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L'allarmismo sull'euro forte va di moda, ma è tardivo

2 Novembre 2013 alle 21:11

Crescono le lamentele sul funzionamento delle istituzioni europee, anche da chi finora le aveva strenuamente difese. Si aggiungono ora le critiche alla rivalutazione dell’euro denunciando gli effetti negativi sulle esportazioni e, di conseguenza, sulla crescita del reddito e della disoccupazione. E’ il caso di dire che del senno di poi son piene le fosse. I problemi bisogna affrontarli prima e non dopo. Insisto da molti anni sul fatto che alla Banca centrale europea debba essere assegnato il compito di intervenire sul cambio per impedire che l’euro si rivaluti perché i fondamentali dell’economia europea non solo non giustificano un tale andamento, ma anzi contribuiscono a loro volta a peggiorare la situazione. Nella precedente fase di crescita, che sfiorò il rapporto di 1,60 rispetto al dollaro, la rivalutazione era dovuta principalmente rapporto dell’euro rispetto al dollaro scese su valori prossimi a 0,80. Fluttuazioni così ampie non consentono alle imprese europee di fare programmi produttivi e finanziari. Questa volta, tuttavia, non sono più le conversioni di riserve ufficiali estere, ma il fatto che la Bce tiene i tassi ufficiali più elevati di quelli della Fed in una situazione in cui la fiducia dei mercati sul dollaro scema. Se la Bce vuole o è costretta a seguire la sua attuale politica, pur con un’economia in difficoltà per vaste zone dell’Europa, dev’essere dotata di poteri di intervento sul cambio più estesi di quelli che esercita. Sarebbe suo dovere chiederli per poi esercitarli. E se non lo facesse dovrebbero farlo i governi dei paesi esposti, incluso quello italiano.

La tesi di lasciar fare al mercato, ossia mantenere cambi dell’euro fluttuanti, poggia su due pilastri: che il mercato sia capace di individuare meglio delle autorità un cambio che rispecchi le ragioni di scambio e non la speculazione e gli errori di valutazione, rendendo più facili gli aggiustamenti degli squilibri delle bilance estere; e che, se intervenisse sul cambio, la Banca centrale non avrebbe mano libera nella gestione della base monetaria, il baluardo dell’inflazione. Come testimonia l’ampia escursione del valore dell’euro, in presenza di politiche monetarie iperespansive come quelle dei due grandi paesi leader, Stati Uniti e Giappone, il mercato segue per convenienza queste politiche, per cui il cambio è determinato dalle autorità e non da esso. Inoltre la teoria e la pratica insegnano che immettere base monetaria attraverso il canale estero è il modo più efficace e diretto per stimolare la crescita, proprietà che non hanno né la creazione attraverso acquisti di titoli pubblici, né il finanziamento delle banche in una situazione in cui il rischio di credito è molto elevato e la sua concessione è condizionata a una maggiore dotazione di capitale bancario difficile da procurarsi. alle conversioni di dollari in euro disposte dalle Banche centrali, che spinsero l’euro a raggiungere circa il 25 per cento della consistenza delle riserve ufficiali. Scrissi allora che si sarebbe dovuto chiedere alle Banche centrali almeno di convertire i dollari in euro senza passare dal mercato, ossia direttamente presso la Bce, altrimenti le esportazioni europee sensibili al prezzo sarebbero state determinate dalla politica delle riserve ufficiali dei paesi esterni all’Euroarea e non dalle condizioni di loro competitività; questa è una posizione inaccettabile che vanifica ogni tentativo di riforma europea. Non solo gli attuali critici restarono silenti, ma taluni si abbandonarono a manifestazioni di giubilo per il successo internazionale dell’euro. Ora la rivalutazione tocca 1,40, con una crescita di circa il 16 per cento rispetto al minimo di circa 1,20 raggiunto a causa della caduta di fiducia nella moneta europea. Non si deve dimenticare che, subito dopo la sua nascita, il rapporto dell’euro rispetto al dollaro scese su valori prossimi a 0,80. Fluttuazioni così ampie non consentono alle imprese europee di fare programmi produttivi e finanziari. Questa volta, tuttavia, non sono più le conversioni di riserve ufficiali estere, ma il fatto che la Bce tiene i tassi ufficiali più elevati di quelli della Fed in una situazione in cui la fiducia dei mercati sul dollaro scema.

Se la Bce vuole o è costretta a seguire la sua attuale politica, pur con un’economia in difficoltà per vaste zone dell’Europa, dev’essere dotata di poteri di intervento sul cambio più estesi di quelli che esercita. Sarebbe suo dovere chiederli per poi esercitarli. E se non lo facesse dovrebbero farlo i governi dei paesi esposti, incluso quello italiano. La tesi di lasciar fare al mercato, ossia mantenere cambi dell’euro fluttuanti, poggia su due pilastri: che il mercato sia capace di individuare meglio delle autorità un cambio che rispecchi le ragioni di scambio e non la speculazione e gli errori di valutazione, rendendo più facili gli aggiustamenti degli squilibri delle bilance estere; e che, se intervenisse sul cambio, la Banca centrale non avrebbe mano libera nella gestione della base monetaria, il baluardo dell’inflazione. Come testimonia l’ampia escursione del valore dell’euro, in presenza di politiche monetarie iperespansive come quelle dei due grandi paesi leader, Stati Uniti e Giappone, il mercato segue per convenienza queste politiche, per cui il cambio è determinato dalle autorità e non da esso. Inoltre la teoria e la pratica insegnano che immettere base monetaria attraverso il canale estero è il modo più efficace e diretto per stimolare la crescita, proprietà che non hanno né la creazione attraverso acquisti di titoli pubblici, né il finanziamento delle banche in una situazione in cui il rischio di credito è molto elevato e la sua concessione è condizionata a una maggiore dotazione di capitale bancario difficile da procurarsi.

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