Oscar Wilde con Alfred Douglas, detto Bosie.

Ma sul referendum irlandese, per favore, non scomodate Oscar Wilde

Antonio Gurrado
All'indomani del "sì" alle nozze gay si sono tutti precipitati a ricordare l'anniversario della condanna del poeta a due anni di lavori forzati a causa dei rapporti col giovane Alfred Douglas, detto Bosie. Ma Wilde era tutto meno che un attivista arcobaleno.

Per Simonetta Agnello Hornby, scrive il Corriere, è la rivincita di Oscar Wilde; per Stephen Fry, scrive Repubblica, Oscar Wilde starebbe sorridendo nella tomba. I risultati del referendum irlandese sulle nozze omosessuali giungono nel giorno esatto in cui, nel 1895, Wilde fu condannato a due anni di lavori forzati per “gross indecency” a causa dei rapporti col giovane Alfred Douglas, detto Bosie. La coincidenza favorisce qualche confusione, così il parallelo coi diritti arcobaleno sgorga spontaneo dalla penna di giornalisti pigri e commentatori un tanto al chilo; se però uno legge per bene opere e biografia, si accorge subito che col referendum Wilde non c’entra un accidente. Anzitutto la sua condanna non ebbe nulla a che spartire con la “cattolica Irlanda”, circonlocuzione usata per dare la misura dell’ambiente retrivo dove sarebbe germinata inattesa la svolta di sabato: lo mandò in galera un giudice inglese in un tribunale britannico che difendeva valori vittoriani e anglicani. Il processo inoltre fu tutt’altro che persecutorio verso una minoranza, anzi fu intentato su istanza dello stesso Wilde: il marchese di Queensberry, padre di Bosie, lo aveva tacciato di “somdomita” in un bigliettino e lui si era sentito oltraggiato dal termine oltre che dall’errore di ortografia. Con grande ingenuità, Wilde fece convocare un processo che questionasse la sua vita sessuale, la quale sarebbe invece passata sotto silenzio – com’era accaduto negli anni precedenti – se avesse glissato sugli improperi di Queensberry.

 

Si dirà: una cosa è non portare gli omosessuali alla sbarra, un’altra è garantire loro diritti. Va bene, ma allora è ancora più facile dimostrare che Oscar Wilde non era un attivista arcobaleno nonostante tentativi che vanno avanti da tempo; nonostante Benigni che a Sanremo 2009 citò in lode dell’amore omosessuale il “De profundis” che Wilde scrisse dal carcere a Bosie, nonostante Rai Tre che trasmise il film “Wilde” proprio la sera del 9 luglio 2000, giorno in cui a Roma il gay pride irruppe nel Giubileo. Anche qui, basta leggere con attenzione e si nota che Benigni, ad esempio, omise di ricordare che nel “De profundis” Wilde aveva definito il rapporto con Bosie non amore bensì “amicizia nata male e tanto deplorevole”.  Inoltre la decantata formula “amore che non osa dire il proprio nome”, comunemente attribuita a Wilde, era stata partorita da Bosie e segna il momento esatto in cui s’iniziò a far indossare a Wilde i panni dell’omosessualista – un po’ stretti per uno scrittore capace di sostenere con soavità che l’unico modo sensato di comportarsi con una donna fosse di provarci con lei se era bella e provarci con un’altra se era brutta.

 

[**Video_box_2**]Guardiamoci in faccia, i fatti dimostrano che Wilde mai sarebbe convolato a nozze col miserabile Bosie, al quale nel “De profundis” viene rinfacciato di tutto. Rifiutò di accudire Wilde quando era ammalato dichiarandogli che lo trovava interessante solo quand’era sul piedistallo mentre a letto con l’influenza non gli interessava più. Obbligò Wilde a pagargli ogni capriccio ma quando questi si ritrovò in ristrettezze gli rispose: “Non posso permettermi di spendere per nessuno a parte me”. Quando tradusse dal francese la “Salomè” di Wilde incorse in marchiani errori di grammatica e incolpò la poca chiarezza dell’originale. Dal carcere di Reading, Wilde gli scrisse regolarmente ma Bosie non rispose mai, troppo impegnato a pubblicare una raccolta di poesie che dedicò a Wilde per garantirsi pubblicità e vendite. Insomma, ci penserei due volte prima di presentarlo come modello di vita coniugale fra uomini e di dare per scontato che il cadavere di Wilde se la rida al Père Lachaise. La povertà e la solitudine cui Wilde fu costretto dopo due anni di lavori forzati non furono dovute solo alla condanna ma soprattutto a Bosie: dettaglio che sfugge agli univoci interpreti del pensiero postumo di Wilde, dimentichi che il suo più grande terrore era di “venire capito da tutti sotto ogni aspetto”.

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