Così nasce una paura collettiva

Le spiagge radioattive in Camargue e la presunta ondata di suicidi a France Télécom. Le notizie spettacolari, le dicerie “nere”, come la teoria del management omicida, e la formula “non c’è fumo senza fuoco”

26 Dicembre 2017 alle 09:57

Così nasce una paura collettiva

[Ogni lunedì pubblichiamo a puntate, per i lettori del Foglio, “La democrazia dei creduloni” del sociologo francese Gérald Bronner, nell'edizione italiana uscita nel 2016 per i tipi di Aracne con la traduzione di Silvia Morante. Un saggio in cui sono analizzati i processi che permettono a coloro che diffondono falsità e dubbi di impadronirsi dello spazio pubblico. Di seguito trovate la quattordicesima puntata] 

 


 

Quello che il caso Terry Jones (lo sconosciuto pastore di Gaines che deve la sua “gloria” mondiale solo alla pubblicizzata volontà di bruciare il Corano, ndr) evidenzia è l’entità del premio su cui oggi può contare un qualsiasi provocatore e possiamo temere un gioco al rilancio: quale tweet potrei scrivere perché si diffonda? Quale idea posso sostenere per promuovere il mio blog? Quale profilo su Facebook può far parlare di me? E’ lecito supporre che la concorrenza sfrenata che organizza il mercato cognitivo contemporaneo non sia sempre favorevole alla temperanza.

 

Alcuni d’altra parte non esitano a sfruttare il dilemma in cui si trovano i media per procurare un pubblico a risultati che vengono dichiarati scientifici, ma che vogliono liberarsi della perdita di tempo necessaria a un esame rigoroso. Così Gilles-Eric Séralini, che da molti anni cerca di dimostrare la pericolosità degli Ogm, il 19 settembre 2012 ha verosimilmente strumentalizzato la stampa per dare ai suoi risultati un’incredibile pubblicità. Ricordiamo i fatti. Nella più totale segretezza, Séralini ha condotto sui topi uno studio che era presupposto dimostrare la pericolosità di un Ogm: l’Nk 603. Invece di aspettare che l’articolo da lui pubblicato desse luogo a controesperimenti e diventasse o meno un riferimento nella comunità di suoi pari, ha preferito confidare i suoi risultati ai soli giornalisti che hanno accettato di firmare un accordo di segretezza che impediva loro di farli valutare da esperti (come sarebbe la regola). Ha messo in gioco il dilemma del prigioniero contro l’insieme dei reporter: o accettavano il ricatto o rischiavano di perdere una notizia scientifica presentata come importante. Una parte dei giornalisti ha accettato il ricatto e le dichiarazioni si sono susseguite: “Gli Ogm sono veleno” si poteva leggere a caratteri cubitali su un noto settimanale, “Non ci sono più dubbi, gli Ogm sono pericolosi”, si sentiva sulle frequenze della radio pubblica. Le dichiarazioni non erano al condizionale. Il contagio si è quindi esteso ai politici, un certo numero dei quali ha fatto, il giorno stesso, clamorose dichiarazioni con le quali si chiedeva l’interdizione degli Ogm. Questi intemperanti commentatori avrebbero fatto meglio ad aspettare perché, come si vedrà, in molte parti del pianeta la comunità scientifica ha reagito molto rapidamente per esprimere sospetti e segnalare inaccettabili lacune del protocollo sperimentale — un rimprovero che era stato già rivolto nel passato allo stesso ricercatore.

 

Una tale situazione coinvolge i protagonisti in un processo che nuoce all’interesse collettivo. Essi ne sono consapevoli, ma la pressione li conduce ad aderire alla celebre frase di Ovidio: “Video meliora proboque, deteriora sequor” (Ho visto il bene, lo approvo. Ma faccio il male.) Quando si tratta di pubblicizzare fatti, reali o immaginari, che hanno come solo difetto di non meritarlo, questo non ha molte conseguenze: la situazione è tuttavia molto diversa quando la fretta nella diffusione di un’informazione è la causa di paure collettive.

 

Il caso delle spiagge radioattive

In alcuni casi sarebbe necessario prendersi un po’ di tempo prima di contribuire a diffondere notizie false che possono avere gravi conseguenze. E’ quello che si sarebbe dovuto fare nel marzo del 2000 prima di annunciare, all’inizio la stampa locale immediatamente dopo i media nazionali, che le spiagge della Camargue erano radioattive. Questo annuncio allarmista ha avuto importanti conseguenze economiche, per esempio per il turismo e per i produttori di riso. I genitori, è comprensibile, avevano paura che i loro figli potessero ingoiare la sabbia radioattiva. Immediatamente, l’immaginario cospirazionista si è messo in moto e si è sospettato che fosse stata la centrale nucleare di Marcoule a riversare clandestinamente i suoi imbarazzanti scarti sulle spiagge. In realtà la radioattività misurata non era che la conseguenza naturale della presenza di una sabbia nera, la monazite (minerale composto tra l’altro di torio e uranio), trasportata dalle alluvioni del Rodano. Gli abitanti della Camargue conoscevano da sempre questa sabbia nera che avevano sempre visto sulla spiaggia dell’Espiguette, e la presenza di un certo livello di radioattività era ben noto negli ambienti scientifici già dal 1955, quando André Rivière aveva scritto una nota in proposito all’Académie des Sciences.

 

L'immaginario cospirazionista
ha fatto sospettare che fosse stata
la centrale nucleare di Marcoule
a riversare clandestinamente i suoi scarti sulle spiagge. In realtà
la radioattività misurata
era la conseguenza naturale
della presenza di una sabbia nera, trasportata dalle alluvioni
del Rodano

Tra i giornalisti che hanno creduto opportuno allertare il grande pubblico, nessuno si è preso la briga di verificare la qualità di un’informazione la cui diffusione avrebbe potuto avere serie conseguenze per la regione. Come si poteva pensare che, dopo il telegiornale delle 20 del 2 aprile che Tf1 aveva aperto con la “scoperta di un tasso anormale di radioattività sulle spiagge della Camargue”, gli altri media potessero tacere questa informazione? La concorrenza non ha solo virtù, ma anche difetti. Qualsiasi specialista (a meno che non sia un militante precauzionista come i membri del Criirad – Commission de Recherche et d’Information indépendante sur la Radioactivité – che hanno dato l’allarme) sa che i tassi registrati sulla spiaggia dell’Espiguette non costituiscono in nessun modo un rischio per la salute pubblica. Si sarebbe dovuto precisare, per esempio, che un volo Parigi-San Francisco espone i passeggeri a una dose di radioattività che può essere quattro volte maggiore di quella presente nel punto più radioattivo della spiaggia della Camargue sfortunato bersaglio dei media per alcuni giorni.

 

Questa storia è deplorevole per più di una ragione. Prima di tutto perché le successive smentite sono state trattate in modo quasi aneddotico. Non sono apparse né sui titoli di prima pagina, né in nessun telegiornale delle 20. Lo è anche perché, malgrado queste timide smentite, il sospetto di cui sono ormai vittime esperti e scienziati fa nascere nei cittadini l’idea che “forse non ci dicono tutto” e, secondo la formula preferita a Tolosa “non c’è fumo senza fuoco”. Infine lo è perché il tipo di rischi come quello del danno radioattivo, sono memorizzati con particolare facilità, e si può quindi supporre che questo tipo di disavventure mediatiche, anche quando sia stata ristabilita la verità, lascino un malessere nell’opinione pubblica.

 

Quest’ultima considerazione porta a una constatazione di ordine più generale, ovvero che l’ansia è un eccellente prodotto mediatico. Tutti gli specialisti di dicerie (il “più vecchio media del mondo”) sanno bene che i temi da esse evocati sono portatori d’ansia (presenza di tarantole o di serpenti pericolosi nei supermercati, l’Lsd nelle caramelle...). Per questo, le dicerie che vengono dette “nere” sono molto più frequenti nella vita sociale di altre leggende più positive. Non perché le persone non siano in grado di concepire queste ultime, ma perché esse subiscono una sorta di selezione darwiniana che lascia sopravvivere solo le storie più efficaci (quelle che gli attori sociali memorizzano meglio e che hanno più voglia di raccontare). Perché una credenza incontri qualche successo sul mercato cognitivo è necessario che soddisfi almeno due requisiti: da una parte essa deve trattare un argomento che coinvolge in un modo o nell’altro colui che la sostiene; dall’altra deve fornire una informazione inedita. Tutte le notizie spettacolari e che “implicano” qualcosa attirano spesso l’attenzione per mezzo della preventiva paura che suscitano nelle persone che la ascoltano. La paura non è l’unico motore per la diffusione di una credenza o di una notizia, ma ne è un efficace promotore.

 

I meccanismi che concorrono a rendere una notizia sbagliata più visibile di una che non lo è sono molteplici, ma rivelano sempre un’alleanza tra ragionamento sbagliato e aspettative credulone, addirittura ideologiche. Come si concretizza questa alleanza? Per mostrarlo analizzerò alcuni avvenimenti che hanno fatto scalpore nel 2009‒2010 e che hanno provocato una reazione mediatica che illustra in modo egregio le derive esaminate in questo capitolo.

 

L’“ondata di suicidi” a France Télécom

Le annate mediatiche 2009 e 2010 sono state contrassegnate dalla questione dell’“ondata di suicidi” a France Télécom. La storia è così nota che potrebbe sembrare superfluo ricordarla. Tuttavia, essa si mette in moto con un fatto poco noto: la fondazione, nel 2006, da parte di un membro del sindacato Cgc-Unsa14 e Sud dell’Osservatorio sullo stress e le mobilità forzate a France Télécom. L’Osservatorio impiega due anni per fare un serio conteggio dei suicidi nell’azienda che comincia con la morte, nel febbraio 2008, di un tecnico che mette fine ai suoi giorni dopo un congedo per malattia di quattro mesi. Il primo articolo di rilievo su questa storia è datato 19 maggio 2009 e appare sulle pagine di France Soir. L’esaltazione mediatica si mette in moto nel corso dell’estate del 2009. Il 13 luglio, un impiegato dell’impresa, quadro di 51 anni, mette fine ai suoi giorni lasciando una lettera che non lascia alcun dubbio sulle motivazioni del suo gesto: la vita nell’impresa è diventata difficile per lui, egli parla di un “continuo stato di emergenza” e di un “sovraccarico di lavoro”. Un altro, impiegato del servizio commerciale a Saint‒Lô, si taglia le vene sul posto di lavoro il 29 giugno. Questi fatti avevano di che suscitare l’interesse della stampa e lasciar supporre che vi potesse essere un legame tra l’atmosfera sociale all’interno dell’impresa e i casi di suicidio. Qualche anno più tardi, infatti, uno di questi viene classificato tra gli “incidenti di servizio”, ovvero la direzione di France Télécom riconosce che si tratta di incidente sul lavoro, cosa che significa ammettere una parte di responsabilità nel decesso. Molto prima che questo avvenisse, l’Osservatorio sullo stress e la mobilitazione forzata a France Télécom aveva dichiarato a proposito di quel decesso: “Ci sarà ancora chi oserà dire che questa già troppo lunga lista nera non è il risultato di una situazione drammatica all’interno dell’azienda?”.

 

Anche quando il suicidio
non ha molto a che fare
con la situazione di vita nell’azienda, come nel caso del giovane di 28 anni che lascia una lunga lettera in cui parla delle sue delusioni sentimentali con un’amica a cui ha tentato
di telefonare il giorno del dramma,
è la pista France Télécom
quella che viene evocata

Questa associazione come sottolinea Alain Rabatel, ha largamente contribuito a mediatizzare la crisi di suicidi a France Télécom. Essa ha giocato il ruolo di “campanello di allarme”, come il Criirad nel disgraziato affare della spiaggia radioattiva alle Camargue. Da quel momento sono centinaia gli articoli, i reportage radiofonici e televisivi che battono su ogni nuovo suicidio, nell’urgenza di seguire una storia che suscita indignazione nell’opinione pubblica. Anche quando il suicidio non ha probabilmente molto a che fare con la situazione di vita nell’azienda, come nel caso del giovane di 28 anni che lascia una lunga lettera in cui parla delle sue delusioni sentimentali con un’amica a cui ha tentato di telefonare il giorno del dramma, è la pista France Télécom quella che viene evocata. In quella lettera il giovane menziona, è vero, la sua ansia professionale e si dichiara “deluso” e “in collera” con il suo capo e i suoi colleghi, ma perché non hanno “risposto alle sue richieste di aiuto”. Questo non impedisce a un delegato di Sud‒Ppt di dichiarare: “E’ un problema generale. Probabilmente non c’è una sola causa, ma al 90 per cento è un problema dell’azienda”. Questa esplosione mediatica estremizza la visibilità di ogni nuovo suicidio a France Télécom, insinuando anche che sta succedendo qualcosa che non solo merita attenzione e discussione, ma anche indignazione.

 

(14 - continua)

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