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Il "soft power" americano, tra successi cubani e fallimenti al Fmi

Mercoledì scorso il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha annunciato la riapertura delle relazioni diplomatiche con Cuba. Secondo numerosi osservatori, la decisione rafforzerà il cosiddetto “soft power” americano, nella regione latinoamericana per certo e forse anche oltre.

22 Dicembre 2014 alle 12:20

Il "soft power" americano, tra successi cubani e fallimenti al Fmi

Oggi è andata in onda su Radio Radicale "Oikonomìa, alle radici del dibattito economico contemporaneo", mini rubrica in pillole. Di seguito il testo della puntata, qui invece l'audio (dura soltanto 5 minuti!). Sono ben accetti idee, consigli e critiche (scrivere a loprete@ilfoglio.it)

 

Mercoledì scorso il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha annunciato la riapertura delle relazioni diplomatiche con Cuba, e il progressivo ristabilimento di libertà di commercio e movimento con lo stesso regime comunista dei Castro dopo mezzo secolo di embargo. Secondo numerosi osservatori, la decisione rafforzerà il cosiddetto “soft power” americano, nella regione latinoamericana per certo e forse anche oltre. Cos’è il “soft power” o “potere gentile”? Ecco come lo definisce Joseph Nye, politologo, studioso di relazioni internazionali, già membro dell’Amministrazione Clinton e da due mesi nominato da Obama nel suo board di esperti di politica estera: “Soft power è la capacità di ottenere quello che vuoi attraverso l’attrazione invece che con la coercizione o le risorse economiche – scrive Nye che per primo coniò l’espressione nel 1990 – Il soft power nasce dall’attrattività della cultura di un paese, dei suoi ideali politici e delle sue scelte politiche”. Se più di quattro secoli fa Niccolò Machiavelli suggeriva al Principe che era più importante essere temuto che amato, Nye sostiene che nel mondo contemporaneo a una grande potenza occorre essere sia temuta sia amata. Cuba docet insomma.

 

Tuttavia i media italiani hanno riservato molto meno spazio a un’altra scelta americana che, sempre secondo gli standard di Nye, intacca in maniera significativa il “potere gentile” di Washington. Questo mese, infatti, varando il bilancio per il 2015, il Congresso americano si è rifiutato di approvare l’aumento di risorse necessario per la riforma del Fondo monetario internazionale, una delle più importanti organizzazioni internazionali economiche del pianeta. I democratici del presidente Obama hanno ormai perso la maggioranza alla Camera dei rappresentanti e al Senato, è vero, ma tale riforma aspetta il via libera degli Stati Uniti ormai dal 2010, quando l’Amministrazione democratica – essendosi già impegnata con i partner internazionali - avrebbe pure potuto trovare sponda nel Congresso.

 

La riforma del Fondo monetario internazionale, in estrema sintesi, prevede il raddoppio del capitale dell’organizzazione internazionale nata nel 1944 a Bretton Wood e un’attribuzione di quote maggiori ai Paesi emergenti. Inoltre il Comitato esecutivo, composto dai rappresentanti di 24 Paesi, dovrebbe diventare totalmente elettivo; oggi invece i primi cinque finanziatori del Fondo – Stati Uniti, Giappone, Germania, Francia e Regno Unito – hanno un seggio riservato, poi Cina, Russia e Arabia Saudita hanno quote a sufficienza per auto-eleggersi automaticamente, e per gli altri 16 posti è formalmente prevista una competizione ma di fatto si assiste a un accordo negoziato in anticipo. Infine la riforma prevede l’impegno a consolidare e ridurre la presenza di rappresentanti dei Paesi avanzati, europei in primis, nello stesso Comitato esecutivo: dagli 8-9 seggi di oggi su 24, l’Europa dovrebbe scendere a 6-7 seggi per rispettare i nuovi equilibri economici internazionali.

 

L’Amministrazione Obama nel 2009 e nel 2010 fu tra i principali sostenitori di questo storico, seppur graduale, ribilanciamento dei poteri all’interno del Fmi. Agli occhi degli osservatori internazionali, tale scelta avrebbe accresciuto la legittimazione e la credibilità dell’organizzazione in questione, soprattutto in un periodo di crisi globale in cui il suo intervento sarebbe stato più necessario. A cinque anni da quell’impegno, la situazione è capovolta. Il Fmi è accusato da alcuni analisti internazionali, e dietro le quinte anche da alcuni leader dei Paesi emergenti, di essere stato più generoso e munifico nel prestare ai Paesi europei colpiti dalla crisi di quanto non lo fosse stato in crisi precedenti che investirono altre parti del mondo; ed effettivamente non mancano i dati per dimostrarlo, secondo alcune recenti ricerche del think tank americano Institute for International Economics. Allo stesso tempo la direttrice del Fondo monetario internazionale, la francese Christine Lagarde, la scorsa primavera, ha pronunciato una sorta di ultimatum a Washington, affinché desse il suo via libera alla riforma; infatti l’accordo tra i membri dell’organizzazione internazionale non può produrre effetti finché rimane il veto di fatto del principale contributore del Fondo. La legge di bilancio appena approvata da Washington, però, non dice nulla in proposito; e anche osservatori liberal ritengono il presidente Obama fortemente responsabile dello stallo. Infine, mentre il Fmi per la prima volta è alla ricerca di alternative legali per procedere alla riforma senza aspettare Washington, tornano a rafforzarsi nel mondo i progetti di organizzazioni finanziarie alternative al Fondo monetario internazionale, organizzazioni presumibilmente più attente alle esigenze dei Paesi emergenti.

 

Joseph Nye, quando nel 2004 sistematizzò tutte le sue ricerche sul “potere gentile”, non a caso dedicò attenzione proprio alle “istituzioni che possono rafforzare il soft power di un Paese”. Tra queste ricordò in particolare quelle “coerenti con la natura liberale e democratica dei sistemi economici inglese e americano: il libero scambio e il gold standard nel caso del Regno Unito; il Fondo monetario internazionale, l’Organizzazione mondiale del commercio e le Nazioni Unite nel caso degli Stati Uniti”. Oggi il fatto che Obama abbia accantonato la riforma del Fmi si può tradurre in un significativo indebolimento per il “soft power” americano.

 

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