Una guerra di controcultura

Mattia Ferraresi

Strapazza i benpensanti e non sopporta i miti del politically correct. Ritratto di Jordan Peterson

Cercando di spiegarsi e spiegare l’incredibile ascesa di Jordan Peterson da psichiatra e professore qualunque a stella polare della lotta al politicamente corretto, un giornalista di Vice gli ha domandato: “Qual è il suo pubblico di riferimento? A chi vuole parlare?”. Lui ha risposto: “In parte a me stesso”. Con una battuta sincera, recitata con gli occhi bassi, Peterson ha contraddetto in un istante l’altra metà della sua torreggiante figura pubblica. Alle volte il fiero guerriero culturale che infiamma gli animi sensibili dei campus con le sue provocazioni, il critico tagliente che mette in scacco gli intervistatori più esperti con un “gotcha!” e strapazza quelli che benpensano con le sue arguzie controculturali lascia il posto a un uomo riflessivo e tormentato, assalito dai dubbi, che non regge lo sguardo altrui e scoppia a piangere, talmente insicuro da diventare il primo destinatario degli interminabili cicli di self-help che impartisce al pubblico adorante in rete. E’ insieme guru e pupillo, analista e paziente.

 

La sua audience: “Un popolo a cui per cinquant’anni è stata somministrata una nauseante dieta zuccherosa fatta di libertà e diritti”

Jung il maestro. Ha definito “autoritari” i neologismi neutri. E’ diventato il protomartire, ma non vittimista, della guerra dei pronomi

Subito dopo aver dato quella risposta vulnerabile, Peterson ha alzato gli occhi e ha spiegato, con voce stentorea, qual è “l’altra parte” a cui si rivolge, la sua audience al di fuori di se stesso: “Un popolo a cui per cinquant’anni è stata somministrata una nauseante dieta zuccherosa fatta di libertà e diritti”. Rumoroso imbucato al gran ballo delle idee correnti, Peterson motteggia le femministe, fustiga i teorici del gender indistinto o fluido, schernisce i “social justice warriors” usciti dai bagni asessuati del dipartimento di inglese, tiene corsi di mascolinità per ragazzi insicuri e introduce milioni di neofiti al “significato psicologico delle narrazioni bibliche” con un corso su YouTube che dura quaranta ore, che poi è il tempo che gli serve, dice, per rispondere alla domanda che molti gli pongono: “Cosa pensa della religione?”. Sull’esistenza di Dio ha anche una risposta più sintetica e paradossale: “Credo che la risposta adeguata sia no, ma temo però che Dio esista”.

 

A parte lo stile e la figura irripetibile, una versione pia di Christopher Hitchens imprigionato nella controfigura di Jeremy Irons, fin qui non si discosta troppo dalla schiera dei guerrieri culturali del conservatorismo sociale che reagiscono alle sempre più cervellotiche e postmoderne invenzioni delle università dell’élite liberal. Ma Peterson si spinge oltre la guerra culturale, mette in discussione la capacità degli uomini e delle donne di lavorare nello stesso ambiente in modo produttivo e senza ambiguità erotiche, spiega ai suoi scandalizzati interlocutori che il trucco femminile nasce per simulare i caratteri dell’eccitazione sessuale (le labbra rosse, le gote colorite ecc.), discute l’istituto del divorzio, che presso i devoti dell’autodeterminazione è ben più sacro del matrimonio: “E’ stata davvero una buona cosa liberalizzare il divorzio in modo così profondo negli anni Sessanta? Non credo che la pensino così i bambini le cui vite sono state destabilizzate dall’ipotetica libertà che questo tentativo di liberazione ha introdotto”. Parla di ordine e natura, di perversione e caos – “l’eterno femminino che contrasta le forze della selezione sessuale” – insegna la disciplina e il sacrificio di sé, arti perdute alle quali si viene iniziati in modi piuttosto concreti, ad esempio mettendo in ordine la stanza o tenendo la schiena dritta quando si sta seduti. Non per evitare le conseguenze ortopediche di una postura scorretta, ma “per accettare la terribile responsabilità della vita”. I sostenitori di Donald Trump lo adorano, anche se lui lo detesta, declassandolo a sintomo inevitabile di una guerra culturale e sociale che si combatte sulla trincea della differenza sessuale: “Se gli uomini vengono spinti con troppa forza a femminilizzarsi, diventeranno sempre più affascinati da ideologie politiche dure e fasciste”, spiega, certificando la parentela di trumpismo e sovranismo europeo sotto il segno della reazione alla spersonalizzazione femminista. E’ uno strano esemplare di uomo moderno alla ricerca dell’anima, per dirla con il suo maestro, Carl Gustav Jung. I motivi e gli archetipi junghiani si rintracciano facilmente in qualunque lezione di Peterson, a prescindere dall’argomento. Non passa giorno senza che Peterson dia un giudizio ferocemente controverso su un argomento che la cultura dominante ritiene accettato universalmente come un dogma. L’altro giorno in un’intervista con il Time se l’è presa con “Frozen”, l’animazione della Walt Disney che ha ceduto alla tentazione propagandistica: “C’è in quel film il tentativo di creare innanzitutto un messaggio morale, poi si crea la storia attorno, invece di creare prima la storia e lasciare che il messaggio morale emerga dagli eventi. E’ il simbolo della sottomissione dell’arte alla propaganda”, ha spiegato Peterson, contrapponendo la saga della principessa Elsa, che non ha bisogno di un principe, alla Bella addormentata, che invece viene riportata alla coscienza dal bacio di un uomo innamorato: “La coscienza è simbolicamente maschile dall’alba dei tempi”.

 

La multidisciplinare attività del professore consiste nel mettere in crisi le indiscusse premesse liberali della vita occidentale contemporanea, svelandone la loro intrinseca fragilità. Un paradosso per uno che si definisce un “liberale classico britannico” e che in qualche modo è riuscito a sfuggire al processo di riduzione a spazzatura reazionaria. Non teme di affermare, con vocabolario forbito, aplomb e il sostegno di buone letture, che la cultura libera e aperta che tutti esaltiamo con sincero trasporto nasconde un cuore autoritario e totalitario. Sono lezioni che Peterson impartiva in ambito pressoché privato e locale nelle aule della University of Toronto, ma oggi esercita la professione di intellettuale pubblico e di psicoterapeuta di massa grazie a una macchina di inusitata potenza mediatica. Ha poco meno di un milione di iscritti al suo canale YouTube, può contare su un esercito di fedelissimi adepti che cliccano e comprano, il suo libro 12 Rules for Life: An Antidote to Chaos, uscito a gennaio, è immediatamente schizzato in cima alle classifiche e ora si è assestato al quinto posto fra i titoli più venduti su Amazon, il suo giro promozionale assomiglia più a una tournée globale dei Rolling Stone dei tempi d’oro che al pigro book tour di un professore con qualche velleità da polemista, riempie teatri e palazzetti dal Canada all’Australia con le sue lunghe lezioni punteggiate di aneddoti personali e fiammate sarcastiche, i seguaci versano qualcosa come 60 mila dollari ogni mese per sostenere la sua attività divulgativa, David Brooks sul New York Times ha parlato del “momento Jordan Peterson” e lo ha accostato a William Buckley, l’economista eterodosso Tyler Cowen lo considera l’intellettuale più influente d’occidente, Tucker Carlson di Fox News ha detto che l’intervista, diventata virale, in cui senza scomporsi mette in fuorigioco una intervistatrice britannica che cercava di metterlo nel sacco con la dialettica, “è una delle migliori di tutti i tempi”. Il New Yorker gli ha dedicato un lungo ritratto tutto giocato sull’ambivalenza del suo messaggio, che è insieme conformista e anticonformista, ma la parte migliore è quella in cui il cronista analizza il suo potente stile comunicativo: “Peterson trova il modo di far sembrare il suo più moderato pronunciamento come la dichiarazione in punto di morte di un prigioniero politico”. Che parli di safe-space o psicoterapia, di cartoni animati o del sacrificio di Isacco, Peterson trasmette sempre la strana impressione di credere in quello che dice.

 

Una versione pia di Christopher Hitchens imprigionato nella controfigura di Jeremy Irons. Discute l’istituto del divorzio

“Se gli uomini vengono spinti con troppa forza a femminilizzarsi, diventeranno sempre più affascinati da ideologie politiche dure e fasciste”

Qualcosa della sua omiletica ricorda il milieu delle megachurch protestanti nelle quali è cresciuto – e dalle quali si è discostato rabbiosamente, in giovane età, salvo poi ritornare a una qualche fede in forme meno convenzionali – ma si interseca e si confonde con la retorica motivazionale e con la narrazione in stile Ted Talk, soltanto che gli sproloqui del professore durano ore e ore, altro dato in contrasto con le tendenze della comunicazione. Quando vede i teatri pieni, la gente che fa ore di fila per ascoltarlo, lo ammette: “Io ho le mie ragioni per fare queste lezioni, ma rimango sempre stupito dal fatto che voi non abbiate di meglio da fare”. Perfino PewDiePie, gamer non proprio versato per la cultura nonché youtuber più seguito del mondo, ha recensito il libro per i suoi sessanta milioni e rotti di followers, scoprendo con un certo disappunto che si trattava di un testo di self-help. Il titolo non potrebbe esplicitare più chiaramente il genere, ma è evidente che il giovane re dei videogame è stato tratto in inganno dalla fama di polemista e intellettuale contrarian che precede largamente il Peterson psichiatra. PewDiePie lo conosceva per le battaglie al femminismo radicale e le tirate contro il decostruzionismo a fumetti che circola nei centri di produzione del pensiero unico, non si aspettava di trovare lezioni sul carattere mascolino e accostamenti zoologici arditi fra l’uomo e l’aragosta, animale che al pari dell’essere umano ha un forte senso gerarchico indotto principalmente dalla produzione di serotonina.

 

La nascita del personaggio di Jordan Peterson ha una data precisa: 27 settembre 2016. Quel giorno il professore ha pubblicato su YouTube il primo di tre video dal titolo “Professore contro la correttezza politica”. Nella prima puntata dichiarava che non avrebbe mai usato i pronomi neutri inseriti nel disegno di legge detto C-16, secondo cui il rifiuto di usare “they”, “ze” o altre formule linguistiche senza genere poteva essere una forma di discriminazione. La commissione dei diritti umani dell’Ontario aveva stabilito che a scuola o sul posto di lavoro “il rifiuto di riferirsi a un trans con il nome che ha scelto e con il pronome personale che combacia con la sua identità di genere può essere considerato discriminatorio”, e l’intero paese discuteva se aderire a questo standard. Per Peterson si trattava di una lampante violazione della libertà di parola, ha definito “autoritari” i neologismi neutri e in un acceso dibattito all’università ha perentoriamente dichiarato: “Non mi presterò a fare da megafono a un linguaggio che detesto. Punto”. Qualche tempo dopo sul National Post ha argomentato in modo più disteso: “Non userò mai parole che odio, come i trendy costrutti artificiali ‘zhe’ e ‘zher’. Queste parole sono l’avanguardia di una ideologia postmoderna e radicalmente di sinistra che detesto e che è, secondo la mia valutazione professionale, spaventosamente simile alle dottrine marxiste che hanno ucciso almeno cento milioni di persone nel Ventesimo secolo. Ho studiato l’autoritarismo di destra e di sinistra per 35 anni. Ho scritto un libro, Maps of Meaning: The Architecture of Belief, che spiega come le ideologie prendono in ostaggio il linguaggio e le convinzioni. Dai miei studi mi sono convinto che il marxismo è una ideologia assassina. Credo che i suoi adepti nelle università di oggi dovrebbero vergognarsi di promuovere idee perverse, indifendibili e anti umane, e di avere indottrinato gli studenti con il loro credo. Perciò la mia bocca non pronuncerà una parola marxista. Questo mi renderebbe una marionetta della sinistra radicale, e ciò non accadrà”.

 

La legge C-16 è stata poi approvata, ma Peterson è diventato nel frattempo il protomartire – ma non vittimista – della guerra dei pronomi, conflitto che non poteva che essere combattuto, a livello di avamposto, nel Canada delle invasioni barbariche e della rivoluzione tranquilla, il regno distopico della correttezza imposta per legge. Dopo i video è arrivato il podcast, poi i dibattiti con gli intellettuali più combattivi su piazza, le lezioni contro la identity politics, gli appelli, i sodalizi, le dichiarazioni sulle identità di gruppo “seriamente patologiche” e molte altre cose che a rigore dovevano rimanere confinate nella bolla di sapone della pura provocazione. Una bolla destinata a esplodere. Per la sinistra universitaria, Peterson era un Milo Yiannopolous più colto e compassato, uno che avrebbe raccolto gli umori di una nicchia già incline alla scorrettezza politica e poi si sarebbe dileguato come i suoi predecessori. Ma Peterson è ancora nel vivo della battaglia, con il suo misto di aggressività e incertezza, alimentato nella sua quotidiana battaglia contro il pensiero unico dal fatto che il suo messaggio impopolare è innanzitutto indirizzato a se stesso.

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  • Mattia Ferraresi
  • Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.