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Leopoldo I e l'incredibile avanzata delle accise sulla benzina in Italia

Per la prima volta dopo anni, dal 1° gennaio 2015, si sono abbassate (lievemente) le accise sulla benzina. Ma ecco come la voracità dello Stato, oltre a fissare il prezzo alla pompa, di fatto sopisce la concorrenza.

5 Gennaio 2015 alle 17:02

Oggi è andata in onda su Radio Radicale "Oikonomìa, alle radici del dibattito economico contemporaneo", mini rubrica in pillole. Di seguito il testo della puntata, qui invece l'audio (dura soltanto 5 minuti!). Sono ben accetti idee, consigli e critiche (scrivere a loprete@ilfoglio.it)

 

Il nuovo anno per i contribuenti è cominciato con una piccola buona notizia, a fronte di numerosi inasprimenti fiscali cui assisteremo nel 2015. Dal 1° gennaio, infatti, le accise sulla benzina non sono aumentate, come pure si era temuto nelle scorse settimane, ma addirittura sono scese di poco.

 

Uno spunto utile – questo sul settore dei carburanti – per tornare sul tema delle “liberalizzazioni” che ragionando su alcuni scritti del giurista ed economista Cesare Beccaria. Questa volta, su suggerimento dell’ascoltatore Leopoldo Papi, iniziando da una decisione presa nel 1776 dall’allora Granduca di Toscana, Pietro Leopoldo I: “Considerando Noi non essere di pubblico interesse che resti impedito al possessore di far le vendemmie delle sue Uve quando più gli piace, e che gli Statuti che ne limitano il tempo, si oppongono al libero esercizio dei propri diritti e cagionano talvolta delle vessazioni – recitava l’Editto – Ci siamo determinati di abolire ovunque sono simili Statuti, volendo che per l’avvenire sia facoltà di ciascheduno di far le Vendemmie nei propri Beni e in quei tempi e modi più espedienti, non ostante qualunque Disposizione, Legge, o Ordine in contrario a cui s’intende col presente Editto espressamente derogato”. Correva l’anno 1776, nella penisola italiana; ennesima dimostrazione che le liberalizzazioni – intese come quel processo di disboscamento dei vincoli normativi, regolamentari e fiscali che gravano sulla normale libertà di fare impresa – sarebbero tutt’altro che aliene alla nostra storia e cultura.

 

Cosa c’entra tutto ciò con i carburanti? E’ presto detto. Nell’Indice delle Liberalizzazioni stilato per il 2014 dall’Istituto Bruno Leoni, l’Italia risulta “il secondo Paese meno liberalizzato” nel settore carburanti tra i 15 Paesi principali dell’Unione europea presi in considerazione. Carlo Stagnaro, curatore dell’Indice e autore del primo capitolo sui carburanti per autotrazione, prende in considerazione tre fattori per costruire la classifica. Un primo fattore che spiega la maggiore o minore apertura al mercato  “è legato alla presenza di norme che inducono rigidità nel settore e di conseguenza si traducono in maggiori costi grossomodo simmetrici tra i concorrenti”; l’esempio è quello di leggi regionali che in Italia impongono requisiti diversi ai nuovi entranti nel settore (come l’obbligo di dotarsi di impianti per erogare idrogeno, metano o Gpl). Un secondo fattore considerato è “la maggiore o minore propensione della rete e del modello di business nella vendita a evolvere e adattarsi a un mondo che cambia”; alcune protezioni più o meno implicite rendono meno necessaria la modernizzazione degli impianti, rallentando per esempio la diffusione del self service o la rivendita di prodotti non-oil ai punti di rifornimento. Infine però, come riconosce Stagnaro, il terzo e “più importante” fattore che frena oggi la liberalizzazione del settore carburanti in Italia è l’incidenza del prelievo fiscale. Vediamo come e perché.

 

Nel dicembre 2014, stando agli ultimi dati ufficiali del Ministero dello Sviluppo, il prezzo al consumo medio per la benzina senza piombo è stato di 1,565 euro al litro; di questo prezzo, soltanto 0,55 euro/litro dipendono dal prezzo industriale, in ribasso grazie all’andamento del greggio; la maggior parte dell’incasso va allo Stato sotto forma di accise (0,73 euro/litro) e di Iva (0,28 euro/litro). Insomma: è la voracità dello Stato la prima causa del prezzo della benzina italiana. Un prezzo che, se si tiene conto delle tasse, è il più alto d’Europa e del mondo industrializzato: ai prezzi attuali, per fare un pieno a una piccola vettura utilitaria con un serbatoio di 35 litri, un cittadino polacco spende ogni volta l'equivalente di 40 euro, uno tedesco 47 euro, uno italiano 55 euro.

 

Il Fisco italiano è l’unico a rallegrarsi. Nel 2011 il gettito fiscale proveniente dalle accise – essenzialmente benzina, energia elettrica e alcol, come detto – era di quasi 20 miliardi di euro. Nel 2012, dopo che il Governo Monti innalzò fortemente le accise sulla benzina all’apice della crisi da spread, lo Stato si ritrovò a incassare addirittura 25 miliardi di euro dalle accise, 5 miliardi in più dall’anno prima. L’effetto depressivo delle troppe tasse si è fatto sentire, disincentivando ulteriormente l’utilizzo di mezzi di trasporto privati. Tuttavia quest’anno, grazie ad alcuni aumenti decisi pure dal Governo Letta, lo Stato è tornato a incassare parecchio: nel periodo gennaio-ottobre Roma ha ottenuto dalle accise già 20 miliardi di euro, il 6% in più che nello stesso periodo del 2013.

 

Dal 1° gennaio le accise per la prima volta dopo molto tempo scendono, da 0,731 euro per litro a 0,728 euro per litro sulla benzina senza piombo, da 0,619 euro per litro a 0,617 euro per litro sul gasolio per auto. Tuttavia una componente fiscale che pesa oltre il 60% del prezzo finale della benzina alla pompa rende difficilmente percepibili, da parte del consumatore, le variazioni di prezzo che pure potrebbero essere decise dagli operatori. Tasse così alte rimpinguano le casse dello Stato, ma al prezzo di deprimere i consumi e sopire la concorrenza.

 

Qui le puntate precedenti di "Oikonomia": 
 

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