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Nicholle Kobi è criticata perché non abbastanza afro, non abbastanza parigina

Il black chic risulta fastidioso anche ai parigini che hanno tifato per Michelle e Barack Obama. Chi è l’illustratrice afroparigina che disegna donne nere in abiti da sera

9 Marzo 2019 alle 06:07

"Afroparisian": sta scritto su una t-shirt della collezione venduta online da Nicholle Kobi, nata a Kinshasa e cresciuta in Normandia. A Parigi l’hanno presa come una provocazione. Gli americani hanno aggiunto il trattino, Afro-Parisian, e hanno accolto la disegnatrice a braccia aperte (ora si è trasferita a Harlem). Grandi applausi anche dalle donne della diaspora africana – se non riuscite a immaginarne una pensate a Chimamanda Ngozi Adichie: un anno e mezzo di Medicina all’università della Nigeria, prima di sbarcare in America con una borsa di studio e diventare famosa con “Americanah”.

 

Nicholle Kobi disegna donne nere, soltanto donne nere. E le disegna in abiti da sera e, in tacchi a spillo, con le esagerate pettinature afro viste di recente in “BlacKkKlansman” di Spike Lee, altro campione dell’orgoglio nero. Non va bene, piovono critiche. Per le sue cento sfumature di donne nere l’hanno accusata di razzismo – come mai neanche una donna bianca, o meglio ancora un uomo bianco? E perché sono donne benissimo vestite, magari con la Tour Eiffel sullo sfondo; o coppie felici sul divano di casa; o bevitrici di Martini mentre sfoggiano un abito rosso (con la gamba bene in mostra, non è un’esclusiva di Angelina Jolie quando si esibisce in passerella). A guardare bene, i disegni incriminati hanno qualche somiglianza con il ritratto ufficiale di Michelle Obama dipinto da Amy Sherald.

 

Le interviste rivelano gustosi dettagli sulla vita di un’afroparisian. “I miei figli sono gli unici bambini neri della scuola con entrambi i genitori neri”, racconta Nicholle Kobi. Che ha un marito nero, e si capisce che gliel’hanno molto rimproverato: la “good black parisian” deve sposare un uomo bianco, per promozione sociale. Deve anche frequentare soltanto bianchi: essere neri è ammesso, fare gruppo no. Per anni, ricorda l’illustratrice, era la sola donna nera della compagnia. Per un decennio ha fatto l’impiegata: l’insegnante alla scuola d’arte le aveva detto che disegnando solo donne nere non sarebbe mai riuscita a campare (ora fa l’illustratrice per Marie Claire, Ebony, Glamour).

 

I francesi preferiscono dire “Les blacks” (dire “les noirs” pare di cattivo gusto). Ma tra l’eufemismo e la censura c’è una bella differenza. Quel che verosimilmente urta i francesi è lo sfoggio di eleganza parigina. Le donne nere vengono sottratte al loro destino di cameriere e prostitute, come lamentava l’anno scorso un gruppo di attrici nere al Festival di Cannes, con lo slogan: “Noire n’est pas mon métier” (“essere nere non è un lavoro”). Il black chic risulta fastidioso anche ai parigini che hanno tifato per Michelle e Barack Obama.

 

Basterebbe non guardare i disegni di Nicholle Kobi, se proprio non piacciono. E rivolgere lo sguardo benevolo sui bambini straccioni e sui mendicanti, mentre si lascia cadere il soldino della beneficenza. Sarebbe ancora meglio stare zitti, perché trattasi di disegni, e i casi sono due. O non servono a nulla, giacché appartengono al regno dei sogni e delle favole, e allora tanto vale lasciarli in pace. Oppure, come sostiene la disegnatrice, servono per dare sicurezza e per rafforzare l’immagine delle ragazze nere: dichiararsi contrari, considerandoli razzisti, è un controsenso gigantesco.

 

Chi critica Nicholle Kobi dovrebbe essere portato in un cinema, a vedere almeno un paio di volte “Black Panther”, il film di Ryan Coogler con il supereroe di Wakanda. Un immaginario regno africano trionfante, ricchissimo, tecnologicamente avanzato, magnificamente agghindato secondo la tradizione. Troppo, per i giurati dell’Oscar: meglio premiare il nero umiliato e offeso del film “Green Book”.

Mariarosa Mancuso

Critica cinematografica, ha studiato filosofia e ha cominciato a occuparsi di cinema per le radio della svizzera italiana. Lavora per Il Foglio sin dai primi numeri e ha tradotto i racconti di Edgar Allan Poe. Ha raccolto le recensioni di un anno di lavoro in un libro del Foglio che ha preso il nome dalla rubrica del sito, Nuovo cinema Mancuso. Nel 2010 Rizzoli ha aggiornato e ristampato Nuovo cinema Mancuso, con la partecipazione di Giuliano Ferrara e Aldo Grasso.

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