasci

Melanconia e civiltà. Un saggio di Vito Teti ricostruisce tutte le metamorfosi dei non morti

L’amore nasce anche in un mondo che muore. Così Jonathan Franzen chiude il suo ultimo libro, “La fine della fine della terra”.

 

Siamo alla fine della fine, ovverosia a un passo dal preludio, forse immobilizzati lì, ma proprio per questo nient’affatto finiti. In riva al fosso, dove si può solamente saltare o stare fermi, ciondolando tra il richiamo ad andare e quello a rimanere. Circondati da rovine, che però non sono macerie, e riposano, emanano luce, lasciano spazio, fanno largo, ricordano, incorniciano l’incompletezza che richiama la possibilità, il futuro. Rovine che sospendono.

 

L’amore che nasce in questo nostro mondo che muore senza rigenerarsi, stagnando, è l’amore del vampiro

La salvezza non consiste nella fuga, ma nella dolorosa constatazione che non esistono luoghi dove si possa fuggire

Non è la prima volta che capita: il mondo è finito molte volte e ricominciato altrettante. Specie in occidente, nel vecchio occidente che è l’Europa, tanto che il vampiro, eminenza liminare, ne è, se non precisamente un simbolo, un protagonista, un mito ricorrente e fondativo, un significante. Del nostro tempo, poi, il vampiro incarna la sospensione, la rimozione e sublimazione della morte, l’incapacità di accettare la perdita, sostituendola con l’illusione di un ritorno sempre possibile.

 

La frase di Franzen è assai vampiresca, se liberate il vampiro della sua icona cinematografica, la più orrorifica e mostruosa, e osservate cosa ne resta: un flâneur, un viandante, un principesco e melanconico amante di un’amata perduta, disperato al punto da volerne succhiare il sangue, e non per finirla ma per eternarla, assumendola, ospitandola in sé. L’amore che nasce in questo nostro mondo che muore senza rigenerarsi, stagnando, è l’amore del vampiro, che non si rassegna al futuro, e vuole bloccare il tempo, cristallizzare la storia, camminare senza muovere passi (come fa il Dracula di Bram Stoker nella trasposizione di Francis Ford Coppola: non avanza, ma scivola; non arriva, ma appare; la sua fenomenologia è quella di una entità immanente).

 

Del tipo di vampiro dal quale l’Europa proviene e di quello che oggi ritorna e ha assai da dirci Vito Teti, antropologo dell’Università della Calabria e teorico della restanza, ha tracciato perfettamente la storia e il senso nel suo “Il Vampiro e la Melanconia. Miti, storie, immaginazioni”, un corposo saggio, appena ripubblicato da Donzelli (la prima edizione uscì nel 1993), arricchito di nuove parti, la maggior parte delle quali evidenziano in che maniera questa creatura ha incarnato e perfino scortato lo spirito europeo e occidentale nei momenti di transizione, in fondo impedendone la dissoluzione, e in che modo adesso, invece, essa sia la metafora di tutto ciò che alla mutazione e al crollo dell’Europa concorre: l’estinzione della comunità, la nostalgia per un passato più chiuso e meno libero ma meglio conoscibile e controllabile, la sicurezza del legame sanguigno, il doppio insito nel fenomeno migratorio, la paura che scatena la perdita dell’ordine tradizionale, il desiderio di ristrutturare il passato e infuturarlo così com’è, la voglia di ripristinare e di rinvenire il morente.

  

Dei vampiri il nostro presente possiede innanzitutto un modo d’agire, il contagio (che noi chiamiamo viralità e che ha un mezzo preciso: i social network), e un modo d’essere, l’ambiguità (o fluidità, se preferite, che abolendo le differenze instaura, di fatto, una sospensione tra essere e non essere, così come il vampiro sta tra il vivere e il morire).

 

Siamo circondati da vampiri che si sono inurbati e, dopo secoli trascorsi a incubare la modernità, hanno trovato il modo per resistere ai pali trafitti nel cuore, a chi dava loro la caccia armandosi di croci e acqua benedetta, hanno imparato a vivere alla luce del giorno e ad andare a scuola, come in Twilight, e soprattutto hanno smesso di farci paura?

 

L’etimologia accredita la derivazione più probabile della parola vampiro a uber, che in turco significa strega. E’ un dettaglio divertente, e sarebbe perfino rilevatore se volessimo rivoltare il mondo per rintracciare una nuova manifestazione vampirica (del censimento dei vampiri c’è qualcuno, comunque, che si occupa: il centro di ricerca sui vampiri di New York, per esempio, che nel 1992 segnalò la presenza di 810 non morti in tutto il mondo – quell’anno i giornali scrissero della donna aggredita a Toronto da un uomo che l’aveva invitata a casa e le aveva poi tagliato il polso per succhiarne il sangue).

  

C’è un discrimine tra noi e loro o siamo tutti vampiri perché solo il vampiro segnala, come scrive Vito Teti, “il rischio radicale della modernità: l’impossibilità che l’uomo possa ricomporre la scissione dell’io e ricostruire una diversa identità”? E’ in crisi l’identità europea o, molto prima e molto di più, l’identità dell’uomo, quindi l’essere umano?

  

Scrive ancora Teti: “La drammaticità del vampiro sembra consistere proprio nella consapevolezza della sua impossibilità di guardarsi e trovarsi”.

  

Al suo esordio nell’immaginario europeo di fine Seicento, in coincidenza con un’epidemia vampirica che esplode in vari paesi dell’Europa orientale, il Nosferatu è un animale che succhia il sangue delle sue vittime per sfamarsi e appagare l’istinto sessuale, della cui predazione diventerà presto trasposizione metaforica. E’ una figura demoniaca ma è anche, soprattutto, un elemento di connessione tra i vivi e i morti, grazie alla sua grande capacità di metamorfosi. Quando l’Illuminismo spazza via le credenze popolari, declassandole tutte, indistintamente, a oscurantismo e ottundimento della ragione, Voltaire esulta per la scomparsa dei vampiri e, tuttavia, rendendoli metafora del modo in cui la società industriale dell’epoca sfrutta le classi subalterne, li rifonda. Da allora, infatti, il carattere vampiresco si stacca dal mero parassitismo e diventa assoggettamento, cancellazione dell’altro, esemplificazione perfetta della schiavitù.

  

E’ nell’Ottocento e quindi con il Romanticismo che al vampiro si prende ad associare il quid che oggi lo rende vessillo sentimentale ed esistenziale della crisi dell’uomo e della fine della fine del mondo, che altro non è che la fine di un mondo. Sebbene la storia letteraria ed europea abbia sempre evitato di occuparsi della letteratura vampirica, considerandola puro intrattenimento, i romanzi che la compongono dimostrano come la melanconia, punto cardinale del romanticismo, trovasse nei vampiri la personificazione perfetta.

  

Teti ricorda che la poesia francese ottocentesca era “pervasa da un affascinante senso della fine” e questo è il sentimento del vampiro moderno, la ragione per cui oggi ci parla e non solo non ci terrorizza, o esaspera, ma ci rappresenta, probabilmente persino ci rassicura, proteggendoci da sé stesso e dalla sua maledizione: la coazione a vivere, a tornare, a non separarsi, a vagare.

 

Se nelle società tradizionali il vampiro era profondamente legato alla paura dei morti e, più nel dettaglio, alla “inquietudine di un loro ritorno irrelato”, adesso, per noi, esso è inscindibile dalla paura e dall’ossessione per la fine del mondo. In altre parole, quando c’era la morte, il vampiro ne percorreva il perimetro, ne aveva il colore e gli abiti, ne succhiava l’opposto, per dimostrare che morte e vita si compenetrano.

 

Ora che la morte non c’è, perché l’abbiamo fatta sparire, e per noi esiste solo il visibile o il computerizzabile, il vampiro torna per annunciare la possibile scomparsa del mondo civile. L’animale morente che non muore mai non agonizza: vola, succhia, abita l’abbandono e, così, riapre una possibilità, dimostra che la rovina serve ancora, che il mondo perduto è recuperabile. Anche in questo il vampiro moderno si distanzia da quello degli esordi, la creatura in affari col diavolo, e da inappellabilmente negativo si fa possibilmente positivo.

 

Parlare oggi di vampiri e della loro malinconia moderna e postmoderna, scrive Vito Teti, consente di “rappresentare una qualche forma di antidoto alla malinconia patologica, alla morte dei vivi, a quella morte dell’umano in direzione della quale alcune profezie future sembrano indicare”. Una società che parlava di questo in questo senso (meglio: aveva simboli che parlavano di questo in questo senso) era quella dei paesi, la maggior parte dei quali sono adesso abbandonati (Vito Teti ne ha fatto oggetto preminente della sua ricerca) e che sempre di più assomigliano a vampiri tradizionalmente intesi: appesi tra la vita e la morte, perturbanti, destinati a frantumarsi al sole, a perdersi nel vento, a lasciare una scia fantasma e spaventevole.

 

Il non morto delle serie tv è lo zombie o il revenant: in entrambi esiste, ed è assai forte, la fame di vita, di sangue, di rifondazione e ripristino del passato, ma in nessuno di essi è presente l’eros esasperato che conduceva il vampiro, o l’eroe maledetto che presto finiva vampirizzato, a distruggere la persona amata. La melanconia vampiresca che è stata espunta dal vampiro contemporaneo è senza dubbio questa: l’assunzione cannibalica dell’amato o dell’amata, indipendentemente dal loro consenso, dalla loro disponibilità, dalla loro presenza. A noi viene insegnato che l’amore è rispetto, equità, parità; che amare significa impegnarsi per il bene dell’altro lasciandolo nel suo perimetro, evitando d’invaderlo, assicurandogli la serenità necessaria per procedere, nella sua vita che non si fonde con la nostra.

 

L’etimologia accredita la derivazione più probabile della parola vampiro a uber, che in turco significa strega.

I paesi fantasma sono come vampiri, appesi tra la vita e la morte, perturbanti, destinati a frantumarsi al sole

E’ di quella fusione mancata che lamentiamo, oggi, l’assenza? Inibite le passioni febbrili e fagocitanti, cosa resta di noi? A cosa o a chi rivolgiamo lo stesso sguardo “di perdizione” che, prima, rivolgevamo alla persona amata? A noi stessi. Noi che siamo, adesso più che mai, “vivi senza sentirci vivi”, al punto che riscopriamo le ideologie forsennate, gli assoluti, gli imperativi, le dedizioni fideistiche, perché vogliamo succhiare il midollo della vita, e non troviamo pace nel futuro, incerto e capovolto come ci sembra, e allora ripieghiamo nel passato, a volte nell’ordinario, altre volte nell’estremismo.

 

Se la melanconia è il più moderno dei sentimenti e un suo affluente, lo sradicamento, è il più occidentale dei sentimenti, almeno in questo momento, scrive Teti che, nella consapevolezza della propria condizione, il melanconico può trovare una via d’uscita dalla disperazione: “La salvezza non consiste nella fuga, ma nella dolorosa constatazione che non esistono luoghi dove si possa fuggire, non è più possibile tornare alla patria e alle origini”. Dopo lo struggimento conseguente, o la resilienza vampirica del succhiare sangue per rimanere sospesi, non morti, vaganti tra le rovine, non resta che “cercare nuovi luoghi, magari interiori, di appaesamento”. L’altra esperienza estrema cui il vampiro conduce, costringendoci a tirarcene fuori, è quella del doppio: se l’apparire dell’altro ci frantuma al punto da farci desiderare di possederlo succhiandone il sangue, è anche vero che, in un momento successivo, quella stessa apparizione può originare un processo di restaurazione della personalità. Il vampiro è il doppio così come lo straniero è il doppio. Il respingimento del migrante è, almeno a livello inconscio (nello stesso inconscio che non ammette la morte), il tentativo di rimanere intatti, di difendersi dalla inevitabile frantumazione cui ci costringe la relazione con l’assolutamente inedito, il nuovo, lo sconosciuto, così diverso da noi che ci impedisce di proiettargli addosso la nostra ombra, il nostro male, che invece dovremmo sforzarci di assumere su di noi.

 

Chi perde l’ombra perde l’anima, scrive Teti. Al vampiro, che non ha ombra, è infatti preclusa la possibilità dell’autoriconoscimento. Non è, anche questa difficoltà a riconoscerci, qualcosa che esperiamo con grande frequenza, in questo tempo? Ed è, quella mancanza di ombra, quella ennesima negazione, insieme alla grande dilatazione simbolica del vampiro, e al disgraziato esorcismo della morte nel quale ci impegniamo, un altro punto che fa dire a Teti: “Da mostri che erano, i vampiri sono diventati umani e gli esseri umani sono diventati vampiri”. Famelici, affamati di controllo, ma non di vita. Non più di vita.

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