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Il progressismo occidentale, la religione dei deboli

Jean Birnbaum del Monde torna a scuotere la sinistra

Giulio Meotti

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meotti@ilfoglio.it

11 Ottobre 2018 alle 06:24

Il progressismo occidentale, la religione dei deboli

Jean Birnbaum

Roma. A Jean Birnbaum piace inquietare la propria famiglia: la sinistra francese. Lo aveva fatto due anni fa in Un silence religieux, il libro dove aveva attaccato la cecità progressista sulla questione religiosa. Adesso nel suo nuovo libro, La religion des Faibles (edizioni Seuil), Birnbaum spiega il jihadismo e l’islamismo non come scontro di civiltà, né con i nessi geopolitici, militari, socio-economici, coloniali, ma con lo specchio. Secondo Birnbaum, direttore dell’inserto culturale del Monde e intellettuale di punta della gauche francese, il liberalismo occidentale ha peccato di presunzione. “L’innegabile forza di seduzione del jihadismo costringe l’occidente a mettere in discussione i propri valori”. Così, scrive Birnbaum, “la speranza socialista, femminista o semplicemente democratica appare ora come la religione dei deboli”.

  

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L’islamismo è una “internazionale militante senza rivali, non uno sfogo oscurantista che alla fine alimenterebbe il fuoco dell’emancipazione universale, ma un fuoco fanatico che minaccia di ridurre tutti i vecchi monumenti in cenere”. Anche se l’Isis può essere espulso dal suo territorio, “nessuno può mettere in discussione il suo potere di seduzione ineguagliabile: il jihad senza confini è l’unica speranza in nome del quale migliaia di giovani europei sono pronti a morire dall’altra parte del pianeta”.

 

La negazione occidentale nasce a sinistra: “Nel nome della lotta contro il dominio occidentale, il postcolonialismo riduce l’oriente a nulla, è cieco all’islamismo. Così Salman Rushdie, immigrato indiano e musulmano, di sinistra, un uomo impegnato contro il razzismo, è stato abbandonato dai suoi amici progressisti che lo accusavano di islamofobia, razzismo, e che lo hanno esortato a scusarsi con i fanatici che lo avevano condannato a morte”. L’occidente non può ammetterlo: “Per le donne e gli uomini segnati dal ricordo delle battaglie internazionaliste (la guerra di Spagna, la tortura in Algeria o il Vietnam) questa osservazione dovrebbe portare a una realizzazione dolorosa. Riconoscere questa forza significa nominare la propria debolezza”.

 

L’islamismo è l’“altra” storia. “Non pretendono nemmeno di far parte della ‘nostra’ storia, vogliono farla finita con essa. Come progressisti, abbiamo da tempo dato per scontato che tutte le società tendessero verso la modernità occidentale, accoppiata con uno stile di vita universalmente desiderato”.

 

La religione dei deboli, dunque, non è l’islam, ma il progressismo occidentale per il quale l’azione dei jihadisti sarebbe, dopo tutto, solo un prodotto dei nostri guasti. “Esclusi dalla grande festa occidentale, ma inconsciamente desiderosi del loro posto, i jihadisti sarebbero i messaggeri delle masse lasciate indietro dalla storia”. Nella nostra cultura politica, la religione deriva necessariamente da un’illusione destinata a essere dissipata dal progresso: “L’idolatria della storia e il feticismo occidentale sono i due pilastri di una fede che funge da religione per quelli che non ne hanno una”. E dal momento che non si può combattere qualcosa con niente, forse non siamo neppure in partita con l’islamismo.

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