Un artista molto in vogue

Michele Masneri

Tra arte, moda e jet set internazionale. Deluso dalla sinistra e dall’America: Francesco Vezzoli si racconta

Ha capello e barba folta, pelle candida e mani lunghe da bebè pianista. Sembra un po’ Pier Vittorio Tondelli, però un Tondelli della moda, tutto equipaggiato Prada con un maglione spumoso blu e una borsa con le sue iniziali, FV. E un profumo di quei profumi di ricchi che non si trovano al duty free (sa di curcuma). Si presenta al ristorante con gli eye-patch, dei cerottoni contro le occhiaie, per vedere l’effetto che fa. Francesco Vezzoli, il nostro artista più dannunziano- internazionale, ha creato un’epica e un’estetica di canzonette, uncinetti, lacrimucce, profumi e balocchi. Un salotto di Nonna Speranza 2.0 di star globali o molto locali, in cui Marisa Berenson, Sharon Stone, Adriana Asti, Gore Vidal e Iva Zanicchi cantano o piangono insieme a Bernard-Henry Lévy.

 

Le fondamentali nonne. "Una era altoborghese e l'altra salumiera a San Faustino", nel quartiere malfamato della città (Brescia)

Vezzoli però è di Brescia. “I miei erano di sinistra, erano medici e avvocati, mi portavano al cinema a vedere Fassbinder, in casa avevamo i libri di Umberto Eco, mia madre sognava di potersi comprarsi un giorno un Pistoletto”, dice, mentre siamo nel ristorante di un hotel romano molto “su”, con dei ferri battuti e degli arredi losangelini e un menu di quinoa e kale che sembra di stare a Santa Monica: però poi arriva l’olio d’oliva Il Casolare nella tradizionale bottiglia da latte un poco unta. Ed eccoci qua, tra la straprovincia e la California. Le fondamentali nonne. “Una era altoborghese e l’altra salumiera a San Faustino”, nel quartiere malfamato della città. “Quella ricca andava a comprare il vitel tonné nel negozio dell’altra”. “A differenza dei genitori, le nonne erano moderne, parlavano di soldi, di quello che succedeva fuori, della vita”. Poi “al liceo classico dove solo in apparenza non c’erano differenze di classe, ma invece c’era il meglio dei figli dei nobili, il meglio dei figli dei medici, il meglio dei figli degli operai, una specie di Ivy League locale”. “I miei amici però erano tutti più grandi di me, mi portavano a Londra a ballare. Io volevo fare il disc jockey”. “D’estate poi andavamo al mare, con le nonne. Che si riunivano con le zie, e tutte insieme mi portavano a Riccione. Per un mese. Lì diventavo baby Proust. Il bambino vuole un gelato! Il bambino ha caldo! Tutte mobilitate”. Figlio unico? “Figlio e nipote unico”.

 

Soffriva Vezzoli nella monocultura bresciana del tondino esistenziale-macho? “Con i miei mai un problema” dice sistemandosi i cerottoni sotto gli occhi. “Poi a un certo punto mi hanno detto, viste le mie mostre, ma perché non ci hai mai parlato della tua omosessualità? Io: ‘sappiate che il tratto che definisce il mio carattere è l’ambizione, non la mia sessualità’, una frase un po’ alla Joan Crawford, effettivamente”. L’ambizione nasceva forse dal clash tra il salume e il blasone? “Uhm. Forse. Sì”. Però “soffrivo semmai perché a Londra vedevo tutti questi belloni e io mi sentivo un insetto”. Ma sarai stato un insetto carino. “Non capivo i linguaggi, stavo nell’angolo nei bar”. Quindi ti sei buttato sui vecchi dinosauri, un classico. “A Londra ho conosciuto tutti, ho fatto in tempo a incontrare il performer Leigh Bowery, mi ricordo la sua ultima uscita pubblica, a una mostra di Lucian Freud: c’erano vecchie signore da biscotti Walker, Freud coi suoi amici classici tipo almeno il duca di Beaufort – ma non voglio fare name dropping!” – dice Vezzoli, che fa cadere giù tanti nomi, possibilmente propri, ma poi scatta il ritegno lombardo, ogni volta che dice “Gore” per Vidal aggiunge “ma io non ero nessuno rispetto a lui”, e si ritrae un poco sulla seria mangiando cinquanta grammi di quinoa (ah, se ci fosse il vitel tonné). Vidal è stato l’apice del catalogo vezzoliano di personalità, filone aristocrazia del pensiero hollywoodiano. Ci ha fatto un film, una finta intro al già scandaloso Io, Caligola, un SPQR dove al posto di Boldi/De Sica ci sono Milla Jovovich, Benicio Del Toro, Courtney Love, Barbara Bouchet (costumi di Donatella Versace).

 

"Ho smesso con le celebrità. Faccio tutt'altro. Un lavoro sulle sculture antiche, una mostra su De Chirico"

“A Gore ci sono arrivato tramite una signora romana cui devo molto, Mirella Haggiag. A Los Angeles, lui viveva col domestico Fernando. All’ingresso, questo trumeau con sopra le foto di lui con: Hillary, la principessa Margaret, Paul Newman”. Una tua opera, praticamente. “Era molto chiaro come lui si voleva rappresentare: royalty, glamour, politics”. “Lui mi chiedeva della politica italiana, aveva aneddoti strepitosi, sosteneva che Almirante fosse gay. E poi che i diritti dei dischi di Cicciolina le prendeva il Vaticano perché la Rca secondo lui era controllata dallo Ior”. O vecchi favolosi o tv-monnezza. “Adesso non esco soprattutto per guardare Tale e quale Show” dice lui, noto guardatore ingordo di televisione. Ha studiato Gianni Boncompagni e Andy Warhol. “Lo guardo tutti i venerdì”. Ma fai finta, dai. “Scherzi? Fammi delle domande. La Goggi dice sempre chapeau, De Sica dice la parolaccia, Montesano fa la macchietta, so tutto”. “Tale e quale Show offre un’analisi sociologica geniale: una nazione senza celebrity costruisce attorno all’assenza di celebrity uno show dove vengono invitate delle celebrity sfigatissime, che fare venire quelle vere costerebbe certo meno”. L’arena di Giletti ti piace? “Troppo fighetto. Io voglio Tale e Quale, oppure Gore Vidal. O il nulla o il tutto”.

 

E i talk? Si indigna molto. “Ma sei pazzo? Come faccio a guardare Cuperlo? Cuperlo, D’Alema. Stanno sempre in tv. Il tema non è dire qualcosa di sinistra. Il tema è dire qualcosa di memorabile. Diaghilev diceva Etonnez-moi, stupitemi. Come si permettono questi di annoiarci così?”. E che devono fare? “Io ho chiesto a Annie Leibovitz di fotografarmi con mia madre su Vogue America, e l’ho ottenuto”. Eh, ma che deve fare Cuperlo. Su Vogue pare difficile. “Si inventi qualcosa” (si inalbera). “Prendano la Bonino, una bella figura, una donna. O Renzo Piano. Conosce tutti i più ricchi della terra, i ricchi veri. Lui dovrebbe fare il mega consulente alla sinistra italiana”. A proposito di tv, come Matteo Renzi (e anche Matteo Salvini) sei stato a Doppio Slalom, rito di passaggio della classe dirigente italiana. “Certo, ero stato campione dell’anno”. E che ne hai fatto dei guadagni? “Avevo vinto dei televisori, li ho rivenduti alle nonne”. Parliamo di Renzi. Tanti son delusissimi. “Io non è che sono deluso, non mi sembra che abbia fatto grandi nefandezze; più che altro son dispiaciuto per lui, e deluso semmai dalla sinistra. Non son stati capaci di capire la rivoluzione digitale, son lì a litigarsi la scarsa eredità di una nonna che non è ancora morta” (è ossessionato dalle nonne, è chiaro). “Non riesco a pensare a una cosa più sfigata e deprimente della sinistra italiana, zero senso della tattica, zero senso del ritegno. L’ultimo dei galleristi ha più senso dell’immagine pubblica di un politico italiano. Vanno nelle trasmissioni, litigano, e hanno il due per cento. Sono orrendi. Poi dice che uno guarda Tale e Quale ”.

 

E i Cinquestelle? Silenzio. Qui confessiamo una perversione: troviamo sexy il Dibba. Quell’occhio a palla. Salta sulla sedia. “Ma no! Dibba non è sexy!”. Allora chi? “Il tuo direttore”. Riferiremo. E Berlusconi? Da Vespa l’hai visto? “Eh, con quella luce blu, quei denti. Lui le regole dei media le ha capite, lui la modernità l’ha capita”. Vezzoli ha dei vezzi tutto sommato modesti, chiede un cappuccino deca con molta schiuma che poi beve centrando con attenzione quel poco spazio della faccia lasciato libero dagli occhiali da sole, dagli eye-patch e dai capelli. Controlla tutto, “sta funzionando il registratore?”. Funziona, passiamo all’America. “Diciamo che se la sinistra italiana sta male, quella americana sta nella merda”. “Vorrei che Gore tornasse e commentasse la politica accaventiquattro su Cnn”. Però lui era molto amico di Hillary. “Attenzione. Gore era grande amico della first lady, non di Hillary, c’è una differenza. Ha sempre avuto un debole per le first lady”.

 

A Londra "soffrivo perché vedevo tutti questi belloni e io mi sentivo un insetto… Non capivo i linguaggi, stavo nell'angolo nei bar"

E oggi, non ti manca Hollywood? “Io negli ultimi anni ho sviluppato un’intolleranza proprio per il prodotto americano: per loro, i loro film… li ho amati terribilmente e ora sono delusissimo. Ho conosciuto Jean Stein, la più grande salonnière americana, era una che prendeva l’aereo privato per andare da Fidel, aveva Mailer a cena. Io me li ero studiati tutti, mentre a loro della mia cultura non gliene fregava niente. Incontravi il direttore del grande museo che ti chiedeva se Pasolini è ancora vivo. Son delusissimo, io ero stato educato ad amare l’America”. (Tutte queste memorie fanno un po’ impressione dalla boccuccia di Vezzoli e dalla sua pelle di bebè, dev’essere lo stare sempre in casa a guardare la tv, e neanche un capello bianco). Weinstein? “Che fosse pessimo si capiva già dai vestiti della moglie. Chiamati Marchesa, per di più. Cioè, sei Weinstein, e non trovi di meglio che trovarti una finta moglie in affitto che fa quei vestiti orribili, con quel nome, Marchesa?”.

 

Altre delusioni? “Non italiane. Io sono patriottico”. Pasolini pure non sarà stato un po’ sopravvalutato? Io penso sempre che se fosse vivo oggi sarebbe dei Cinquestelle. “Come regista assolutamente no, non ha deluso. E soprattutto non come figura mediatica. Lui, anche se negava, sapeva usare i media. Li considerava nemici ma poi infarciva i suoi film con le star, “era la sua mise en abyme… con la Mangano, Totò”. Un po’ come te. “Ma io ho smesso con le celebrità”. “Lo dico chiaro. Lo dico per la prima volta. La mia idea era: voi siete dei rincoglioniti di glamour e io vi rimpinzo di video con tutte le star di Hollywood più fighe, voi pensate che io sia ossessionato da queste cose, ma io sto mettendo uno specchio davanti a voi”. Adesso però si è stufato. “Faccio tutt’altro. Un lavoro sulle sculture antiche, una mostra su De Chirico”. Poi il ripescaggio sugli archivi della Rai alla Fondazione Prada. “Avevo voglia di lavorare con Massimo Bernardini, non con Kim Kardashian o Katie Perry”. Insomma le povere star le hai usate tutte e adesso le hai abbandonate. “Non sono più fondamentali” (adesso si capisce: ha succhiato il sangue blu di tutte queste vecchie hollywoodiane, è questo che l’ha mantenuto giovane). Ha smesso con le dive, ha smesso anche col sesso random (ha un fidanzato), insomma ha messo la testa a posto: il nostro artista più – usiamo l’orrida parola, glamour - è diventato ceto medio riflessivo. Renziano e riflessivo. Mai ‘na gioia.

 

Su Gore Vidal: "Mi chiedeva della politica italiana, aveva aneddoti strepitosi, sosteneva che Almirante fosse gay"

“Con Los Angeles sono andato avanti e indietro per una decina d’anni. Ci sono anche morto due o tre volte, mi piace dire. Non ce la faccio. Non reggo il livello di menzogna. E’ un luogo dove le persone non fanno altro che mentire, tutto il tempo. Ormoni, lifting e bugie. La bugia mi dà il tormento, mi fa stare male”. “Tra Gore e Capote per me la differenza è questa. Gore aveva a cuore la verità delle cose, come tutte le persone nate profondamente privilegiate la verità l’aveva vista. Raccontava sempre questo aneddoto, che quando Jackie si china sul feretro di Jfk lei aveva già al bavero la spilla regalata da Onassis. Io ho sempre pensato che lui non mentisse. Invece il problema di Capote era che diceva un sacco di balle”. Però Capote alla fine si autodistrugge con quella verità bestiale. “Quella morte lì di Capote mi ha affascinato fino ai trent’anni, poi basta”. “Da ragazzo pensavo che sarei morto come lui, ubriaco e solo, ma senza aver scritto A sangue freddo, peraltro.

 

Poi un sussulto. Si ricorda. “Ah, ecco. Sai chi è sopravvalutato? “Bob Dylan è sopravvalutato”. “Io ho litigato con Bono Vox su Bob Dylan. Lui mi fa: vedrai che alla fine lo andrà a ricevere, il Nobel, e farà un bellissimo discorso. Invece non c’è mai andato, e al suo posto ha mandato quella là ubriaca”. Magari si sentiva inadeguato. “No, si sentiva stocazzo” (come i lombardi per bene, Vezzoli abbassa la voce quando dice le parolacce, e gli piace dirle in romano, when in Rome). “Un altro sopravvalutato sai chi è? Tarantino. Gore mi diceva sempre: ricorda che Quentin è e rimarrà sempre il commesso del negozio di Vhs”. Cioè? “Cioè è un enciclopedico, è un archivista”. “E poi quell’altro. Clint Eastwood. Ma come si fa. Mystic river è orrendo. Poi guardi questi film e pensi che dietro c’è lui, che ha votato Trump. Ma che roba è? E questi film americani: si sparano in continuazione. E non è la Mafia. Non è la guerra. Si sparano e basta. Si sparano e si menano. Anche noi abbiamo i film violenti, ma si chiamano “Le mani sulla città”, di Rosi”. L’America ti ha molto deluso. “Sono un romantico politico. Gli americani non hanno il cuore. Non gli batte il cuore. Bisognerebbe fare degli studi sulla sessualità e sulla emotività degli americani. Il fatto è che è impossibile: noi possiamo andare indietro a Catullo, loro al massimo all’Ottocento, a Edith Wharton. Dimostrare scientificamente che non hanno il cuore, è dunque impossibile”.

 

Ma alla fine il Pistoletto a tua madre l’hai comprato tu? “E con quali soldi?”. Beh, sarai ricco, con tutte quelle star e quelle mostre. “Per niente. I soldi che ho guadagnato li ho spesi tutti. Nei miei film le spese le pago sempre io, non voglio un produttore che mi dica questo no, questo costa troppo. Ho studiato la storia del cinema: Sergio Leone è morto per C’era una volta in America, Visconti si è preso il coccolone per colpa di Ludwig. Così non ho mai avuto dubbi. Facciamoli corti ‘sti film, e paghiamoceli noi”. (Conto. Paga lui pure quello. Prima di alzarci, dì una cosa brutta di Miuccia Prada! - la sua sponsor, la sua Kay Graham. Gli cascano i cerotti dagli occhi. “Ma non c’è niente di brutto da dire su di lei!”. Scherziamo, il suo ballo in bianco e nero Vezzoli non ha nessuna intenzione di farlo).

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