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Ecco cosa vuole la Germania in cambio della solidarietà

Il "controllo" come lo vede la Bundesbank

16 Giugno 2012 alle 08:38

Oggi sul Foglio ho scritto della "logica ferrea di Berlino sull'Eurounione", e in particolare sono tornato ancora una volta sullo scambio tra “solidarietà” e “controllo” proposto ogni volta dalla leadership tedesca quando si prova a introdurre l'argomento Eurobond? Per capirlo, bisogna ascoltare il governatore della Bundesbank Jens Weidmann, non solo quello intervistato dal Corriere della Sera. Il quarantaquattrenne banchiere centrale, infatti, è apparso molto diplomatico, se non addirittura reticente, nelle dichiarazioni rilasciate ieri ai quotidiani mediterranei (oltre al Corriere c’erano El Paìs, Kathimerini e Público). Giovedì invece, a un dibattito del Centro europeo di ricerca economica (Zew), era stato più tranchant. Ecco alcuni estratti del suo discorso, tradotti da Giovanni Boggero.

(…) L’alternativa al “ritorno a Maastricht” è il passaggio ad una vera unione fiscale, della quale si parla molto negli ultimi tempi. (…) Anche un progetto così ambizioso non risolve però i problemi che si trovano oggi a fronteggiare diversi Stati: alta disoccupazione e deficit di competitività non si dissolverebbero nell’aria come una bolla di sapone. La necessità di adeguamento continuerebbe ad esistere ed, anzi, sarebbe forse necessario un controllo ancora più stretto sulla dinamica degli squilibri commerciali esistenti. Ma soprattutto, il passaggio ad un’unione fiscale non segnerebbe automaticamente il passaggio ad un’unione orientata alla stabilità. Decisivo a questo proposito, oltre alla adeguata conformazione dell’unione, sarebbe lo sviluppo di una cultura della stabilità comune. (…) L’assunzione di una responsabilità comune per i debiti pubblici potrà darsi soltanto alla fine del processo di integrazione di un’unione fiscale e non all’inizio di esso. (…) A questo proposito, è degno di nota il fatto che i sostenitori della mutualizzazione del debito nei singoli paesi si dicano contrari ad una cessione della sovranità nazionale con riguardo alle decisioni di politica finanziaria. A quanto pare, ci si augura di ottenere vantaggi da un’assunzione comune di responsabilità per i debiti pubblici nonché di ottenere un ampliamento dei margini di manovra sul bilancio, mentre si è convinti che un’unione fiscale ridurrebbe questi spazi e sarebbe perciò non desiderabile. Su queste basi è difficile costruire un’unione orientata alla stabilità. La mia impressione è che in Germania si sia molto più aperti all’ipotesi di una cessione di sovranità nazionale rispetto ad altri paesi (…).
Due sono allora le condizioni per istituire un’unione fiscale orientata alla stabilità:
* innanzitutto la disponibilità ad applicare davvero severe regole di bilancio;
* in secondo luogo la disponibilità a cedere la sovranità nazionale in alcune materie ad un livello centrale, dotato del potere di controllare il rispetto delle regole e soprattutto di imporlo.
A quel punto sarebbe ammissibile, anche se non necessario, pensare all’assunzione di rischi in comune. Decisiva è quindi la successione temporale, rivoltata la quale si dovrebbe temere, se non proprio aspettare, che il secondo passo non verrà mai fatto o verrà fatto in maniera non adeguata. (…) Visto ciò che è accaduto in passato, il controllo spetterebbe non alla Commissione europea, né al Consiglio ECOFIN, ma ad una nuova istituzione indipendente limitata all’Euroarea. Nel caso in cui uno Stato non rispettasse le regole di bilancio, la sovranità sarebbe automaticamente trasferita a livello europeo in modo da garantire il rispetto degli obiettivi. L’ex-presidente della BCE Trichet ha parlato di “federalism by exception”. Al proposito, sarebbe ad esempio pensabile il trasferimento del diritto di imporre nuove tasse o ad effettuare proporzionali tagli di spesa. La sovranità nazionale sarebbe garantita nella misura in cui un paese rimanga nei limiti stabiliti per il deficit e il debito. In un quadro simile, il consolidamento fiscale sarebbe assicurato dal livello europeo, anche nel caso in cui non vi fosse alcuna maggioranza favorevole nel Parlamento dello Stato membro.
Una volta garantito il rispetto delle regole di bilancio, si potrebbe pensare all’assunzione di una responsabilità comune tra gli Stati membri, ad esempio attraverso l’emissione di titoli di Stato comunemente garantiti o semigarantiti oppure tramite un’unione bancaria, che contiene gli elementi basilari della responsabilità comune. (…) Su questa via ci sono però almeno due ostacoli. In primo luogo, un’unione fiscale deve essere legittimata democraticamente. (…) Solo così si potrà creare fiducia intorno al nuovo quadro regolatorio (…). Il secondo ostacolo è costituito da una modifica completa dei Trattati e delle costituzioni nazionali. Essa è necessaria, dal momento che gli elementi fondamentali di un’unione fiscale o non esistono oppure sono vietati dall’attuale quadro regolatorio. (…) Si tratta di un processo che richiede tempo, ma che è necessario, perché un’unione fiscale introdotta in maniera poco trasparente o tramite l’aggiramento delle norme vigenti, sarebbe costruita sulla sabbia e non costituirebbe una base solida per un’unione orientata alla stabilità. (…) Proprio la Germania dovrà dare il suo contributo orientato alla stabilizzazione in questo processo di progressiva integrazione. Nel recente passato si è visto che nell’unione monetaria gli interessi della Germania sono stati protetti dai Trattati vigenti e dal diritto di veto tedesco. Da una prospettiva tedesca è quindi di notevole importanza che le colonne portanti di un’unione fiscale orientata alla stabilità siano decise in maniera consensuale e che, una volta erette, siano destinate a rimanere ferme, senza che possano essere modificate con decisioni prese a maggioranza (…).

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