Il libro che tornerà utile quando il mondo che racconta sarà scomparso

Antonio Gurrado
Il viaggio di Camillo Langone negli obbrobri dell’Italia senza speranza dove contano le opinioni e non i princìpi. “Pensieri del lambrusco”, l’opera impossibile da citare. E' strutturata per temi (in ordine alfabetico: ambientalismo, americanismo, animalismo, ateismo e così via) per i quali Langone utilizza lo stesso criterio: notare il vero e cercare il bello.

Camillo Langone ha confidato di temere le aspettative eccessive riguardo al suo nuovo libro, che esce oggi per Marsilio, ma deve piuttosto temere la sopravvalutazione della matita. Per la prima volta in vita mia, ho ravvisato l’inutilità di questo strumento leggendo in anteprima i “Pensieri del lambrusco” e accorgendomi ben presto di star tirando una linea di fianco a ciascuna riga; lambivo quindi il paradosso che, se un libro risulta talmente utile da dover essere sottolineato in ogni sua parte, allora sottolinearlo è inutile. Siccome la mia accidia mi conduce a scarse visite in cartoleria, riducendomi pertanto a parsimonioso utilizzatore di mozziconi di grafite che hanno solcato pagine a migliaia, mi sono interrogato sull’evenienza: come mai stavo rendendo inutilizzabile il libro di Langone evidenziando centosettanta pagine di fila?

 

La prima risposta sta nella coerenza. “Pensieri del lambrusco” è strutturato per temi (in ordine alfabetico: ambientalismo, americanismo, animalismo, ateismo e così via) ma Langone non ha voluto che ci fosse un’effettiva divisione per capitoli, lasciando che il cambio di argomento sia annunciato soltanto da un discreto titoletto in corsivo che non interrompe la pagina. Niente spazi bianchi né attacchi a pagina dispari: non ha bisogno di turlupinare il lettore facendo credere il suo libro più corposo di quel che è. Niente tentativi di ordinare il mondo secondo uno schema preconcetto – i pensieri vanno e vengono, sta al lettore orientarsi e non all’autore propinargli un omogeneizzato – quindi niente frasi di raccordo che cerchino di trasformare i pensieri sparsi in ragionamento, lo spirito sistematico in spirito di sistema. La coerenza sta nell’atteggiamento. Che parli di paramenti sacri o di celebrity chef, Langone utilizza lo stesso criterio: notare il vero e cercare il bello. Resta spesso deluso (soprattutto dalle donne italiane, sempre più ostili a tali due princìpi) ma ciò garantisce che una raccolta di spunti diversi risulti più monolitica di un trattato di filosofia, non dovendo scendere a compromessi con la retorica.

 

Il fulcro di questa coerenza è il personaggio che pensa e dice io. “Pensai” è il leitmotiv del libro, che affiora ogni qual volta gli sorga un’idea che non può essere pronunciata, e che ci consegna dunque un protagonista che sta solo contro il mondo o quanto meno contro l’Italia e l’occidente come si sono ridotti ai nostri giorni. Ma questo personaggio è Langone, non è Langone? Penso valga ancora ciò che scrisse al riguardo ne “Il collezionista di città”, sempre eroicamente edito da Marsilio: sono passati dieci anni ma mi affido all’avvertenza che la voce narrante sia in parte l’autore, in parte chi l’autore vagheggia di essere. Rispetto all’epoca, forse, il ritratto che ne esce è più conforme all’originale, ma solo perché viviamo in tempi meno romantici e ciascuno dei circa trecento pensieri è uno scontro con la durezza della realtà: ovunque si volti, Langone s’imbatte nella testimonianza di un assalto alla sua rocca di bellezza e verità (il sottotitolo è “Contro l’invasione”) e si vede costretto a raccontare un’erosione che nel decennio è progredita inesorabile fino a lasciare pochi spazi di movimento. Langone viaggia da un capo all’altro dell’Italia ma rinviene ovunque gli stessi obbrobri – vegetariani, compro-oro, astronaute superstar, Vito Mancuso – quindi è costretto a muoversi entro spazi sempre più angusti benché su una superficie apparentemente immutata di trecentomila chilometri quadri. Nell’ultima parola del libro il pensiero si tramuta in sogno perché la realtà ha prevalso e l’autore sparisce; arriva infatti la pagina bianca.

 

 

Una coerenza così adamantina ha un effetto collaterale che mi porta quasi a spezzare la matita: “Pensieri del lambrusco” è un libro inservibile a chi voglia citarlo poiché è impossibile scegliere dei passi per renderli funzionali al discorso di un recensore; per questo, leggendomi qui, non troverete dei virgolettati. I paragrafi del libro sono infinite gallerie scavate nella stessa montagna immane – l’Italia di oggi – pertanto percorrerne una o solo alcune non potrà rendere l’idea del complesso di scavi, e soprattutto non porterà a comprendere che tutte convergono verso uno stesso punto, in cui sta al lettore farle incontrare. E’ lì che lo aspetta l’autore, non particolarmente ottimista sull’evenienza che qualcuno possa raggiungerlo. I fedeli del Foglio inoltre possono stare tranquilli in quanto sono già familiari coi contenuti del libro, avendo letto ogni giorno sulla seconda pagina del quotidiano la Preghiera dai cui riquadri Langone felicemente attinge per comporre il libro, che tuttavia non è una raccolta di articoli. Umberto Eco diceva che uno scrittore non s’immedesima nei personaggi ma negli avverbi. Langone fa di meglio e s’immedesima nei tempi verbali: se raffrontaste il testo del libro al contenuto delle rubriche, oltre a compiere una faticaccia, vi accorgereste subito che il presente è diventato imperfetto o passato remoto. Langone ha cambiato tutti i tempi verbali ma non perché è passato del tempo, anzi, proprio per dimostrare che sui princìpi il tempo non passa: ragion per cui fra noi che leggiamo e il governo Letta è posta la stessa distanza che ci separa da Tommaso Landolfi, da Papa Urbano VIII, da Re Davide. Non possiamo giudicare il passato con maggiore benevolenza solo perché è prossimo. Di conseguenza non possiamo sottolineare alcuni paragrafi perché di interesse immediato, in quanto tutto è consegnato alla storia con la stessa lucida freddezza, Angela Merkel e Altiero Spinelli come Federica Pellegrini o Caravaggio o Pizzarotti, pertanto tutto è funzionale a dimostrare cosa vada preservato e cosa no per difendersi dall’invasione del presentismo (che ci porta a sentirci protagonisti dell’epoca più importante) e del quotidianismo (che ci porta a giudicare gli eventi con miopia cicalesca).

 

Non solo. La mise en abyme cronologica consente a Langone di durare e di elevare la raccolta di articoli in forma d’arte. Si fosse limitato a ricopiare una selezione di Preghiere corredandole di indice tematico e onomastico, non solo avrebbe impiegato meno tempo ma avrebbe avuto un maggiore impatto sull’immediato, lasciando che l’editore immettesse sul mercato i “Pensieri del lambrusco” come intervento in un dibattito contemporaneo sulla contemporaneità. Langone, giustamente, non vuole dibattiti pertanto si innalza consegnando l’oggi al passato, parlando di ogni evento di cronaca – compreso il figlio di Nichi Vendola – come evento storico e quindi collocandosi nella posizione privilegiata dello scrittore, che può permettersi di essere letto anche cent’anni dopo perché i fatti saranno tramontati, i nomi avranno bisogno di note esplicative, però i princìpi saranno rimasti immobili e medesimi. I princìpi non si sottolineano, si sanno a menadito e li si applica caso per caso.

 

Per questo temo che i “Pensieri del lambrusco” possano essere ridotti da lettori non avveduti a raccolta di cose che non si possono dire in società, scrigno di opinioni proibite dal pensiero unico, sciocchezzaio del politicamente corretto. Significherebbe farne un’opera polemica e varrebbe tanto quanto interpretare il titolo banalizzandolo in esposizione di opinioni di un avvinazzato, mentre Langone spiega chiaramente che nel lambrusco – lui che ha la fortuna di vivere in Emilia – ha individuato l’autoctono appiglio per salvaguardare la continuità della propria resistenza privata. L’esempio preclaro, purtroppo, sono gli omosessuali, che sicuramente saranno i più vivaci ciarlatori contro le sue pagine. Nel libro di Langone non troverete una sola parola contro di loro, a meno che non crediate di trovarcela; se rileggerete con cura, vi accorgerete che Langone non denigra l’atto in sé ma guarda con misericordia al peccato, in particolar modo quando è di carne, e che pochissimo gl’importa di soppesare cosa la gente faccia a letto. Ciò che lo irrita è la superbia delle emozioni che sterilizza le nazioni, la pretesa di istituire a legge universale il metro di giudizio individuale. Gli è indifferente che le conseguenze da trarne siano dicibili o meno nella contingenza del momento, perché scrive per travalicare l’orizzonte limitato della vita dei lettori.

 

Ma l’Italia di oggi è fatta per le opinioni e non per i princìpi; ragion per cui queste sottigliezze passeranno inosservate e la discussione attorno ai “Pensieri del lambrusco” si concentrerà sui dettagli, su piccole sottolineature effettuate qua e là da gente che non sa come si usa una matita: “Qui ha sparlato delle donne, qui ha maltrattato gli animali, qui ha chiamato invasori i migranti”. Chi lo farà ignora che quando s’intende sottolineare un libro intero, allora è letteratura; bisogna quindi astrarsi dal contenuto non perché sia trascurabile ma perché il motivo per cui la matita freme per correre su tutte le pagine è il modo in cui si parla. Langone ha una fermezza nell’utilizzo del mot juste che non trema nemmeno di fronte alla descrizione della morte vista in faccia a un guardrail o delle pratiche che la fauna tipica dei treni notturni potrebbe esercitare sul corpo e sugli averi dell’autore. Resta un’ultima questione non da poco: l’utilità estrema dei “Pensieri del lambrusco” li rende un libro inutile? Probabilmente; e proprio a causa dei tempi verbali. La scelta di confinare l’Italia di oggi a un passato, per renderla leggibile e comprensibile a un domani remoto, è percorsa dalla nera venatura della consapevolezza che le decadenze non hanno futuro; se pertanto oggi leggere di noi al passato remoto ci causa un capogiro da straniamento, probabilmente chi leggerà i “Pensieri del lambrusco” come documento storico fra cent’anni non avrà idea di noi perché nulla sarà rimasto dell’Italia. Di conseguenza questo libro non servirà a far ravvedere una nazione che non può più farlo perché non ha voluto, e consegnerà a un futuro immaginario la testimonianza di un passato che immaginario sembrerà. Perché quest’opera di Langone serva a qualcosa, bisogna che o sparisca il mondo che racconta o sparisca il libro che lo racconta. Diventerà utilissimo quando lo bruceranno.