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I perché della non-innovazione italiana

 Non siamo più un popolo di inventori, ma più che per la mancanza di idee è per colpa di una miope strategia economica dei governi che hanno guidato il paese negli ultimi anni. Senza eccezioni "tecniche".  Parla l'esperto Cesare Galli (università di Parma).

30 Gennaio 2013 alle 20:04

Non siamo più un popolo di inventori, ma più che per mancanza di idee è per colpa di una miope strategia economica dei governi che hanno guidato il paese negli ultimi anni. Senza eccezioni "tecniche".  

L'Italia, pur avendo recentemente adeguato la legislazione in materia di brevetti alla Convenzione sul Brevetto europeo ed avere istituito un sistema di protezione giudiziaria molto più efficiente rispetto alla "normale" giustizia italiana, ha fatto delle "scelte di retroguardia" che la stanno lasciando indietro nel campo dell'innovazione tecnologica. Ne è convinto Cesare Galli, professore dell'Università di Parma e avvocato esperto di proprietà intellettuale e name partner dello studio IpLaw Galli.

Errore al quale il governo tecnico non ha rimediato è stato ad esempio quello di non avere aderito al brevetto unitario europeo.  

L'Italia infatti ha a lungo ostacolato il progetto perché la lingua madre "italiano" non era stata inclusa tra quelle possibili per fare domanda, e alla fine, quando i partner europei sono andati avanti da soli, ha fatto ricorso, insieme alla Spagna, presso la Corte di Lussemburgo. Ricorso che non è stato tuttora ritirato, nonostante il parere contrario già espresso dall’Avvocato Generale, con l'esito di non potere approfittare del nuovo brevetto unitario, indebolendo la difesa dei progetti nazionali.  "E' stata una scelta penalizzante per l'industria perché sebbene ci siano imprese che fanno innovazione non ce ne sono quante potrebbero farla", dice Galli che aggiunge un problema di carattere culturale. 

In particolare, anche alcune delle associazioni imprenditoriali che dovrebbero spingere per l'innovazione delle imprese talvolta mancano di prospettiva: "Ci sono grosse lacune di preparazione e una scarsa consapevolezza di ciò che l'innovazione può comportare, perché si ragiona in un'ottica di breve periodo per cui si pretende di avere un immediato ritorno da un investimento ma è una strategia che ha il fiato corto". Per Galli è la dimostrazione che "non si pensa al futuro e si ha poca fiducia in esso". 

Questione "filosofica" che si aggiunge a una pratica: in Italia si procede sull'innovazione di processo (come si fanno le cose, know how) e non su quella di prodotto (che cosa viene inventato) che richiede più investimenti in ricerca: "Un dato che deve preoccupare", sostiene Galli. 

C'è poi l'eterno peso fiscale. "Avere un ambiente fortemente pro-concorrenziale e un regime fiscale che agevoli l'innovazione è strettamente necessario per fare crescere quella propensione a innovare che ancora c'è". Rimangono appunto settori all'avanguardia, come la meccanica, ma ce ne sono altri che si "potevano" definire tali, come ad esempio il biotech nell'agricoltura "penalizzato da scelte politiche" sugli organismi geneticamente modificati. 

Infine, la (mancata) difesa di un settore fragile come il design, nel quale le imprese italiane rappresentano un'eccellenza ma non sono abbastanza tutelate: "Siamo indietro anche qui – dice Galli – perché dopo che la Corte di giustizia europea ha costretto l'Italia a modificare la norma sul diritto d'autore perché non conforme al diritto comunitario, il governo tecnico quest'anno ha addirittura esteso la moratoria per i contraffattori a 14 anni, dai 10 stabiliti in precedenza e che già la Corte europea aveva ritenuto illegittimi". 

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