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Perché l'elettorato islamico ha abbandonato Hollande? C'entrano i matrimoni gay, dice Kepel

Lorenzo Cremonesi, sul Corriere della Sera, ha intervistato Gilles Kepel, 60 anni, politologo ed esperto di islam. Due risposte, in particolare, mi hanno colpito. Trattano un tema spesso dimenticato: come e perché votano gli elettori islamici nei paesi europei?

14 Dicembre 2015 alle 09:00

Perché l'elettorato islamico ha abbandonato Hollande? C'entrano i matrimoni gay, dice Kepel

Lorenzo Cremonesi, sul Corriere della Sera, ha intervistato Gilles Kepel, 60 anni, politologo ed esperto di islam. Due risposte, in particolare, mi hanno colpito. Trattano un tema spesso dimenticato: come e perché votano gli elettori islamici nei paesi europei?

 

D. Nel suo libro si sofferma ad esaminare la perdita di consenso per Hollande tra l'elettorato musulmano dopo il 2012. Come la spiega?
R. Fu una caduta clamorosa. Circa l'80% dei musulmani lo aveva scelto. E tra loro anche quelli che definisco la terza generazione tra i figli di immigrati dall'Algeria dopo la decolonizzazione. La generazione da cui oggi vengono tanti terroristi. Solo pochi mesi dopo, quegli stessi elettori ritirarono la loro fiducia per Hollande.

 

D. Le cause?
R. Sono due. In primo luogo la crisi economica, la disoccupazione galoppante specie tra i musulmani e i nuovi immigrati che genera rabbia, alienazione.
Ma poi anche la scelta socialista di approvare il matrimonio tra omosessuali. Fu allora che gli imam nelle moschee cominciarono a denunciare quelli che definivano "i corrotti corruttori". La loro campagna divenne culturale, sociale, ancora prima che religiosa. I giovani musulmani già marginalizzati si videro coinvolti in un braccio di ferro identitario sui fondamenti della convivenza civile, della tradizione, della famiglia, del rapporto uomo-donna, dove loro diventavano i paladini della nuova moralità.

 

Marco Valerio Lo Prete

Marco Valerio Lo Prete

Al Foglio dal marzo 2009, dove entra appena laureato in Scienze Politiche, il suo cursus honorum è il seguente: stagista, praticante, redattore dell'Economia, coordinatore del desk Economia e poi dal 2015 vicedirettore. Nasce nel 1985 sull'Isola Tiberina. Nella Capitale si muove poco: asilo, scuole elementari e medie, liceo e università, tutto nel giro di pochi chilometri quadrati. In compenso varca spesso (e volentieri) le frontiere del Paese natìo. Prima per studiare un anno nella ridente Rochester (New York, USA), poi – dopo numerose e più brevi escursioni – emigra all'Université Libre di Bruxelles per sei mesi. E a Bruxelles ci ritorna, ancora per sei mesi, per affiancare un formidabile manipolo di Radicali che lavora al Parlamento Europeo. Mentre si trova nel punto del globo più distante da Roma, facendo ricerca sull’immigrazione all’Università di Melbourne, in Australia, riceve una e-mail dal Foglio: non ci crede, pensa sia spam, invece è uno stage. Da qualche tempo si applica allo studio della lingua tedesca.  

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