Il canto del muezzin a Tor Vergata
L’università di Roma fa un patto con il Qatar, burattinaio dell’islamismo e del boicottaggio di Israele (anche all’Unesco). I principi sauditi ci tengono lezione. Orsini: “Si parli pure ai talebani, ma forti nella propria identità”.

Roma. Quando la Northwestern University aprì un ateneo satellite nel deserto del Qatar, a Doha, il professor Stephen Eisenman, già presidente del Senato accademico di quella facoltà americana, pubblicò un rapporto che metteva in dubbio “l’etica di aprire un campus in un paese autoritario e che vanta tra i propri alleati numerosi regimi e gruppi oppressivi”. All’Università di Roma Due, Tor Vergata, sembra che il dubbio non abbia sfiorato nessuno di fronte al patto di ferro che l’ateneo ha stretto con il Qatar.
La scorsa settimana, in merito alla battaglia all’Unesco per cancellare le radici ebraiche di Gerusalemme, abbiamo reso conto del ruolo del Qatar in seno all’agenzia dell’Onu. Ieri, l’Unesco ha votato un’altra risoluzione antisemita (soltanto due i paesi che hanno votato contro). Tre settimane fa, l’ex ministro della Cultura del Qatar, Hamad Bin Abdulaziz al Kawari, giunto a Roma per lanciare la sua candidatura a direttore dell’Unesco, ha ricevuto una laurea honoris causa proprio a Tor Vergata. A fare gli omaggi di casa c’erano Giuseppe Novelli, il magnifico rettore, Giorgio Adamo, vicedirettore del dipartimento di Storia dell’Università, e Maria Giovanna Stasolla, coordinatrice dei dottorati in Beni culturali.
Come induce in confusione l’apertura di Tor Vergata a un altro baluardo dei diritti umani in medio oriente e che non fa mistero di voler esportare nel mondo l’islam: l’Arabia Saudita. “E’ una giornata storica per Tor Vergata”: così il rettore Novelli ha salutato la prima edizione della summer school in lingua e cultura araba organizzata dal Centro interdisciplinare di studi sul mondo islamico di Tor Vergata diretto dal professor Massimo Papa, in cui il principe saudita Turki al Faisal al Saud ha tenuto una lectio al corpo docente di Tor Vergata sui “nuovi scenari politici del mondo arabo”. A conclusione, il principe saudita è stato persino insignito della Pergamena d’onore dell’Università come Professore emerito dell’ateneo. C’erano anche gli ambasciatori in Italia degli Emirati Arabi Uniti, dell’Oman e della Lega Araba. Facilitatore culturale della partnership di Tor Vergata con il mondo islamico è Massimo Papa, ordinario di Diritto musulmano e dei paesi islamici a Tor vergata. Il professor Papa ha partecipato anche alla conferenza a Tor Vergata con il vice premier del Qatar al Attiyah.
“Sfruttano il pluralismo occidentale”
“Non vedo un pericolo in sé nell’apertura di un’università italiana all’università di qualunque paese del mondo”, dice al Foglio il professor Alessandro Orsini, dal 2013 al 2016 direttore del Centro studi sul terrorismo a Tor Vergata, in questi giorni al Mit di Boston e appena nominato direttore dell’Osservatorio sulla sicurezza internazionale della Luiss di Roma. “Dal mio punto di vista, che è il punto di vista di un uomo abituato a parlare con tutti, assassini compresi, sarebbe lodevole stipulare convenzioni, e scambi di studenti, persino con le università talebane. L’importante è aprirsi agli altri per ascoltare ciò che hanno da dire, ma anche per mostrare loro la bellezza dei valori liberali. Se le università italiane iniziano a stipulare convenzioni accademiche con il Qatar, a me va benissimo. Ma bisogna avere una precisa identità nazionale per aprirsi agli altri, senza lasciarsi penetrare da valori in contrasto con i valori liberali. I nostri ragazzi conoscono benissimo Bin Laden o al Baghdadi, ma conoscono pochissimo Karl Popper. Se noi non vogliamo diventare fondamentalisti islamici, dobbiamo sapere esattamente che cosa siamo. Dobbiamo sapere qual è la cultura politica che ci ha consentito di diventare la civiltà più libera che sia mai apparsa sulla terra. Questa cultura politica è la cultura liberale. Se le università italiane stipulano convenzioni con il Qatar, avendo questa consapevolezza culturale, e questo orgoglio identitario, possiamo arricchirci, prendendo il meglio dalla società del Qatar, che ha molte cose belle da offrirci. Nello stesso tempo, possiamo arricchire culturalmente i ragazzi che provengono da quei paesi del medio oriente che sono pieni di fondamentalisti islamici. Non a caso, il capolavoro di Popper si fonda sulla parola ‘apertura’. Il suo titolo è: ‘La società aperta e i suoi nemici’. Riassumerei Popper così: apritevi al prossimo, ma state attenti”.
Più critica la posizione di un altro importante docente nell’ateneo romano che preferisce restare anonimo e dice al Foglio: “Cosa c’entra Tor Vergata con uno stato mediorientale? Un ateneo che stringe simili patti col Qatar rinuncia alla propria autonomia scientifica e crea una dinamica che alimenta il boicottaggio di Israele. Questi accordi generano una zona grigia in seno alle università: i pochi che si oppongono pagano un prezzo, chi tace ne beneficia, alimentando la zona grigia, appunto. Il Qatar è bravissimo a sfruttare i punti deboli del pluralismo occidentale”.
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Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.




