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Imprenditori senza paura (solo nei libri)

La distanza tra lagna mediatica di oggi e classici del liberismo italiano

27 Aprile 2013 alle 11:11

Oggi sui giornali italiani leggi “imprenditori” e spesso pensi “lagna”. Non perché nel nostro paese scarseggino le storie di resistenza caparbia alla crisi o addirittura di insperato successo, ma perché il racconto crisaiolo dei media tende a privilegiare – come naturale, forse – i fallimenti aziendali e personali, e soprattutto amplifica – fatto più venale che naturale – le richieste di “protezione” che gli industriali organizzati rivolgono con insistenza allo stato. Eppure la “filosofia della lagna” nulla ha a che fare con la figura dell’imprenditore, almeno stando alle teorie elaborate in materia dai massimi pensatori liberali italiani. E’ quanto emerge da una ricerca in corso di pubblicazione sulla Rivista italiana degli economisti, periodico edito dal Mulino per la Società italiana degli economisti.
“Capitani d’impresa e maestri del pensiero” è il titolo del saggio in inglese di Piero Bini, ordinario di Storia del pensiero economico all’Università Roma Tre, che analizza il pensiero di Francesco Ferrara (1810-1900), Vilfredo Pareto (1848-1923), Maffeo Pantaleoni (1857-1924), Luigi Einaudi (1874-1961) e Sergio Ricossa (1927). Economisti tra loro differenti, ma uniti dall’adesione al liberismo e dalla centralità attribuita alla figura dell’imprenditore.

Per Ferrara, che visse in pieno la stagione risorgimentale, imprenditore è “colui che è capo, forma, mantiene, e vuol condurre a termine a suo rischio il concetto di prodotto”. Dove l’espressione chiave è “a suo rischio”, e infatti, aggiunge Bini, “il compenso per questa sua funzione è il profitto, che egli tiene distinto dalla rendita” perché “non è fissato contrattualmente all’inizio del processo produttivo, e quindi è di natura aleatoria”. “Capitale non è sinonimo di ricchezza”: il primo è “ricchezza operante” e non “inerte”. Tanto che Ferrara se la prende con “la posizione di capitalismo compromissorio” di un industriale tessile dell’epoca, Alessandro Rossi, che “ama o tollera le ingerenze governative, ma è pronto a combatterle se osano di giungere sino a regolare la disciplina interna degli opifici”. L’attacco al “capitalismo compromissorio” suona a posteriori come un monito per quegli industriali che oggi si tengono stretti i sussidi pubblici ma allo stesso tempo invocano meno tasse e vincoli.

Pareto e Pantaleoni rappresentarono invece il passaggio dal classicismo economico di Ferrara alle teorie marginaliste. Per il primo, l’imprenditore alla ricerca del profitto “non è un passivo agente che risponde secondo schemi precostituiti agli stimoli del mercato – scrive Bini nel suo saggio – ma un individuo che giusto nella rottura della routine vede la possibilità di migliorare la propria posizione competitiva”. Di qui l’immagine della libera concorrenza come battaglia continua tra chi presidia la collina (e guadagna) e chi l’assalta (perdendo finché non conquista la vetta). Pareto, senza nessuna pruderie, fa rientrare l’imprenditore nella categoria degli “speculatori”, da contrapporre alla categoria – questa sì negativa – dei “redditieri”, dove solo i primi sarebbero caratterizzati da mentalità “progressista” e “internazionale”.

Pantaleoni anticipò in qualche modo la teoria della “distruzione creatrice” dell’austriaco Joseph Schumpeter: al centro della vita economica c’è sempre l’inventiva dell’imprenditore che “frutta un soprareddito all’iniziativa non rubato ad altri”, che “suscita concorrenti, cioè imitatori, perfezionatori, divulgatori e il soprareddito si estende ad una sfera più ampia di persone”, non senza dimenticare l’aspetto socialmente dirompente della “resistenza vinta”, dello status quo che si sgretola. La concorrenza infatti, scriveva Pantaleoni, “è la sorgente più energica del dinamismo sociale. E’ il più forte demolitore di ogni specie di posizione acquisita. E’ una minaccia permanente per tutti coloro che sono arrivati, siano cose, persone o forme organizzate”. Equilibrio e disequilibrio sociale sono naturali conseguenze dell’attività imprenditoriale, dunque.

Nel saggio “Un principe mercante” (1900) di Einaudi, addirittura, l’imprenditore Enrico Dell’Acqua, con la storia di successo internazionale della sua azienda nata a Busto Arsizio, diventa “archetipo di ‘uomo nuovo’ della civiltà industriale contemporanea”. L’economista torinese, poi presidente della Repubblica italiana, non nascose mai di preferire la piccola e media impresa alla grande che guardava con “sospetto”, ricorda Bini, perché “luogo di possibili complicità tra i poteri forti dell’economia e quelli deboli della politica”. Nell’Italia che è poi diventata il paese della concertazione diffusa tra politica, triplice sindacale e Confindustria, Einaudi seppe vedere lontano.

Ricossa infine, con la sua cura ricostituente del liberalismo italiano a base di “scuola austriaca”, sostiene che l’eventuale raggiungimento degli obiettivi della pianificazione economica non dimostra comunque che “l’ignoto non contenga una sorpresa ancora inimmaginata, che giudicheremmo superiore al falso ‘ottimo’ se un giorno la scoprissimo o la inventassimo”. Da qui il ruolo fondamentale dei “liberi imprenditori” e dei “liberi innovatori” nell’ambito di una “concorrenza che crea e distrugge tumultuosamente”, da contrapporre – e qui è Bini a parlare – al “metodo della predeterminazione dei percorsi e delle finalità”. Il pensatore liberal-libertario ricorda e ribadisce, non a caso, le critiche di Pareto alla “demagogia sinistrorsa” di certi imprenditori e a tutte le variegate forme di “protezione” da loro richieste allo stato.

Per Ferrara, Pareto, Pantaleoni, Einaudi e Ricossa, quindi, l’imprenditore è superiore al più moderno manager, trattandosi a tutti gli effetti di un presidio della “società aperta”, considerata “la molteplicità delle funzioni di cui essi ritengono sia portatore – conclude Bini – Non solo la capacità di dirigere e organizzare l’impresa, ma anche l’attitudine a innovare, e la prontezza nel cogliere opportunità di guadagno nelle situazioni, in realtà sempre presenti, di squilibrio di mercato”. “Squilibrio”, “rischio” e “distruzione tumultuosa”, d’altronde, sono espressioni ricorrenti negli scritti di questi cinque intellettuali italiani studiati in tutto il mondo: altro che “filosofia della lagna”, l’imprenditorialità di successo lascia anche cicatrici.

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