Ohibò, i millennial sono invecchiati! Ecco cosa comprano (e dove abitano)

Redazione
Le aziende e il mito della “cheapest generation”.

Roma. Nella vulgata della sociologia da Twitter, la parola millenial, che designa i nati dal 1980 al 2000, è sinonimo di giovane inesperto. Da noi i millennial sono diventati “gli sdraiati”, ma in qualunque modo li si voglia qualificare, pigri o iperattivi, apatici o entusiasti, pensi a un millennial e immagini un ragazzo coi brufoli e una camicia a quadri, senza lavoro o con uno stage, e poca voglia di mettere su famiglia. “I millennial sono pronti alla vita reale?”, si chiedeva il New York Times appena un anno fa, snocciolando previsioni non proprio favorevoli e immaginando schiere di giovinetti non ancora svezzati. Nativi digitali, curiosi, pieni di input, esitanti, inaffidabili: i millennial esistono solo in potenza, sono una speranza o una minaccia per il futuro, chissà cosa succederà quando prenderanno il posto dei loro genitori. Ma mentre tutti si chiedono come sarà il cambio generazionale, questo stava avvenendo sotto il nostro naso. Sul Wall Street Journal Christopher Mims ha presentato un dato interessante: l’anno scorso i millennial hanno dato alla luce l’85 per cento dei bambini nati in America. In Italia i numeri sono meno certi ma paragonabili (pur tenendo conto del fatto che le donne italiane hanno il loro primo figlio più avanti negli anni, circa 30 contro i 26 delle americane), e mostrano che la generazione perduta descritta da alcuni commentatori ha iniziato a vivere nel mondo reale. I millennial, soprattutto quelli della prima tranche, hanno scavallato i trent’anni, fanno figli e spesso sono affermati nei loro lavori.

 

Nei prossimi decenni i millennial saranno anche i principali compratori e consumatori, e adesso che stanno invecchiando (sì, invecchiando) le aziende iniziano a prendere le misure del momento in cui i mercati e i consumi saranno dominati da loro. I millennial non sono più ragazzini con la paghetta, sono genitori, sono manager, sono impiegati, hanno uno stipendio e disponibilità economica. E le previsioni drammatiche che si sono viste in questi anni – i millennial non vogliono spendere soldi, non compreranno più auto, le ferite della crisi sono troppo gravi, i consumi interni crolleranno – si stanno squagliando man mano che i giovani inesperti diventano uomini. Basta guardare all’iPhone.

 

[**Video_box_2**]Di recente sta succedendo un fenomeno interessante nel mercato degli smartphone: una marea di persone sta abbandonando i cellulari Android, spesso più economici, per passare ai più costosi iPhone di Apple. E’ un fenomeno che non esisteva nemmeno ai tempi d’oro di Steve Jobs, allora entrambi i sistemi, Android e Apple, crescevano parallelamente ma si rubavano pochi clienti, e la migrazione recente secondo Christopher Mims è opera dei millennial. Sono loro i principali compratori di smartphone, e ora che hanno un lavoro finalmente si possono permettere di abbandonare Android e di passare all’iPhone. Succederà lo stesso con gli Apple Watch, e questo mostra come la “Cheapest generation”, come la definì l’Atlantic nel 2012, in realtà non disdegna i prodotti di lusso, quando se li può permettere. Lo stesso vale per il mercato immobiliare, è vero che i millennial comprano meno case rispetto alla generazione precedente, ma le ricerche mostrano che paradossalmente hanno una maggiore attitudine a investire nel mattone. Anche qui, i millennial fanno a modo loro, e per esempio Amazon si è lanciata in una serie di prodotti per rendere le abitazioni più “intelligenti” che sembrano pensati apposta per i trentenni che comprano la loro prima abitazione. I millennial sono anche la generazione della disintermediazione. Qui la fanno da padrone i servizi on demand, e questo vale per l’intrattenimento (viva lo streaming, abbasso la vecchia tv), per i servizi (la babysitter? c’è una app per tutto) come per i trasporti. Ma questo non vuol dire che i millennial smetteranno di comprare automobili per usare esclusivamente Uber. Come scrive Mims, l’uso delle tecnologie “disruptive” sono spesso l’adattamento a un’esigenza più che una scelta. Lasciateli invecchiare, i millennial, e vedrete che si dimostreranno una generazione non così cheap. Compreranno anche l’auto, alla fine. Magari un’Apple Car.

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