Maria De Filippi (foto LaPresse)

I figli e le parole in libertà di Maria De Filippi e Richard Dawkins

Alfonso Berardinelli
Passando davanti al televisore ho sentito la sovraumana Maria De Filippi esortare i giovani a volere, sempre volere, fortissimamente volere perché solo così potranno realizzare i loro sogni.

Passando davanti al televisore ho sentito la sovraumana Maria De Filippi esortare i giovani a volere, sempre volere, fortissimamente volere perché solo così potranno realizzare i loro sogni. Parlava ai giovani o parlava di sé? La capacità di volere una sola cosa, porta a volte al successo pubblico. Ma non è detto. Porta certamente a fare fino in fondo la cosa voluta, non a ottenere approvazione, consenso, applauso, successo mondano e soldi. Per ottenere queste ulteriori cose ci vuole una seconda volontà, una volontà aggiuntiva. In molti casi questa volontà aggiuntiva è in realtà la prima e la sola. Bisogna volere l’applauso, la ribalta, il microfono, il megafono, la collocazione, il ruolo, il prestigio. Non importa per fare o dire che cosa. E’ difficile pensare che la stessa De Filippi abbia desiderato, sognato, voluto con tanta inflessibile intensità di fare per anni quelle trasmissioni in quanto tali, proprio quelle e sempre quelle. Comunque, dato che i nostri giovani sono più “sdraiati” che volitivi, l’invito a serrare la mascella e a volere con decisione qualcosa, una qualunque cosa, può anche essere educativo. Solo che sta diventando sempre più difficile, non tanto volere, ma immaginare e sognare una cosa che meriti davvero di essere voluta con tutte le proprie forze. Crisi dei valori? La prima volta che ne ho sentito parlare avevo quattordici anni.

 

Leggo che secondo Richard Dawkins, biologo, etologo e ateo militante di fama, una donna incinta alla quale venga diagnosticato che suo figlio nascerà affetto da sindrome Down, se rifiuta di abortire è immorale. Nel caso invece che si preveda un figlio autistico, allora no, può partorire “moralmente”, poiché un essere umano autistico può benissimo essere utile alla società. Quando si sentono giudizi come questi sulla bocca di uno scienziato, il valore della scienza resta intatto, ma la fiducia in chi la pratica diminuisce. Né artisti, né politici, né scienziati sono eticamente più affidabili in campo morale di chiunque altro. Una coppia di miei amici molto cari ha avuto trent’anni fa un figlio affetto da una sindrome grave e complessa che ne ha fortemente rallentato la crescita, fino ad arrestarla, sembra, salvo imprevisti, molto precocemente. Questo “bambino trentenne” non riesce a parlare, emette suoni poco comprensibili per chi non sia abituato a vivergli accanto, pronuncia a volte in modo approssimativo singole parole o frammenti di frasi, cammina a stento appoggiandosi a qualche sostegno, mastica e deglutisce con difficoltà e si esaspera per questo, è sempre stato incapace di giocare se non versando recipienti o facendo cadere oggetti, ed è comunque privo di autonomia, per cui deve essere costantemente assistito. Mostra però di avere a volte una non comune memoria di eventi o episodi anche molto remoti per lui significativi o divertenti. Le parole che afferra subito e ripete sono molto spesso le più strane e rare e lui le pronuncia ridendo. Ha molto orecchio per la musica: discrimina immediatamente fra musiche che lo esaltano, lo rattristano, lo divertono o lo spaventano. La stessa finezza valutativa la dimostra nei confronti delle persone. In sostanza, non si capisce bene che cosa capisca e in quale misura, non è chiaro (parlo da incompetente) se il difetto è più neurologico o cognitivo.

 

Questo figlio ha condizionato profondamente la vita dei suoi genitori e di una sorella quasi coetanea, molto intelligente e bella, assolutamente decisa a non abbandonarlo mai. Che cos’è un figlio come questo per uno scienziato come Dawkins? E’ un errore, una sciagura, un essere inutile che sarebbe stato bene, sarebbe stato “morale” non far nascere? Provate a dirlo ai suoi genitori e a sua sorella, che hanno passato tre decenni della loro vita, amandolo, curandolo, occupandosi di lui, portandolo a spasso, scherzando con lui, litigandoci… Per loro non è una disgrazia, è un figlio e un fratello che li ha messi alla prova, li ha fatti soffrire, ha acuito la loro intelligenza e sensibilità, le loro qualità morali, la loro immaginazione e capacità di giudizio sulla società e sulla vita.

 

[**Video_box_2**]La nascita di qualunque figlio è una prova, è un rischio. Quale sarà il suo destino? Ci farà soffrire? Riuscirà o fallirà? Sarà felice o infelice? Ci amerà? Saremo in grado di amarlo e capirlo? Sarà utile o dannoso per gli altri e per la vita sociale? La bioetica non è certo l’etica che hanno in testa i biologi, in quanto biologi, perché l’etica non è una disciplina specialistica di cui si possa essere esperti internazionali. 

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