Contro Mastro Ciliegia

Spiare nelle cartelle cliniche di Kate non è un diritto, è pura perversione sociale

Maurizio Crippa

Il corpo della principessa di Galles appartiene un pochino anche ai sudditi, ma voler sapere così tanto dell'aspetto della vita di un membro della famiglia reale è una malattia del nostro tempo che andrebbe curata

Come il re per antico privilegio ha due corpi, uno tutto suo e uno che appartiene alla nazione e dunque in parte anche ai suoi sudditi, due corpi è necessario che li abbia anche la principessa ereditaria e i sudditi del Regno che contribuisce a tenere Unito ne derivano il diritto di conoscere lo stato di salute che è anche loro. Avrebbero diritto a uno staff di comunicazione di Kensington Palace meno Hellzapoppin’, ma questa è un’altra questione. Qui in questione è il diritto (un mezzo diritto, per quanto consuetudinario) del popolo di sapere come sta il sovrano (o la futura sovrana, God save eccetera). Ma col caso della monarchia, che è pur sempre un’alchimia feudale, finiscono i diritti presunti del popolo – o per peggio dire dei privati individui possessori di un account social, spesso l’unica identità che possiedano – di sapere alcunché della salute di altre persone: che si tratti di politici o di “very important” fa lo stesso. Non ne hanno diritto. Perché mai un “non important” qualsiasi dovrebbe sapere come si sente la cantante  o l’attore o il tycoon, o a che punto sono le sue terapie? Tecnicamente, non è affar suo nemmeno sapere se presidenti o presidentesse sono in buona salute, le costituzioni predispongono nel caso meccanismi di sostituzione: vale anche per il Papa (God save eccetera). Per dirla con la vecchia canzone dei Cccp: “Produci consuma crepa”. Figurati se hai un diritto a sapere come sta la tua star preferita.
 

Eppure nella società liquefatta digitale è ormai un vezzo, o un bisogno, o anzi un obbligo non scritto che chiunque del settore “very important” anche solo per caso soffra di una malattia lo comunichi urbi et orbi: da “Verissimo” di sabato abbiamo appreso che ieri Eleonora Giorgi si è sottoposta a un intervento importante; da Justin Bieber a Selena Gomez a Giovanni Allevi a Costantino Vitagliano aprire la propria cartella clinica è diventato il corrispettivo di aprire il cuore. Ma perché poi? Sappiamo che di fronte alla malattia la sfera relazionale e della comunicazione subiscono stress, serve una elaborazione affettiva e parlarne può fare bene. Secondo gli esperti  anche l’esempio offerto da persone note che non nascondono il proprio male può aiutare altri che ne soffrono a trovare stimoli per reagire. Tutto bene, non fosse che spesso la spirale si inverte e da virtuosa si capovolge in un vortice assurdo. Il vip si sente in obbligo di essere trasparente col “suo” pubblico (cioè sconosciuti follower o clienti), ma soprattutto esplode il rancore randagio e incontrollato di chi pretende di essere informato e si sente tradito se la persona importante non lo fa. Tipo la Kathy Bates di Misery non deve morire: tu scrittore di successo non hai diritto a uccidere un pezzo del mio sogno, e se mi tradisci sono io che ammazzo te. È quello che è capitato anche a Kate Middleton, nella marea di insulti e cattiverie che l’hanno colpita molti erano quelli generati dal senso di “tradimento” o di una imperdonabile “insincerità”.
 

Nel suo piccolo è capitato persino a Fedez. Paradossalmente, Kathy Bates tenne a lungo nascosta una sua malattia. E nessuno sapeva di quella di David Bowie e persino di Steve Jobs. Non esiste obbligo di trasparenza, anzi esiste il diritto a non farsi guardare dentro la propria vita. Invece oggi la pretesa di invadenza e di conoscenza è diventata ossessiva, spesso paranoide, a volte si ribalta in pura Schadenfreude. Da quale perversa psicologia nasce questa follia? È questa la vera malattia sociale che dovrebbe essere diagnosticata (curata, è pretendere troppo).

Di più su questi argomenti:
  • Maurizio Crippa
  • "Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

    E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"