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Avercene di Bartolo, ma pure di Peppino Caldarola

Il famoso medico d’impegno lampedusano, ha nobilmente rifiutato la ventilata candidatura in Liberi e Uguali,

Maurizio Crippa

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crippa@ilfoglio.it

25 Gennaio 2018 alle 20:38

Pietro Bartolo

Pietro Bartolo (foto LaPresse)

Che Lampedusa portasse politicamente sfiga non appena se ne oltrepassassero le spiagge coltivando nel segreto del cuore qualche ambizione di ribalta nazionale, lo avevamo già notato ai tempi della gita premio da Obama con Matteo Renzi della sindaca Giusi Nicolini, che poi fu trombata, pardon battuta, alle elezioni. Ora Pietro Bartolo, famoso medico d’impegno lampedusano, ha nobilmente rifiutato la ventilata candidatura in Liberi e Uguali, con parole che gli fanno onore: “Resto a Lampedusa e la mia rinuncia a candidarmi in Parlamento non è un passo indietro, ma uno avanti in direzione di quest’isola che amo e dei migranti”. Bene, ne esistessero persone così. Meglio ancora, però, è che esistano persone come il gran Peppino Caldarola, verrebbe da definirlo l’unico dalemiano con il quale vale la pena andare a cena. Caldarola, che dirige la rivista ItalianiEuropei, ha letto della rinuncia, s’è messo su Facebook e ha tirato la bomba. O, per meglio dire, ha detto la verità, che in politica pre elettorale è un privilegio per pochi: non lo volevano candidato nel “suo” Sud, roba di camarille: “Lo avevano spostato al Nord per fare spazio in Sicilia a qualche iper-protetto. Chiedo un gesto a Bersani e D’Alema per costringere il vertice di LeU, compreso Grasso, a riportare Bartolo fra la sua gente. Se per favorire un burocratino si sacrifica Bartolo siamo veramente alla frutta”. Ecco, avercene, di Caldarola.

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