I viaggi di Roiter

Giuseppe Fantasia

L’amata Venezia in bianco e nero, la Sicilia in bicicletta, l’Italia a colori. La prima retrospettiva del fotografo che scriveva versi con la Rolleiflex

Ci sono immagini con cui familiarizziamo al primo sguardo, immagini che hanno in sé qualcosa che mostra una realtà nuova ed essenziale del mondo visibile, inquadrature che diventano parte di noi. Per il fotografo Fulvio Roiter (1926-2016), tutto si poteva fotografare, bastava però farlo liberamente, evitando così che ristrette regole di tecnica e di intenti trattenessero, senza lasciarla emergere, la natura del soggetto rappresentato. La sua attenzione si concentrava sul dettaglio e su quelle particolarità che, di solito, invadono i pensieri fino a introdursi nella vera essenza di una fotografia: un immediato racconto visivo di emozionante poesia capace di utilizzare tutte le tonalità per esprimere la multiforme tavolozza cromatica del mondo.

 

Lo spiegava lui stesso in Visibilia, uno dei suoi libri più conosciuti, ora ripubblicato da Vita e Pensiero Editore nel centesimo anniversario della casa editrice. E’ dedicato a Venezia, la città che lo aveva adottato (era nato a Méolo, un paesino poco distante) e di cui conosceva ogni angolo. Roiter sapeva sempre inquadrarla al meglio, con le sue luci e i suoi colori, con le sue persone e le sue abitudini. “Venezia è una sfida e sono condannato a parlarne sempre bene, un po’ come faceva Caruso quando cantava Napoli”, dichiarò in un’intervista qualche anno fa.

 

“Venezia è una sfida e sono condannato a parlarne sempre bene, un po’ come faceva Caruso quando cantava Napoli”

“Ne sono totalmente innamorato”. Una Venezia che, durante i suoi esordi, cerca spazi per uscire dagli stilemi del luogo comune, per avvicinarsi poi, con gli anni, a un gusto più pacato, meno graffiante, capace comunque di definire un nuovo immaginario internazionale della città stessa. Roiter studiava chimica, ma era la fotografia la sua grande passione, alimentata anche dal padre che gli comprò la sua prima macchinetta fotografica (tedesca) con cui immortalò in ogni modo volti e luoghi del paesino in cui viveva. Nel frattempo, conobbe Paolo Monti, il maggior intellettuale della moderna fotografia italiana, colui che per primo comprese la possibilità della fotografia di colloquiare con l’arte contemporanea senza rinunciare alla sua specificità. Con il suo “padre putativo” – come amava chiamarlo – nonché fondatore del circolo culturale “La Gondola”, iniziò un sodalizio artistico durato cinque anni. “Mi parlava di qualunque cosa, dall’arte alla letteratura, e io ero come una spugna”, disse ricordando un anno in particolare – il 1949 – e la sua prima foto (esposta, anni dopo, al Festival della fotografia europea di Brera) ad un albero di platano bianco che sembrava una croce, “l’inizio di tutto”, perché, come si legge nel libro, “in quel momento capii che avrei fatto quel mestiere”. Gli anni passavano, arrivò il 1953 e con esso l’aut-aut del padre. “O me ne tornavo alla chimica – spiega ancora in quelle pagine – oppure la mia passione per la fotografia doveva diventare redditizia. Ero a un bivio. Chiesi un’ultima chance. Questa: di offrirmi il minimo dei mezzi e di lasciarmi andare in Sicilia. Percorrendo l’isola in bicicletta con la macchina fotografica al collo, lontano dalla realtà del mio villaggio, avrei scoperto in modo definitivo se la mia vocazione di fotografo era autentica e valida”.

 

La Sicilia è stata il suo punto di partenza e “in sella al suo fedele Mosquito, ne andò a documentare il volto più fragile, l’acerba e candida bellezza”, ha spiegato al Foglio Denis Curti, curatore di “Fulvio Roiter: fotografie 1948-2007”, la prima retrospettiva organizzata in suo onore che sarà ospitata dal 16 marzo prossimo alla Casa dei Tre Oci, a Venezia, un posto quasi più magico della città stessa. Se, però, per la maggior parte dei tanti fotografi, la Sicilia era una meta irrinunciabile, simbolo di un’Italia reduce della guerra appena conclusa, per lui – continua Curti – rappresentava qualcosa di più personale, perché era l’occasione della sua vita, il punto di non ritorno per dimostrare che poteva vivere di fotografia.

Arrivò il 1953, con l’aut-aut del padre. “O tornavo alla chimica, o la mia passione per la fotografia doveva diventare redditizia”

Partì così con una Rolleicord e una Rolleiflex e percorse per un mese intero duemila chilometri, alla ricerca di quelle immagini che in breve tempo gli avrebbero dato la notorietà, tra cui Lettera a Lipari, con una vecchia madre vestita di nero e due sorelle, o l’operaio nudo in Miniera di zolfo, due grandi concentrati di umanità entrambi presenti nella mostra promossa dalla Fondazione di Venezia in partenariato con la città di Venezia. Un interesse, il suo, dimostrato anche per l’Italia intera e che caratterizzò tutta la sua carriera, coinvolgendo, oltre alla mirabile produzione in bianco e nero, la prospettiva di un paese a colori, esplorata poi nel periodo più maturo, nel corso dei suoi viaggi in Umbria, in Friuli e in Veneto e in tante altre regioni del Bel Paese. 

 

Fotografare significava per Roiter creare immagini capaci di mostrare, nel breve spazio della loro superficie, una realtà nuova conclusa nei limiti dell’inquadratura e le sue opere non hanno nulla di fisso e di statisticamente necessario, perché – come diceva – “chi sa fermarsi sulle immagini ricrea il mondo da sé”. Con Umbria. Terra di San Francesco ottenne a Parigi nel 1956, il prestigioso premio Nadar e, successivamente, nel 1978, con Essere Venezia, il Grand Prix a Les Rencontres de la Photographie d’Arles. Negli anni seguirono anche altre opere di grande impatto visivo e grafico sul Brasile, il Messico, la Turchia, la Spagna, la Tunisia, il Libano che, a distanza di oltre vent’anni, restano dei classici del genere. 

 

La moglie Lou conosciuta in Belgio: anche lei fotografa, anche lei speciale, al punto da portare in dote al matrimonio la camera oscura

“Era un pazzo scatenato che ho imparato ad amare, un uomo che aveva la fotografia nel sangue”, ci confessa Curti, che non lo ha mai incontrato quando era in vita, se non “sfiorato” una sola volta proprio a Venezia. “Ho iniziato a studiarlo, ad analizzare il suo lavoro e l’archivio Roiter dove tante diapositive sono ancora oggi nelle scatole gialle della Kodak”, aggiunge. “Non aveva tempo per sistemare tutto quel materiale e quel disordine, a suo modo piacevole, è conseguente al suo essere stato sempre in giro a fare foto, a interessarsi di altro e a vivere il presente”. “Studiarlo è stata una scoperta piena di sorprese – aggiunge – quella di un uomo che viveva dentro e per la fotografia, un fuoriclasse che non aveva tempo di allenarsi perché una volta in campo sbaragliava tutti”. Ve ne renderete conto anche voi vedendo da vicino le oltre duecento fotografie esposte tutte insieme nella città lagunare in questa mostra resa possibile grazie al prezioso contributo della moglie Lou Embo, conosciuta in Belgio durante un suo viaggio, anche lei fotografa, anche lei speciale, a tal punto da portare in dote al matrimonio, come ci confessa Curti, la camera oscura.

 

Un percorso, quello esposto nei due piani del palazzetto veneziano, da cui emerge al meglio il gran lavoro di Roiter, realizzato quasi sempre con un bianco e nero aspro, contrastato e ruvido per raccontare il mondo attraverso un attrito costante, senza mediazioni e senza menzogne. Ne derivano così nove “momenti creativi”, come li definisce Curti, ognuno dei quali è espressione di uno specifico periodo della sua vita e della sua fotografia: da “L’armonia del racconto” a “Tra stupore e meraviglia: l’Italia a colori”, da “Venezia in bianco e nero: un autoritratto” a “L’altra Venezia”, da “L’infinita bellezza” a “Oltre i confini”, da “Omaggio alla natura” fino a “Oltre la realtà” e “L’uomo senza desideri”. Nove tappe di una vita interamente dedicata alla fotografia e alla ricerca di quei luoghi dell’anima che ne hanno ispirato la poetica, assumendo come unico punto di riferimento la pura e sincera passione, vissuta dall’autore tra scenari di viaggi, scoperte e amori incondizionati, come leggiamo nel catalogo pubblicato da Marsilio. 

 

Meticoloso e attento ai progetti editoriali come a quelli fotografici, di cui seguiva ogni passaggio: realizzava lui stesso le stampe

L’allestimento si arricchisce grazie anche a videoproiezioni, a ingrandimenti spettacolari e a una ventina di libri originali che oltre a visualizzare in pagina l’opera di Roiter, restituiscono anche la vastità di contributi critici dei tanti autori che hanno scritto sul suo lavoro, tra cui Andrea Zanzotto, Italo Zannier, Alberto Moravia, Fulvio Merlak, Giorgio Tani ed Enzo Biagi. Toccante e intenso il ricordo della moglie, riferito proprio a quel primo incontro in Belgio che fu la nascita di un rapporto umano e professionale durato quarant’anni. Roiter era meticoloso e attento, ai suoi progetti editoriali come a quelli fotografici, di cui seguiva ogni passaggio, tanto che le stesse stampe doveva realizzarle lui personalmente, nella camera oscura che aveva in casa, per poi timbrarle e firmarle al fine di esaltarne e tramandarne il valore. Un valore che per l’autore poteva essere misurato solo attraverso amore e passione, e la cui grandezza risuona oggi nelle parole della nipote Jasmine Moro Roiter che ricorda che le sue fotografie “sembrano voler graffiare le pagine dei libri per poter uscire e diventare, se possibile, ancora più reali”. 

  

Un particolare modo di guardare il mondo, quello del grande fotografo veneto, non c’è che dire, che ha ispirato la sua opera fino alla fine dei suoi giorni su una linea di racconto dinamica, ricca di sfumature, sorprese e colpi di scena, sicuramente molto intima. Non era un semplice fotografo illustratore, fece notare Alberto Bevilacqua, e questo bisogna tenerlo bene a mente per poterlo comprendere: era “un rabdomante” e pertanto, in quanto tale, “non ubbidiva alla logica”. I suoi erano gioielli buoni anche per gli occhi più esigenti. “Scriveva versi con la macchina fotografica e, si sa, per un poeta vale, spesso, più un muro desolato di una basilica”.

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