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La Terra di Mezzo e la Public choice all'amatriciana

Effetti e indiscrezioni dell’inchiesta “Terra di Mezzo” della Procura di Roma. In attesa che le responsabilità penali siano accertate e che il dibattito pubblico riconquisti toni più pacati, l’analisi economica può già fornire utili spunti di riflessione.

8 Dicembre 2014 alle 14:31

La Terra di Mezzo e la Public choice all'amatriciana

Oggi è andata in onda su Radio Radicale "Oikonomìa, alle radici del dibattito economico contemporaneo", mini rubrica in pillole. Di seguito il testo della puntata, qui invece l'audio. Sono ben accetti idee, consigli e critiche (scrivere a loprete@ilfoglio.it)

 

La scorsa settimana il dibattito su giornali, radio e televisioni è stato dominato dai primi effetti e indiscrezioni dell’inchiesta “Terra di Mezzo” della Procura di Roma. Il procuratore Giuseppe Pignatone, subito dopo che sono stati effettuati 37 arresti con accuse varie – dall’associazione a delinquere di stampo mafioso all’estorsione, passando per usura, corruzione, turbativa d’asta, false fatturazioni e riciclaggio – ha detto di aver individuato addirittura un’autoctona “Mafia Capitale”. Visto il numero di politici e dirigenti pubblici per il momento indagati o coinvolti nelle intercettazioni, e considerata l’enfasi mediatica attribuita alla vicenda, una vasta eco nazionale era scontata.

 

In attesa che le responsabilità penali siano accertate e che il dibattito pubblico riconquisti toni più pacati, l’analisi economica può già fornire utili spunti di riflessione. “Oggetto delle gare pubbliche aggiudicate anche con metodo corruttivo”, infatti, sono risultate per il momento la raccolta di rifiuti, l’accoglienza di profughi e rifugiati, la manutenzione del verde pubblico e dei campi Rom. Insoliti campi d’attività e collusione criminale fra privati e istituzioni pubbliche, avrebbe potuto ritenere qualcuno. Non Gordon Tullock, studioso americano scomparso proprio il mese scorso all’età di 92 anni, e considerato insieme a James Buchanan il fondatore negli anni ‘60 della scuola di pensiero della “Publich Choice”, o Teoria della scelta pubblica.

 

Tullock, in particolare, è ricordato per aver inventato nel 1967 il concetto di “rent seeking”, o “ricerca delle rendite”, che a molti potrà tornare in mente in questi giorni di fronte a uno spaccato del capitalismo municipale romano. Così Tullock definiva infatti il “rent seeking”: “L’utilizzo di risorse allo scopo di ottenere delle rendite da parte di alcune persone, laddove le rendite stesse derivano da un’attività che ha un valore sociale negativo”. Nel concetto rientrano “attività legali e illegali, volte a ottenere qualche particolare privilegio, come la ricerca di uno status di monopolio, di limitazioni quantitative sulle importazioni o di tariffe protezionistiche, oppure tangenti, minacce e contrabbando”. Attività legali o illegali che, nelle economie contemporanee, coinvolgono sempre più spesso il settore pubblico che intermedia risorse ingenti e che può creare, proteggere o accrescere posizioni di “monopolio” in senso lato.

 

Gli studiosi di Public Choice teorizzarono per primi che le attività di rent seeking non sono soltanto responsabili di un “trasferimento” di benessere, tra i gruppi di pressione che ottengono la posizione di rendita e i consumatori che perdono reddito in ragione di prezzi maggiori di prodotti e servizi. Individuarono piuttosto tre tipi di “spreco sociale”. Primo, le spese e le azioni messe in campo dai potenziali recipienti di privilegi: le attività di lobbying – anche legale - sul decisore pubblico hanno un costo; le stesse risorse potrebbero essere usate in modo più produttivo. Poi gli sforzi di quegli amministratori pubblici attratti dal supplemento di reddito – ottenuto con compensi in qualsiasi forma - che possono garantirsi elargendo rendite. Infine le distorsioni prodotte ai danni di imprese terze da parte di situazioni di monopolio o dal governo stesso come conseguenza dell’attività di rent-seeking.

 

Si tratta di considerazioni ancora attuali, ma a maggior ragione dissacranti negli anni 60 e 70 quando il consensus keynesiano era fortissimo, non solo nell’accademia. Esse discendono da un’intuizione di fondo: gli economisti, dall’uomo per natura portato allo scambio di Adam Smith e fino alla metà del XX secolo, avevano ritenuto che gli individui fossero mossi innanzitutto dal loro interesse personale. Invece nello stesso periodo, e fin dall’uomo-“animale politico” di Aristotele, la politica era stata studiata perlopiù come questione di morale, e la scienza politica, con poche eccezioni, aveva dato per scontato che gli attori politici fossero mossi dall’interesse pubblico. I teorici della Public choice, trasferendo gli strumenti analitici dell’economia allo studio della politica, dicono invece che “la persona nella cabina elettorale e la persona al supermercato sono la stessa persona”. Dicono pure che i politici – come gli uomini d’affari – qualche volta agiscono esclusivamente in nome di ciò che credono giusto, ma nel complesso si muovono per massimizzare la loro utilità. Come? Perseguendo politiche che essi credono piacere alle persone perché sperano che queste persone li voteranno di nuovo. Lo stesso vale per i burocrati pubblici, anch’essi mossi dall’aspirazione di fare carriera. Non ci si può dunque stupire se un dirigente pubblico romano sarebbe arrivato a incrementare il flusso di immigrati nella Capitale con la sola prospettiva del maggior giro d’affari che ne sarebbe derivato.

 

Se gli studiosi della Publich Choice in linea di principio preferiscono dunque il processo di scambio sul mercato, non escludono l’intervento pubblico quando per esempio occorre facilitare quel processo di scambio. Per Buchanan, collega di Tullock all’Università della Virginia e Premio Nobel per l’Economia nel 1986, “quando gli individui sono visti come mossi da un interesse personale in politica come in altri aspetti del loro comportamento, la sfida costituzionale diventa quella di progettare e costruire istituzioni strutturali o regole che limitino, fino al limite massimo possibile, l’esercizio di tale interesse, e lo dirigano verso l’interesse generale”. Riflessioni utili, appunto, prima di correre a sciogliere il Comune di Roma, magari lasciando intatti i meccanismi che rendono perpetuo il “rent seeking” che caratterizza il capitalismo municipale e grava sulle tasche del contribuente.

 

Qui le puntate precedenti:
 

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