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Schmitt il profeta

Il dramma della caduta di Weimar e l’espediente che avrebbe evitato la deriva totalitaria nazista

4 Agosto 2018 alle 06:00

Schmitt il profeta

Carl Schmitt (elaborazione grafica Il Foglio)

Se la vicenda della repubblica di Weimar continua a essere rilevante per noi è anche grazie alla riflessione che Carl Schmitt svolge in Legalità e legittimità, composto nell’estate del 1932, quando la Germania era sulla soglia della guerra civile, e oggi pubblicato dal Mulino. Siamo di fronte a un saggio assai tecnico di diritto costituzionale che però, come osserva Carlo Galli nell’introduzione, è percorso dalla tensione di un dramma. La legalità è l’unica giustificazione del potere in uno stato fondato sul parlamento e sulla fiducia nella razionalità della legge. Un parlamento funziona, tuttavia, se c’è un minimo di affinità ideologica tra quelli che vi siedono, mentre quello tedesco era diventato teatro di contrasti irriducibili tra partiti portatori di visioni del mondo totali e non comunicanti tra loro.

 

Ognuno aveva motivo di temere che l’altro, una volta vinte le elezioni, si sarebbe “chiuso alle spalle la porta della legalità” da cui era entrato, mettendo al bando l’opposizione politica e cambiando la società a colpi di leggi. La costituzione era condannata dalla sua neutralità: avendo stabilito che tutti i possibili orientamenti e movimenti dovessero avere una chance di competere per il voto, si sarebbe consegnata anche al partito che la democrazia liberale l’avrebbe distrutta dall’interno. Come nel caso di molte tragedie, anche qui il lettore sa già come andrà a finire. Il punto è che per Schmitt, a volerlo, ci sarebbe stato anche il deus ex machina capace di salvare la situazione: il presidente della Repubblica, che in forza dalle sue prerogative costituzionali e della legittimità ricevuta dal voto popolare avrebbe potuto dichiarare lo stato di emergenza e prendere misure decise contro nazionalsocialisti e comunisti. Schmitt sperava in altre parole che, sospeso il regime parlamentare, lo stato potesse funzionare sull’asse formato da presidente, burocrazia ed esercito (ed ecco balenare per un momento la figura del Leviatano di Hobbes, il sovrano provvidente – provvedimento è appunto il nome che il diritto dà ai suoi decreti – che interviene dovunque è necessario in un modo tanto individuale e concreto quanto la legge del parlamento è astratta e generale).

 

La fede nella rivelazione cristiana

Ma La lezione di Carl Schmitt, per citare il titolo di un altro libro appena pubblicato da Cantagalli, non si limita al diritto costituzionale. L’autore, Heinrich Meier, sostiene da tempo che la chiave per capire l’opera di Schmitt sia la sua fede nella rivelazione cristiana. Lo argomenta in un serrato corpo a corpo con gli scritti del giurista tedesco, da cui è possibile imparare quasi altrettanto della posizione alternativa – Meier è infatti per la filosofia contro la teologia, per Atene contro Gerusalemme. Secondo questa interpretazione, Schmitt rimase sempre fedele a uno scritto giovanile del 1916 dove, in pagine che ricordano Il Padrone del Mondo di Robert Benson, aveva preso le sue distanze dall’epoca “relativistica, meccanicistica, del traffico, della tecnica e dell’organizzazione”, un’epoca in cui gli uomini desiderano la sicurezza e il benessere sopra ogni altra cosa e, rifiutando l’idea che la storia sia governata dalla provvidenza di Dio, vogliono farsi signori del proprio destino. Essi pertanto mirano non solo a dominare la natura, ma anche a neutralizzare la politica – che vorrebbero sostituita da un governo “scientifico” della società – e a fare della religione un semplice affare privato: politica e religione, infatti, essendo fonte di continui conflitti, sono due croci per il loro ideale di progresso. In questo modo, però, essi costruiscono un mondo in cui nessun evento impone più di prendere posizione tra il bene e il male. 

 

Lo Schmitt decrittato da Meier vede la realtà al modo di un altro scrittore cristiano, C. S. Lewis, che in un racconto farà dire al diavolo che “il Nemico” – ovvero Dio, dal suo punto di vista – “ha creato un mondo pericoloso”, ovvero “un mondo nel quale le contese morali vengono veramente a capo”, per poter giudicare l’uso che gli uomini fanno della loro libertà. Di qui la serietà della storia umana, che per Schmitt deve essere storia di prove – perfino di catastrofi – individuali e collettive, di guerre e rivoluzioni, per continuare a essere anche una storia della salvezza.

Nel 1933, nemmeno un anno dopo aver scritto in difesa della repubblica di Weimar, Schmitt si presterà a tracciare le linee di una nuova architettura dello stato per il nazionalsocialismo. E’ di nuovo nel libro di Meier che si potranno trovare anche le ragioni più profonde di questa svolta.

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