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Per la Banca mondiale l'Italia è un paese ingiusto

I dati dal rapporto "Ease of doing business" per il 2012

7 Maggio 2012 alle 23:12

Governo tecnico o non governo tecnico, in Italia resta difficile fare impresa, innanzitutto a causa dello stato della nostra giustizia. A certificarlo, come ricordato lunedì dal quotidiano ItaliaOggi, è ancora una volta la Banca mondiale.

Secondo la classifica "Ease of doing business" per l'anno 2012, infatti, l'Italia si piazza all'87esimo posto tra i paesi di tutto il mondo in quanto a facilità di aprire e condurre un'attività economica. "Vale a dire - osserva ItaliaOggi - dietro ai principali paesi dell'Ocse, ma anche a stati quali Moldova, Zambia, Ghana o Ruanda". 

A farci scendere nella classifica - guidata da Singapore. Hong Kong, Nuova Zelanda e Stati Uniti - sono soprattutto due fattori. Le tasse, ovviamente, per cui siamo al 134esimo posto della classifica. Ma soprattutto a rendere impossibile la vita agli imprenditori che si muovono nel nostro paese è la giustizia civile: quest'ultima è da terzo mondo, al punto che l'Italia è al 158esimo posto su 183 paesi classificati. Nello specifico, "in Italia la durata media dei processi civili inerenti a inadempienze contrattuali si aggira attorno ai 1.210 giorni; negli altri paesi Ocse, la tutela giurisdizionale di un contratto avviene in poco più di 500 giorni".

Mario Monti lo sa, come dimostrano le sue dichiarazioni delle scorse settimane, eppure finora su questo fronte si è visto ben poco.

Marco Valerio Lo Prete

Marco Valerio Lo Prete

Al Foglio dal marzo 2009, dove entra appena laureato in Scienze Politiche, il suo cursus honorum è il seguente: stagista, praticante, redattore dell'Economia, coordinatore del desk Economia e poi dal 2015 vicedirettore. Nasce nel 1985 sull'Isola Tiberina. Nella Capitale si muove poco: asilo, scuole elementari e medie, liceo e università, tutto nel giro di pochi chilometri quadrati. In compenso varca spesso (e volentieri) le frontiere del Paese natìo. Prima per studiare un anno nella ridente Rochester (New York, USA), poi – dopo numerose e più brevi escursioni – emigra all'Université Libre di Bruxelles per sei mesi. E a Bruxelles ci ritorna, ancora per sei mesi, per affiancare un formidabile manipolo di Radicali che lavora al Parlamento Europeo. Mentre si trova nel punto del globo più distante da Roma, facendo ricerca sull’immigrazione all’Università di Melbourne, in Australia, riceve una e-mail dal Foglio: non ci crede, pensa sia spam, invece è uno stage. Da qualche tempo si applica allo studio della lingua tedesca.  

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