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Max il cinese

D'Alema per festeggiare i duecento anni di Marx se ne va alla Peking University in Cina, per sdottorare al secondo congresso mondiale sul marxismo con altri trecento studiosi

11 Maggio 2018 alle 05:11

Max il cinese

Massimo D'Alema (foto LaPresse)

Voi state a domandarvi che tipo di senso, o di minaccia, possa avere un Di Maio traslocato alla Farnesina. O che ruolo possa avere il Cav,. passato dal merkeliano “argine contro i populismi” a benefattore del governo Giggino-Matteo (l’altro). O infine quale forza di pensiero possa avere il Matteo (quello giusto) per fare l’opposizione, ora che è pure orbato dalla prematura dipartita della sinistra-sinistra, quella libera e uguale. Domandatevelo, fate bene. Ma poiché il motore del determinismo storico marcia senza sosta e senza guardarsi indietro, c’è un evento decisivo che intanto avviene e va contemplato nella sua importanza dialettica. C’è Max D’Alema che per festeggiare i duecento anni di Marx se ne va alla Peking University in Cina, per sdottorare al secondo congresso mondiale sul marxismo con altri trecento studiosi. Un lungo intervento, anzi proprio un saggio, il suo. “In Marx ritroviamo il rigore di un metodo e la forza di una passione che deve spingerci a non arrenderci allo ‘stato di cose presenti’ e a lottare incessantemente per trasformare la realtà e costruire il futuro”. E se lo spiega lui, che anche quand’era comunista non era esattamente un maoista, ai cinesi che di Mao e del marxismo hanno smesso di interessarsi da qualche decennio, e stanno benone. Lui che dallo “stato di cose presenti” è stato, per così dire, ampiamente travolto, è una cosa su cui tocca riflettere. Per il bene della sinistra. Ma del resto, era o non era lui il titolare dell’unica merchant bank in cui non si parlava inglese, ma dove già – evidentemente – si studiava il cinese?

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