I post-it appiccicati dai visitatori di “Dream, l’arte incontra i sogni” – al Chiostro del Bramante a Roma fino ai primi di maggio – sulle pareti del bookstore alla fine del percorso espositivo

Sei tutti i tuoi sogni

Simonetta Sciandivasci

Ma non confonderli con le ambizioni. Gesti, mostri e volti dell’universo onirico ripensati davanti a una parete di post-it. In mostra a Roma

Tranne che dall’analista o, se precari, dalla psicoterapeuta o, se poveri, dalla psicologa del CIM, ai sogni non badiamo. Li confondiamo con le ambizioni, che ci interessano e appassionano parecchio di più, ossessionati come siamo dai risultati, costretti come siamo a fornirne sempre, ovunque. L’episodio più distopico e però pure realistico di “Black Mirror” è quello in cui le persone vivono in un sistema sociale per cui l’accesso a tutto (servizi, beni di consumo, posto di lavoro, amicizie) è un traguardo conquistato attraverso l’indice di gradimento che ciascuno riceve sui social network: le azioni di tutti i giorni sono finalizzate ad accumulare punti, che a loro volta servono a raggiungere obiettivi (la moto, il viaggio in aereo, la promozione, l’invito a una festa, un’amicizia). In quel “Black Mirror” i sogni non esistono, almeno non nella loro forma più autentica, slegata dall’interesse e coinvolta, invece, nel desiderio. Il godimento è la ricompensa che ci viene offerta per la migliore prestazione, ed è la misura del benessere: più godi, meglio stai. A godere siamo chiamati come fosse un dovere e più godiamo, meno desideriamo; meno desideriamo, meno sogniamo.

 

 

A godere siamo chiamati come fosse un dovere e più godiamo, meno desideriamo; meno desideriamo, meno sogniamo

Bill Viola apre la mostra. L’installazione di Tsuyoshi Tane: 65.000 piastre metalliche scendono dal soffitto come stelle filanti

Un sogno è questo che cantava Lucio Dalla: “Vorrei fermarmi sul naso dei vecchi mentre leggono i giornali”. Non serve a niente. Non produce, però esprime. Non ottiene, però immagina. Non scalpita, però corre. Un obiettivo è questo: “Voglio diventare una brava ballerina e una brava pasticcera”. Sui post-it appiccicati dai visitatori della mostra “Dream, l’arte incontra i sogni”, al Chiostro del Bramante a Roma fino ai primi di maggio, sulle pareti del bookstore alla fine del percorso espositivo, ci sono moltissimi obiettivi. Eppure la richiesta è chiara: scrivi un tuo sogno qui. Innumerevoli “Seguitemi su Instagram” (l’autopromozione è un lavoro duro, non si stacca mai). Parecchi “Sogno che non ci lasciamo mai”, “Sogno che torni”, “Sogno che m’accetti”, “Realizzarmi”, “Laurearmi”. Immancabili “Diciotto in Diritto amministrativo” e “Voglio il reddito di cittadinanza”. Classici “Vendo Fiat Panda 12.000 km”. Alcune canzoni di Ultimo, alcuni “Io e Bea siamo state qui”, diversi “Io e te per sempre”. Sono soprattutto gli adolescenti che lasciano bigliettini appesi a una parete di vetro con sopra scritto “Dreamers”. Noialtri no, figuriamoci. A parte un “Oggi compio sessant’anni ma credo che il meglio debba ancora venire” e qualche “La mamma e il papà ti aspettano, speriamo che tu sia anche migliore di come ti immaginiamo”, tracce di adulti non ce ne sono. Sogniamo, noialtri?

 

A cosa ci fa pensare il sogno, se lo spogliamo dell’incarto di obiettivo? Il sognatore è per noi una specie di fannullone scansafatiche, un utopista inaffidabile, un assistenzialista. Il sogno, invece, ed è piuttosto paradossale, va moltissimo nel linguaggio motivazionale, a conferma di come non riusciamo a intenderlo come scopo, a dargli non solo un motore ma pure una direzione.

 

Nel doodle di Google per l’otto marzo (piuttosto impegnativo, niente vignette divertenti e animate, ma ben 14 frasette di empowerment), il sogno compare due volte: “Un sogno fatto da solo rimane un sogno. Un sogno fatto insieme agli altri diventa realtà” (Yoko Ono); “Una persona che ha almeno un sogno ha un motivo per essere forte”. Uh, che noia. Meno male che alcuni bambini hanno scritto: “Voglio ritrovare il fossile del più grande dinosauro del mondo”, “Voglio pescare ogni giorno”, “Restare piccolina per sempre”, “Trovare 14 euro a terra” (solo 14! Che voglia di abbracciare chi l’ha scritto!). Quanto ci metteranno, questi bambini, a rimpiazzare i desideri con gli scopi? In quanto tempo diventeranno gli adulti a cui una parte consistente di questa mostra tenta di dire: liberatevi da tutto quanto, interpretazioni dei sogni comprese; non siate produttivi ma ricettivi. All’ingresso, ti danno un’audioguida e tu sei come sempre in imbarazzo perché pensi che prenderla ti farà assomigliare a quei turisti grassi e scomposti che si aggirano per gli Uffizi con la faccia di quelli che hanno visto solo poster nella loro vita, e sono tanto increduli quanto annoiati, e soprattutto pensi che non hai intenzione di sembrare una che non ci arriva da sola, che non sa già tutto e anzi di più di quello che ti dice una guida registrata che ha il compito di orientare un pubblico medio (tu non sei affatto media!). Ma non scherziamo, io che non capisco l’arte contemporanea, ma quando mai. Mentre tentenni, pallida e assorta, un bambino ti spintona e ti accorgi che qualcuno sta spiegandoti che l’audioguida è parte della mostra, ne è il racconto più che la spiegazione, ci sono delle letture di attori e c’è anche la voce di Alessandro Preziosi. Su Preziosi t’arrendi, per lui sei disposta anche ad accettare le regole della cosa che più odi al mondo: l’arte immersiva. Naturalmente, alla fine del percorso, la cosa che più ti sarà piaciuta sarà stata l’audioguida. Perché ti avrà detto sempre, in ogni sala, una cosa precisa e importante: i sogni non ti guidano verso la loro realizzazione, ma alla scoperta di chi sei, di cosa neghi, di cosa non hai il coraggio di ammettere. E’ banale, eppure è qualcosa che abbiamo bisogno di ascoltare. Le letture degli attori non dicono niente dell’opera che vedi ed è strambo perché per tutta la mostra ti muovi così avendo due sensi distinti, nessuno dei quali ti informa di niente: non sei un taccuino più matita, come ti senti in obbligo di essere sempre, ma sei una luce e sei un’ombra. Sono quattordici brani (uno per ogni sala, tutti scritti da Ivan Cotroneo) sulla ricerca della propria identità, o sul suo disvelamento, nei sogni. Un verbo presente in quasi tutti i testi è “accogliere”. Perché i sogni richiedono la nostra disponibilità, la nostra voglia di vederli e ascoltarli, e più gliela neghiamo, più non li facciamo sbarcare credendoli clandestini, stranieri inconoscibili, disturbatori, più si trasformano in incubi, in persecuzioni, e fanno di noi degli esseri d’ombra. Sognare, sebbene abbia profondamente a che fare con la nostra coscienza, è un’attività involontaria (vale nel sonno ma, pensateci, vale anche nella veglia: quante volte leggiamo la realtà sulla base di quello che desideriamo che sia?), ma questo non significa che sia libera. Anzi: in noi incontra il suo ostacolo preminente. “La mia volontà è la tua. Senza di te non avrei potuto fare niente. Mi hai incontrata tante volte, sono stata il gesto che non hai fatto, il bacio che volevi dare, le gambe che ti hanno fatto correre”, dice la voce di Valeria Solarino davanti a “Sharon”, l’opera di Bill Viola che apre la mostra: una ragazza è ripresa mentre sta sott’acqua, ferma, immobile, in apnea ma forse neppure, l’acqua sembra il suo habitat. Annegare è un sogno ricorrente per molti, uno di quei sogni universali, come volare o ruzzolare, che segnala uno stato d’angoscia: qui è tutto il contrario. E anche l’acqua ha un significato diverso da quello solitamente attribuito dalla simbologia onirica: paura, regressione a uno stato infantile, al grembo materno. La ragazza immersa nell’acqua, la Sharon di Viola, sta lì a dimenticare il linguaggio verbale, e i suoi significati: sceglie i gesti, che sono la sola forma di comunicazione possibile sott’acqua e, fuori dall’acqua, forse quella più pura. Le parole non sono mai esatte, a volte sono così inesatte da essere scorrette, perfino ingiuste. Cosa ricordiamo dei sogni, quando ci svegliamo? Soprattutto i gesti. Quando raccontiamo a qualcuno di averlo sognato, la sua prima domanda è sempre: cosa facevo? E mai: cosa dicevo?

 

Sono le parole, molto più dei gesti, ad essere soggette alla nostra volontà cosciente, quella dove i nostri sogni arrivano filtrati, dimezzati, a volte persino ammutoliti. Sono le parole che ci fanno, spesso, sbagliare.

 

O gli sbagli sono sogni, desideri repressi che, a un certo punto, emergono, urlano, si impongono al nostro ascolto? Nell’errore c’è la verità o solo l’incanto? “Lasciami un errore” è una frase del racconto che accompagna il visitatore all’installazione più amata della mostra (forse perché è quella che viene meglio in foto, quella più spettacolare), “Light is Time” di Tsuyoshi Tane. Più di 65.000 piastre metalliche che scendono dal soffitto come stelle filanti. E tu ci passi attraverso. Purtroppo, siccome ti fotografi, non consenti all’opera di fare ciò per cui è stata progettata: dilatare il tempo, annullarlo, disinnescare la causa e l’effetto. Fuori dal tempo si sbaglia? Fuori dal tempo gli errori sono solo errori, come dentro al tempo, oppure sono giusti, come la forza del desiderio che, a volte, ti spinge a commetterli? L’errore è una libertà, oltre che una necessità. Un sogno scritto su un numero impressionante di post-it è questo: concedetemi di sbagliare senza condannarmi. Desideriamo anche sbagliare, fare il male, fare male, desideriamo essere orribili, perché lo siamo, orribili: l’universo onirico custodisce il nostro mostro. Intorno al mostro, ripiegato nei sogni, costretto a uscire di notte, come i gatti neri e i pessimisti, ci siamo noi. C’è chi decide di avvolgerlo in un tessuto impermeabile e chi, invece, lo lascia nudo e se ne appunta ogni sortita.

 

“Dei miei sogni non m’interessa affatto il significato… se gli psicanalisti vedono giusto. A me interessa il loro tessuto figurativo, i fatti, le sensazioni, le riflessioni che riempiono i miei sogni”, scriveva sul suo diario Dolores Prato, nel luglio del 1968 (la scrittrice tenne un diario onirico per molti anni, Quodlibet ne ha pubblicato ampi estratti qualche anno fa – il libro, naturalmente, si chiama “Sogni”).

 

“Dream, l’arte incontra i sogni”. La mostra tenta di dire: liberatevi da tutto quanto, non siate produttivi ma ricettivi

Un’audioguida particolare: 14 brani, uno per ogni sala, sulla ricerca della propria identità, o sul suo disvelamento, nei sogni

Nei sogni siamo anche liberi dal significato, per questo agiamo in modo spesso surreale, inconcludente, grottesco. Il significato, dopotutto, è a servizio del fine.

 

“Perdonami ma lasciami un errore e chiamami alle 18.37”, ha scritto su un post-it blu chissà chi. La grafia non sembra adulta. E chissà perché alle 18.37. Cosa ne sarà di tutti questi sogni, obiettivi, pensieri, appiccicati a sette pareti? In molti si sono premurati di aggiungere un hashtag, non si sa mai. Qualcuno ha chiesto “una mostra con più opere”.

 

In moltissimi hanno scritto “Continuiamo a sognare insieme”. Gli altri servono ad avverare i nostri sogni o sono lo sprone giusto per averne? L’amore è l’incontro con qualcuno che ci fa pensare l’impensabile e crederci invincibili (anche se non c’è niente da vincere, niente contro cui combattere, ma il sogno è anche un sentimento superfluo, una vittoria senza trofeo, una vittoria senza gara)?

 

Il sognatore ha bisogno di legittimazione e riconoscimento per esistere? Prende il suo coraggio dagli altri?

 

Tanti anni fa, poco più di dieci, una signora newyorchese disegnò l’uomo che sognava tutte le notti su un foglio che lasciò sulla scrivania del suo psichiatra. Molti altri pazienti, quando lo videro, sussultarono: era il viso dell’uomo che sognavano da mesi, certe volte anche da anni. Il dottore, allora, inviò il ritratto a molti suoi colleghi e li pregò di mostrarlo ai loro pazienti. Stessa scena: lo riconobbero in molti. Il caso finì su qualche articolo di giornale, corredato dal ritratto dell’uomo misterioso. Venne aperto un sito a cui scrissero in molti, da tutto il mondo: anche io ho sognato quel tizio, anche io lo sogno tuttora.

 

Esiste un uomo dei sogni per tutta l’umanità o un sogno uguale per tutti? E’ l’inconscio anche qualcosa di collettivo e se sì, ci rende tutti uguali?

 

“Pallotta vattene”, “Chiamami alle 18.37”, “Amami”, “Peace&Love ma senza fumo”, “Le coccole delle mie figlie”, “Portare Andrea dal Vegano”, “Un posto alle poste”, “Altre gravidanze e figli”, “Promozione”, “Diventare ingegnere chimico di successo”. Chissà se siamo diventati orrendamente ordinari, o abbiamo soltanto imparato a mentire anche ai post-it, e i nostri mostri li conserviamo altrove, nel posto delle fragole. Lì andiamo a desiderare, ancora.

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