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Perché Grecia e Spagna non crescono come Florida e Arizona

Chi invoca una svolta federalista dell’Unione europea come antidoto ai dubbi crescenti degli investitori sulla solidità della moneta unica, guardi a quanto avviene in stati americani come Florida, Arizona e Nevada, e avrà qualche argomento in più per non essere tacciato di idealismo. E’ la tesi di uno studio appena pubblicato e curato da Uri Dadush, economista francese, già direttore del dipartimento di Politica economica della Banca mondiale e ora direttore del programma di Economia internazionale del Carnegie Endowment for International Peace

27 Luglio 2012 alle 08:18

Chi invoca una svolta federalista dell’Unione europea come antidoto ai dubbi crescenti degli investitori sulla solidità della moneta unica, guardi a quanto avviene in stati americani come Florida, Arizona e Nevada, e avrà qualche argomento in più per non essere tacciato di idealismo. E’ la tesi di uno studio appena pubblicato e curato da Uri Dadush, economista francese, già direttore del dipartimento di Politica economica della Banca mondiale e ora direttore del programma di Economia internazionale del Carnegie Endowment for International Peace. La domanda alla quale intende rispondere la ricerca, intitolata “Club Med vs. Sun Belt: lezioni di un aggiustamento all’interno di un’unione monetaria” e apparsa sul sito specialistico Voxeu.org, è questa: perché “gli Stati Uniti e l’Eurozona si stanno lentamente riprendendo dopo lo scoppio di enormi bolle immobiliari, ma gli stati più colpiti degli Stati Uniti si sono adattati più rapidamente di quanto non abbiano fatto le economie europee”?

Lasciando per un attimo da parte la recente impennata di Lady Spread, Dadush esordisce osservando ciò che unisce un pezzo di Stati Uniti e un pezzo di Europa: “In particolare, Florida, Arizona e Nevada nella ‘Sun Belt’ (o ‘Cintura del Sole’) negli Stati Uniti sono passati attraverso un’enorme bolla immobiliare e la sua successiva esplosione, in maniera molto simile a quanto successo in Grecia, Irlanda e Spagna, nella periferia dell’Eurozona e in quello che possiamo chiamare ‘Club Med’”. Dal 2000 al 2007, negli anni precedenti la crisi, entrambi i gruppi di paesi sono cresciuti più delle rispettive aree di riferimento: il pil di Florida, Arizona e Nevada è aumentato dell’1,3-2,4 per cento in più della media statunitense; il pil di Grecia, Irlanda e Spagna dell’1,4-3,4 per cento in più della media dell’Eurozona.

Da qui in poi, invece, colpiscono soprattutto le differenze. Su tutte e due le sponde dell’Atlantico, infatti, lo scoppio della bolla immobiliare è stato associato con un calo del pil e della quantità di occupati, calo però molto più drastico e distruttivo nel nostro continente. Il tasso di disoccupazione, per fare un esempio, è aumentato dal 2007 a oggi del 3,9 per cento in Florida e del 6,7 per cento in Nevada, ma del 9 per cento in Irlanda e del 15 per cento in Spagna. Senza contare che Dublino, Atene e Madrid stanno sperimentando una crisi dei debiti sovrani inaudita.

Il primo motivo di queste differenze è nell’efficacia degli “stabilizzatori fiscali automatici” che solo un’unione federale come quella americana può veder funzionare al meglio: “Minori tasse, aumentati trasferimenti dal centro, come l’assicurazione contro la disoccupazione, i food stamps, i pagamenti del Medicaid e il welfare – hanno tutti giocato un ruolo critico nel rendere meno duro lo choc”. A questi stabilizzatori, dice lo studio ricordando le analisi dell’economista liberista Martin Feldstein, va il merito di annullare la recessione in misura di 40 centesimi di dollaro per ogni singolo dollaro di pil teoricamente perso. Difficile attivare quest’arma se l’Ue ha un budget pari all’1,5 per cento del pil dell’Eurozona (il governo federale di Washington pari al 24 per cento del pil nazionale). A fare la differenza c’è poi la politica monetaria: Dadush riconosce che la Banca centrale europea ha fatto molto e che l’attesa per un altro intervento massiccio è alta, ma intanto la Federal reserve americana ha già fornito liquidità alle banche e sostegno ai titoli di stato con il Quantitative easing, misure “meno-strombettate” sui media.

Infine altre due differenze tra Club Med e Sun Belt dipendono dal carattere tutt’altro che ottimale dell’area valutaria dell’euro: non solo perché gli Stati Uniti il loro “Fiscal compact”, ovvero un pacchetto di regole su rigore e pareggio di bilancio dei singoli stati come quello approvato a marzo da Bruxelles, ce l’hanno già da molto tempo, ma anche perché la scarsa flessibilità dei mercati europei dei prodotti e del lavoro hanno portato a divari di competitività all’interno dell’Eurozona – tra Club Med e Germania, soprattutto – che non sono concepibili in America. La prospettiva federalista per l’Europa, oggi o perlomeno domani, suona così meno idealista e decisamente più necessaria.

(dal Foglio di carta di oggi)

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