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Oltre il circolo mediatico giudiziario: la serie-documentario su Amanda Knox

Gianmaria Tammaro
Dal 30 settembre Netflix trasmetterà in streaming il lavoro Rod Blackhurst e Brian McGinn. Ma perché un omicidio come questo diventò un caso di intrattenimento, con due schieramenti contrapposti, pro e contro Amanda, e un’attenzione senza precedenti?

12 aprile 2015. Su queste colonne, Mattia Ferraresi tracciava un profilo preciso del caso di Amanda Knox, valutandone tutti i pro e tutti i contro, analizzandolo non solo dal punto di vista giudiziario (vista la caciara, come la chiamano a Roma, sarebbe stato pressoché impossibile) ma soprattutto dal punto di vista del circo mediatico giustiziario. Pregiudizi, frecciatine, luoghi comuni. Lei, Amanda, bella e per questo imperdonabile. Lui, Sollecito, vittima del suo fascino e complice. Tutto il resto – chi erano, cosa facevano, perché erano insieme quella tragica notte – passò in secondo piano. Così come, e pare assurdo, passò in secondo piano la vittima: Meredith Kercher.

 

Dal 30 settembre, seguendo la stessa prospettiva di Ferraresi, su Netflix arriva un documentario dal titolo "Amanda Knox" dove alla lente di ingrandimento vengono passate non solo le indagini o il processo, ma soprattutto i protagonisti della vicenda. Perché, si chiedono i due registi Rod Blackhurst e Brian McGinn, un omicidio come questo diventò un caso di intrattenimento, con due schieramenti contrapposti, pro e contro Amanda, e un’attenzione mediatica senza precedenti?

 

Era il 2007, la rivoluzione digitale dei giornali era in pieno corso: le testate di tutto il mondo cominciavano a farsi la guerra su chi avrebbe pubblicato prima una notizia, o presunta tale. I tabloid e i quotidiani seguivano. Ricordate i titoli sul caso? “Foxy Knoxy”, “femme fatale”, “sesso assassino”. Una storia perfetta per macinare copie e per racimolare qualche click online. Nelle arene televisive si combatteva verbalmente per dimostrare l’innocenza o la colpevolezza di Amanda. Gli Stati Uniti si schierarono immediatamente in difesa della studentessa, e all’epoca Donald Trump invitò i suoi concittadini a “boicottare l’Italia” (l’intervista in cui lo disse è inclusa anche nel documentario di Netflix).

 

Rod Blackhurst e Brian McGinn sono partiti da qui: hanno seguito il caso a partire dal suo epilogo, quando si era ormai prossimi alla sentenza della Cassazione (e alla dichiarazione di innocenza di Sollecito e Knox) e hanno provato a raccontare – tenetevi forte – le persone. Chi era chi, prima, dopo e durante il processo. E non solo i due (ex) fidanzati, ma anche il procuratore, gli avvocati, i giornalisti, come il fotografo freelance angloamericano, Nick Pisa.

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